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La Grande Avventura del Principe Valiant

Tratto da un’opera scritta per il teatro delle marionette da KAZUO FUKAZAWA (Chikisani no Taiyou, Il sole di Chikisani), a sua volta basata su un’antica leggenda degli Ainu (nota 1) poi adattata a un’ambientazione nordeuropea per facilitarne la distribuzione in Occidente, Taiyou no ouji: Hols no daibouken rappresenta per certi aspetti uno spartiacque nella storia dell’animazione nipponica.

I 3 anni impiegati per realizzarlo (dal 1965 al 1968) coincisero con un infuocato periodo di dispute interne alla TOEI DOGA, forse ancor oggi il più burrascoso nei 50 anni di vita del celebre Studio.

Erano i tempi delle rivendicazioni sindacali, dei dipendenti oberati da carichi di lavoro insostenibili, i tempi degli scioperi e dell’occupazione degli stabilimenti.

Il quel clima di forte agitazione, la lavorazione di Hols rappresentò anche un’ottima maniera per tenere impegnati – distogliendoli almeno in parte dalla lotta sindacale – alcuni tra gli esponenti più attivi del movimento di protesta.

Il progetto venne affidato al veterano YASUO OTSUKA (segretario generale del sindacato), il quale, sfruttando la propria influenza – e forse la volontà dei dirigenti di assecondare qualche libertà se ciò fosse servito a sottrarre linfa e truppe agli scioperanti – riuscì a farsi approvare la proposta di un’opera più “adulta” rispetto al target usuale, e a garantirsi un’autonomia creativa e concettuale a dir poco anomala per l’epoca.

Gli autori poterono così gestirsi in regime di “democratica” comunione artistica, valorizzando i talenti individuali e attingendo estro e idee da ogni singolo membro dello staff.

Ne nacque un’opera “sperimentale”, per certi versi innovativa, testimone del contesto sociale che l’aveva partorita e imprevedibile veicolo di diffusione dei principi che animavano la lotta sindacale.

Vanamente imbrigliato dalla confezione giovanile della storia, il tema portante, quello della riscossa “proletaria”, della lotta contro le divisioni e i dissapori interni che rendono le comunità vulnerabili, l’apologia dell’unione che permette al popolo altrimenti debole di contrastare un tiranno dispotico e potente, si fece riconoscere con una veemenza tale da cogliere impreparati gli stessi produttori.

Il timore di stimolare ulteriori “fermenti” giocò forse un ruolo nella presentazione in sordina del film e nel blocco prematuro della sua distribuzione nelle sale. Nonostante gli ottimi commenti da parte della critica, infatti, la scarsa affluenza di pubblico al cinema convinse l’azienda a ritirare la pellicola dopo soli 10 giorni di programmazione. Ciò, a tutt’oggi, fa di Hols il lungometraggio con i più bassi incassi della storia Toei. In seguito a quel fallimento, Otsuka lasciò l’azienda e il regista ISAO TAKAHATA finì retrocesso.

Ben pochi bambini riuscirono dunque ad assistere alla proiezione di Hols nelle sale; esplose invece successivamente l’inatteso entusiasmo di adolescenti e studenti universitari, che furono in grado di apprezzare i modelli ispiratori del film.

Era il ‘68, piena Guerra del Viet-Nam, anno di proteste e contraddizioni: Taiyou no ouji: Hols no daibouken veniva, in rapida progressione, acclamato dalla critica, messo fuori gioco al botteghino e consacrato manifesto della ribellione studentesca.

TRAMA

Rimasto solo dopo la morte del padre, il giovane e coraggioso Hols parte alla ricerca del suo paese natale, distrutto anni prima dagli stessi abitanti, lasciatisi scioccamente aizzare l’uno contro l’altro dal perfido mago Grunwald. Con sé Hols ha la Spada del Sole, estratta dalla spalla del gigante di pietra Moog, un’arma che, una volta temprata, sarà in grado di sconfiggere lo stregone.

Nel corso del viaggio il ragazzo ha modo di dimostrare la propria temerarietà affrontando e uccidendo una delle creature di Grunwald, un terribile luccio gigante che seminava terrore e vittime presso un pacifico villaggio di pescatori. Questi ultimi, con affetto e gratitudine, accolgono Hols nella comunità.

