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La Lama dei Druidi

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Anteprima testo

PROLOGO

NELL’ANNO 1045

Agli occhi degli uomini, la vita passa dal buio all’oscurità. Agli occhi degli dèi, la vita è una morte…

Dal Libro Segreto di Cadwallon il Druido

Nella Sala della Luce, le rammentarono il suo destino. Lì, tutto era luce, un’aurea luce pulsante simile al cuore della fiamma di una candela che pervadesse l’eternità; i suoi interlocutori erano pilastri di fuoco all’interno di quel vivido chiarore e le loro parole erano scintille. I grandi Signori del Wyrd non avevano volto né voce, perché tutte queste cose così umane erano da lungo tempo state consumate in loro dalla permanenza nelle Sale della Luce, e neppure lei aveva volto o voce, perché era molto debole, una pallida fiammella che tremolava appena… tuttavia li sentì parlare del suo destino, del grave compito che doveva assolvere, della lunga strada che doveva percorrere, del fardello che doveva addossarsi spontaneamente.

— Molte morti ti hanno condotta a questa svolta — le dissero. — È tempo che tu prenda nelle mani il tuo Wyrd, perché appartieni al dweomer fin nel profondo dell’anima. Te lo ricorderai?

Nella Sala della Luce non potevano esistere menzogne.

— Tenterò di ricordarlo — replicò. — Farò del mio meglio per ricordare la luce.

Sentì che la sua risposta aveva destato in loro un gentile divertimento.

— Sarai aiutata a ricordare — le promisero. — Ora va’: è tempo che tu muoia ed entri nell’oscurità.

Quando lei accennò ad inginocchiarsi… a prostrarsi davanti a loro… essi si precipitarono in avanti e glielo proibirono, perché erano consapevoli di essere soltanto servitori dell’unica vera luce, miserabili servitori della gloria a cui dovevano obbedienza, quella Luce che risplende al di là di tutti gli dèi.

Nell’entrare nella grigia terra nebbiosa, lei pianse, desiderando la luce, perché lì tutto era nebbia vorticante, composta da migliaia di spiriti e di visioni: coloro che le parlavano erano come venti che la sospingevano di qua e di là con le loro parole, e piansero con lei per l’amara caduta nell’oscurità che l’aspettava. Quegli spiriti del vento avevano un volto, ed ora lei si accorse di averne a sua volta uno perché qui, molto lontano dalla luce, tutti erano umani. Essi le rammentarono con i loro discorsi la vita fisica, e lei ricordò il desiderio, l’estasi della carne contro la carne.

— Ma non dimenticare la luce — le sussurrarono. — Aggrappati alla luce e segui il dweomer.

Il vento la sospinse in basso attraverso la nebbia grigia, e lei avvertì tutt’intorno a sé il desiderio che esplodeva come i lampi di un temporale estivo; d’un tratto, ricordò i temporali estivi, la pioggia su una faccia composta di carne, la fresca umidità dell’aria, il calore del fuoco e il sapore del cibo. Quei ricordi la presero nella loro rete come un piccolo uccello e la trascinarono in basso, sempre più in basso; a quel punto avvertì la sua vicinanza e la sua bramosia, la sua presenza maschile che un tempo lei aveva amato, lo sentì vicino, molto vicino, come un fuoco, e il suo desiderio la trascinò sempre più giù, facendola vorticare come una foglia intrappolata in un piccolo vortice vicino alla riva di un fiume.

Rammentò allora i fiumi che scintillavano sotto il sole. La luce, disse a se stessa, ricorda la luce che hai giurato di servire… e improvvisamente fu assalita dal terrore: il compito che si era addossata era molto grave e lei era molto debole, ed umana. Desiderò liberarsi per tornare alla Luce, ma ormai era troppo tardi e le maree del desiderio la trascinarono finché lei cominciò a sentire che stava acquistando peso, spessore, concretezza.

Poi ci fu l’oscurità, calda e gentile, una sognante oscurità fatta d’acqua: la morbida e sicura prigione di un grembo materno.

In quei tempi, lungo la costa di Eldidd si stendevano prati selvatici solcati da piccoli ruscelli, sui quali i contadini mandavano a pascolare il bestiame senza prendersi neppure il fastidio di reclamare la proprietà della terra in questione; quei prati erano un posto in cui un erborista poteva trovare con facilità nuove scorte di erbe, e il vecchio Nevyn vi si recava di frequente.