Un giorno, inseguendo un lupo argentato, altro emissario di Grunwald, Hols incontra una misteriosa ragazzina di nome Hilda e la conduce al villaggio. La giovane, mite, dolce e dotata di un canto meraviglioso, viene subito accettata dai pescatori, ma col passare del tempo la sua presenza finisce per alterare l’equilibrio della comunità: cullata dalla sua voce melodiosa, la gente tende a trascurare il lavoro e crogiolarsi in una pericolosa apatia.

Nel frattempo, al villaggio continuano a verificarsi fatti inquietanti: dopo l’attacco da parte dei lupi, è la volta di un’invasione di topi…

La situazione precipita quando il losco Drego riesce a istigare il villaggio contro Hols, imputando al ragazzino il succedersi di questi eventi. La vera responsabile è invece Hilda, in realtà sorella di Grunwald, mandata nel villaggio proprio per uccidere Hols.

Il valoroso giovane dovrà subire l’onta dell’allontanamento e affrontare le surreali visioni della Foresta Impenetrabile, prima di riuscire, anche grazie al ravvedimento della stessa Hilda, a riconquistare la fiducia della comunità. Alla testa del villaggio unito, e con l’aiuto di Moog e della Spada del Sole, potrà allora sconfiggere definitivamente il malvagio Grunwald.

COMMENTO

Nel concepire e realizzare Hols, Otsuka volle accanto a sé uno staff di animatori di prim’ordine, con i quali condivideva il desiderio di sperimentare, di progredire, di aprire la strada a un tipo di animazione in grado d’intrattenere non solo i bambini ma un pubblico di tutte le età. Accanto al mostro sacro YASUJI MORI (uno dei fondatori della “Doga”, la divisione animazione del colosso Toei Co.), chiamò YOICHI KOTABE (allievo dello stesso Mori), REIKO OKUYAMA e giovani talenti HAYAO MIYAZAKI e ISAO TAKAHATA. Queste nuove leve, in particolare, furono messe nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie idee “riformiste”; Otsuka si privò addirittura della regia per affidarla a Takahata, riservando per sé il ruolo di direttore dell’animazione.

Fattosi le ossa come aiuto-regista e poi dirigendo in prima persona vari episodi di Ookami shounen Ken (la prima serie televisiva prodotta dalla TOEI), Takahata era all’esordio in un lungometraggio, eppure la sua mano, il suo perfezionismo, la sua cura dei particolari caratterizzarono fortemente Hols. Takahata diresse il film in modo assai più presente e “moderno” rispetto alle prassi lavorative dell’epoca; moderò le libertà interpretative degli animatori pur senza soffocarle, li supervisionò, non lasciò nulla al caso, valutando le idee di tutti ma imponendo alti standard, e mantenendo ben salde le redini e la coesione del progetto. Sotto la sua direzione, come ammise per esempio Kotabe, i disegnatori dovevano dare il meglio di sé, conferire ai personaggi espressioni coerenti, movimenti giustificati, comportamenti verosimili: nessuno spazio per esagerazioni o approssimazioni.

Si cercò di curare in modo esigente l’animazione. Certo non fu possibile raggiungere i livelli della “full animation” disneyana, ma si sorpassarono di gran lunga gli standard “tezukiani”, imposti in quel periodo dalle strette tempistiche delle serie televisive.

In Hols si cercò un livello intermedio, un compromesso che potesse mantenere alta la qualità formale dell’opera pur contenendo il dispendio di risorse umane e denaro. Il design dei personaggi fu dunque molto essenziale e il numero dei disegni relativamente limitato, ma si usarono con criterio i cicli, si prestò attenzione ai movimenti e agli sfondi, s’inserirono giochi multipiano per fornire l’illusione della profondità (molto suggestive le riprese del villaggio fantasma prima della comparsa di Hilda), e vennero utilizzati spostamenti di camera complessi. Un approccio cinematografico all’animazione che in Giappone rappresentò una novità assoluta.

Da citare come esempio è la scena della pesca al villaggio dopo l’uccisione del luccio gigante: una complessa serie di sequenze di gruppo con scorrimento indipendente dei fondali rispetto ai primi piani, e movimenti differenziati e contemporanei dei singoli elementi (personaggi, animali ecc).

In Hols, poi, non mancano sequenze visionarie e “particolari”, come quelle ambientate all’interno della Foresta Impenetrabile.

È quindi un film dai molti pregi, anche se occorre precisare che le sue lodevoli ambizioni trovarono riscontro effettivo solo in parte. La laboriosità di certe sequenze comportò gravi ritardi, e causò addirittura un rinvio dei lavori, determinando poi una compressione della durata e cedimenti qualitativi per recuperare il tempo perso. Emblematico il fatto che, accanto a scene sontuose come quella sopra descritta, ve ne siano altre inanimate, composte da fotogrammi fissi (gli assalti dei lupi e dei topi).

Pregio del montaggio è però quello di integrare questi passaggi in modo non traumatico.

La stessa sensazione (di bersaglio centrato solo parzialmente) si avverte nella caratterizzazione dei personaggi. Il proposito era quello di aprire un “Passaggio a Nord-Ovest” verso storie animate con risvolti drammatici e personaggi psicologicamente sfaccettati; in Hols, però, la storia non riesce ad essere lineare, intensa e adulta come vorrebbe, e la complessità caratteriale dei protagonisti risulta a volte criptica.

Indubbiamente il personaggio più riuscito è Hilda, a tratti resa magnificamente nella sua duplicità, integrata dai due animaletti Chiro e Tooto (di fatto un’estensione del suo stesso personaggio), che rappresentano la buona e la cattiva coscienza, l’angelo custode e il diavolo tentatore. Per contro troviamo invece un Hols impavido ma forse un po’ troppo monocorde, un Grunwald privo di spessore, e la mancanza di altri personaggi che risultino utilizzati a sufficienza da poter presentare un reale approfondimento psicologico.

Nel complesso, Hols resta una pellicola per bambini, nonostante il tono generalmente serioso, ma occorre riconoscerne il valore di precursore. Le idee embrionali sperimentate a partire dal ‘65 in Hols troveranno pieno sviluppo in altre opere, che svincoleranno le produzioni giapponesi dal legame di esclusività “animazione/bambini”, facendole finalmente divergere dalla scia del – peraltro inarrivabile in quel momento – modello Disney.

In Italia il lungometraggio è uscito con due titoli diversi: La grande avventura del piccolo principe Valiant e Il segreto della spada del sole.

IL RUOLO DI MIYAZAKI

Miyazaki e Takahata avevano già lavorato insieme nel citato Ookami Shounen Ken, quando Otsuka li arruolò per Hols. Fu proprio questo lungometraggio a cementare un sodalizio destinato, dopo la Toei, a proseguire in A PRO, in NIPPON ANIMATION e in TOKYO MOVIE SHINSHA, e a consacrarsi poi nel 1985, quando i due fondarono insieme il celeberrimo STUDIO GHIBLI, autentica fucina di capolavori, miniera di Oscar e premi internazionali.

Per Miyazaki, Hols rappresentò certamente il trampolino di lancio verso una carriera maestosa. Fino a quel momento, il suo ruolo in Toei era stato di semplice intercalatore, ma in Hols il suo talento e la sua intraprendenza furono impiegati appieno; si occupò degli scenari e dell’animazione, e tale fu il suo apporto che per lui venne coniata la nuova definizione di “scene designer”.

Il lavoro svolto in Hols influenzò molto Miyazaki, che spesso nelle sue opere successive riprenderà contesti e idee già anticipati in questa pellicola; il famoso Mononoke Hime (La principessa Mononoke), per esempio, è ambientato proprio tra gli Emishi/Ainu.

È spontaneo rilevare le forti somiglianze tra gli incipit di Hols e Mirai Shounen Conan (Conan, ragazzo del futuro): la fuga del nonno di Conan dal mondo devastato dall’insensatezza della guerra ricalca quella del padre di Hols dal proprio villaggio, distrutto dalla stupidità degli uomini; il design stesso dei due personaggi nella versione “giovane” è pressoché identico. La scena in cui il padre/nonno morente spiega al figlio/nipote i retroscena della sua fuga e lo invita a percorrere il cammino inverso, sono molto simili, così come l’abbandono da parte di Hols/Conan del luogo solitario della gioventù e il viaggio in barca incontro a una nuova vita sociale.