Nevyn era un uomo trasandato, con folti capelli bianchi che avevano quasi sempre bisogno di essere pettinati e vestito di sporchi abiti marrone che avevano quasi sempre bisogno di essere rammendati, ma nell’espressione dei suoi occhi azzurri come il ghiaccio c’era qualcosa che destava rispetto anche nei nobili di alto lignaggio. Tutti coloro che lo incontravano avanzavano inoltre meravigliate osservazioni sul vigore fisico da lui dimostrato, perché sebbene il suo volto fosse rugoso come una pezza di cuoio logoro e le sue mani chiazzate dall’età, Nevyn aveva il passo deciso di un giovane principe e viaggiava a lungo a cavallo, tirandosi dietro un mulo carico di erbe con cui curare i vari malanni dei poveri delle province di Eldidd.

È stupefacente, dicevano i contadini, anzi, più che stupefacente, se si considera che deve avere quasi ottant’anni.

Nessuno conosceva l’ancor più stupefacente verità, e cioè che Nevyn aveva oltre quattrocento anni ed era il più grande maestro del dweomer che il regno avesse mai conosciuto.

In quella particolare mattina d’estate, Nevyn era uscito sui prati per raccogliere radici di consolida, i cui fiori candidi danzavano sugli steli sottili mentre lui estraeva le piantine dal terreno servendosi di una piccola vanga d’argento. Il sole era tanto cocente che il vecchio si sedette all’indietro sui talloni per riposarsi un momento e per asciugarsi la faccia con quello straccio che un tempo era stato un fazzoletto… e fu allora che vide il presagio: sul prato, due allodole lasciarono il loro rifugio nell’erba emettendo uno splendido canto che era il loro grido di battaglia. I due maschi si levarono sempre più in alto nel cielo, aggirandosi e inseguendosi, ma nel frattempo la femmina che avrebbe dovuto costituire il premio del vincitore si levò dall’erba e volò via con indifferenza.

Con la gelida certezza che gli veniva dal dweomer, Nevyn comprese che presto avrebbe visto due uomini lottare per una donna che nessuno dei due aveva il diritto di possedere.

Lei era rinata.

Da qualche parte, nel regno, era una neonata che giaceva nelle braccia della madre esausta. Nevyn ebbe una vaga visione: il volto grazioso della giovane madre, imperlato di sudore ma animato da un sorriso rivolto alla bimba che teneva al seno. Quando la Visione svanì, il vecchio balzò in piedi spinto da un’ondata di pura eccitazione: i Signori del Wyrd erano stati pietosi, e questa volta gli avevano mandato un avvertimento per fargli sapere che da qualche parte nella vastità del regno di Deverry lei lo stava aspettando perché la guidasse al dweomer. In questo modo, avrebbe potuto cercarla e trovarla finché era ancora una bambina, prima che circostanze avverse gli rendessero impossibile districare il groviglio dei loro destini congiunti. Questa volta, forse, lei si sarebbe ricordata e gli avrebbe dato ascolto. Forse. Se l’avesse trovata.

CERRGONNEY, 1052

Il giovane stolto dice al suo maestro di essere pronto a soffrire per ottenere il dweomer. Perché è uno stolto? Perché il dweomer ha già fatto sì che lui pagasse e pagasse e pagasse prima ancora di giungere sulla sua soglia…

Il Libro Segreto di Cadwallon il Druido

Accompagnato da una fredda acquerugiola, il crepuscolo stava calando come una grigia coltre d’acciaio; nel guardare il cielo, Jill ebbe paura di rimanere fuori da sola, e si accostò in fretta alla catasta della legna da ardere, afferrandone una bracciata. Uno gnomo grigio, con le gambe magre e dinoccolate e il naso lungo, apparve su un grosso tronco, dove si appollaiò per osservarla, e quando lei lasciò cadere un pezzo di legno, lo afferrò e si rifiutò di restituirlo.

— Animale! — scattò Jill. — Allora tientelo!

Di fronte al suo impeto d’ira, lo gnomo scomparve in un soffio di aria gelida e Jill, quasi in lacrime, attraversò di corsa il cortile fangoso, diretta verso la rotonda costruzione di pietra della taverna, le cui imposte sbrecnendo stretta a sé la legna, Jill percorse il corridoio e sgusciò nella stanza in fondo ad esso, esitando un momento vicino alla porta nel vedere la sacerdotessa dal lungo abito nero inginocchiata accanto al letto della sua mamma; allorché la donna sollevò il viso verso di lei, Jill scorse il tatuaggio azzurro rappresentante una luna crescente che le copriva una metà della faccia.

— Metti un po’ di legna sul fuoco, bambina — disse la sacerdotessa. — Mi serve più luce.

Jill scelse i rami più sottili, alimentando con cura il fuoco che ardeva nel camino finché le fiamme si levarono alte e proiettarono ombre danzanti lungo le pareti della camera; quando ebbe finito, si sedette in un angolo sul pavimento coperto di paglia per osservare la sacerdotessa e sua madre, che giaceva immobile con il volto pallidissimo e madido del sudore della febbre. La sacerdotessa prese poi un…