I primi bozzetti del personaggio di Conan ricordano un po’ quello di Hols, anche se Miyazaki optò poi per una versione più leggera e umoristica. L’Hilda buona si rispecchia perfettamente nella Lana di Mirai shounen Conan, mentre l’Hilda glaciale e poi ravveduta ha caratterialmente molto in comune con Monsley, altro personaggio cardine di Conan.

LA QUESTIONE DEL NOME

Spesso si sente manifestare un dubbio in merito alla valenza che gli autori avrebbero inteso attribuire al nome del protagonista, Hols. L’incertezza deriva dalle inevitabili approssimazioni di traslitterazione della lingua giapponese.

Il suono pronunciato nella versione originale del lungometraggio è horusu (con la “r” lievemente ammorbidita verso la “l”, e le due “u” articolate con suono brevissimo, quasi impercettibile); la sua corretta scrittura in Katakana (nota 2) è formata dai tre segni che, “occidentalmente”, traduciamo in ho-ru-su. Per le caratteristiche stesse del Katakana, in quel modo verrebbero scritti anche nomi simili a “Hols”, come “Hors” od “Horus”. Nel giapponese scritto non potrebbero essere distinguibili. Riconoscerli dalla pronuncia si scontra invece con un problema fonetico: i Giapponesi tendono ad articolare i termini stranieri seguendo i suoni della loro traslitterazione in Katakana. Senza un previo chiarimento da parte degli autori, pertanto, sarebbe stato (ed è tuttora) virtualmente impossibile, per un traduttore, stabilire quale forma utilizzare per la scrittura in caratteri occidentali di quel suono horusu pronunciato “in giapponese” nel film.

C’è allora chi, ipotizzando che con quel nome si volesse alludere a Horus, figlio di Iside e Osiride, ritiene che “Hols” sia frutto proprio di un’errata traslitterazione. Chi sostiene questa tesi fa notare la maggior logicità del titolo: “taiyou no ouji” significa “principe del sole”, definizione appropriata per designare appunto il figlio del dio egizio del Sole.

Una simile interpretazione, che implicherebbe la volontaria – e un po’ caotica – commistione di leggende provenienti da aree geografiche diverse (mitologia egizia, folklore popolare giapponese e nomi nordici), non è però mai stata confermata dai suddetti autori.

La spiegazione più ragionevole è che dovendo, per le esigenze di marketing, trasporre in contesto nordeuropeo una leggenda giapponese (quindi né nordica né tanto meno egizia), si sia semplicemente deciso di usare nomi foneticamente similnordici: Hilda, Grunwald… e Hols, o meglio Hors.

Patendo dal presupposto che il nome di partenza sia frutto di fantasia (come gli altri, del resto), la traslitterazione esatta avrebbe dunque dovuto essere Hors, perché quello è il suono che si sente pronunciare.

Riportiamo di seguito, estrapolato dal fansite Nausicaa.net (www.nausicaa.net), ciò che disse Otsuka a proposito dell’origine del nome (parole riportate dal signor Kanoh, dell’Istituto di Ricerca Takahata Isao e Miyazaki Hayao): “Attualmente non esistono documenti su come vennero scelti i nomi Hols, Hilda e Grunwald. Il presidente della Toei disse: Una storia Ainu non va bene per il mercato. Abbiamo già patito disastri economici con film sugli Ainu, come Kotan no Kuchibue. Cosa ne dite di cambiarla e ambientarla nel Nord Europa? Seguendo il suggerimento, modificammo Chikisani no Taiyou, con l’idea di sostituirvi usi e costumi dei Lapponi della Norvegia. Così, lo storyboard che preparai fu inizialmente ispirato agli Ainu, ma in seguito, dopo l’ingresso nel progetto di Takahata e Miyazaki, i personaggi furono ribattezzati. Avvenne quando tutti insieme lavorammo alla trasposizione della storia; ritenemmo allora di richiamo nordeuropeo nomi come Grunwald, Hilda ecc. Penso che Hols non fu ispirato dall’Horus egiziano, ma da nomi nordeuropei come Holhel, Holhes, od Holt.”


Nota 1 – GLI AINU

Gli Ainu sono una minoranza etnica rurale, di ceppo caucasico, ridotta attualmente a poche decine di migliaia di unità, stanziate nell’estremo nord dell’Honshu, nell’Hokkaido, nelle Isole Kurili, e in parti dello Sakhalin e della Kamchatka.

Viene considerata una popolazione autoctona, che gli studi genetici fanno discendere dai primi antichi abitatori dell’arcipelago: presente in Giappone già nel periodo Jomon (10.000-300 a.C.), precede di molto l’arrivo e la diffusione dell’etnia giapponese, l’avanzare della quale finì poi per sospingerla a nord.

La storia del popolo Ainu, la sua convivenza con i Giapponesi, è purtroppo costellata da episodi tragici; una storia di repressione e discriminazione razziale, poco nota e molto simile a quella patita dai nativi americani.

Degli Ainu, che tramandavano la cultura oralmente, si hanno poche notizie storiche in forma scritta (tutte di fonte giapponese); le più antiche provengono dai libri Kojiki (o Furukotofumi, testo sacro shintoista, 712 d.C.) e Nihon Shoki (720 d.C.), che citano gli Ainu come discendenti di una etnia ancestrale chiamata Emishi.

STORIA

A partire dalla seconda metà del XV secolo, i Giapponesi iniziano l’occupazione dell’Hokkaido meridionale, e i rapporti con gli Ainu si fanno drammatici. Nei due secoli successivi si susseguono varie rivolte ainu, tutte represse in modo cruento: le battaglie di Kosyamain (1457), di Syaksyain (1669) e di Kunasiri-Menasi (1789).

Nella prima metà del XIX secolo la popolazione ainu, sterminata dalle malattie portate dai Giapponesi e dai popoli provenienti dai mari a Nord, si riduce al 60%.

Nel 1868 inizia l’epoca Meiji (1868-1912), con l’annessione dell’Hokkaido al Giappone.

Nel 1899 viene approvata la legge razziale, l’Atto di Protezione Aborigena dell’Hokkaido, che distingue la popolazione giapponese da quella ainu; inizia una massiccia opera di “smantellamento” della cultura ainu, che dura fino a metà degli anni 50. L’antica lingua itak praticamente scompare.

Sul finire degli anni 60, con la controcultura, la denuncia sociale, le agitazioni studentesche, inaspettatamente scoppia una piccola rinascita ainu.

Nel 1994 viene eletto al Parlamento Nazionale Giapponese il social-democratico Shigeru Kayano, di etnia ainu.

Nel 1997, per la prima volta, viene proposto in Parlamento un progetto di legge per la tutela della minoranza ainu.

Nota 2 – IL KATAKANA

Hiragana e Katakana sono i due alfabeti fonetici autoctoni che, coesistendo e intersecandosi col Kanji (i caratteri ideografici di origine invece cinese), compongono il complesso sistema di scrittura in uso in Giappone.

Diversamente dagli alfabeti occidentali, Hiragana e Katakana descrivono suoni sillabici; si tratta di due scritture speculari, formate dai medesimi gruppi di sillabe. I caratteri usati sono 46, a cui si aggiungono 2 segni diacritici, il dakuten (o nigori, impurità) e l’handakuten (o maru, cerchio); le loro combinazioni descrivono 107 sillabe, divise in 4 gruppi: 46 suoni “puri” (seion), 20 suoni “impuri” (dakuon), 5 suoni “semipuri” (handakuon) e 36 suoni “contratti” (yoon).

I segni dell’Hiragana, di forma molto morbida, arrotondata, si usano per scrivere parole giapponesi, mentre quelli del Katakana, più spigolosi, vengono utilizzati per le parole di origine straniera, o per quelle onomatopeiche. Recentemente, per consentire di meglio trascrivere e pronunciare termini stranieri, al Katakana sono state aggiunte altre sillabe, circa una trentina.