Lothar Basler
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La Lama del Dolore

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Uno scenario cupo e fradicio di pioggia. Un uomo giunto alla fine di un lungo cammino nel fango e nei ricordi. Lothar Basler compare così nel prologo: solo, davanti alle mura della città di Lum, gravato da spettri ancora ignoti al lettore ma non per questo meno percepibili. Ai suoi occhi tutto sembra rimasto uguale, anche il palo degli impiccati, eretto frettolosamente fuori gli spalti: un sinistro ma abituale benvenuto.

Ma lui, dopo sette anni di servizio nell’esercito dei Principati, è profondamente cambiato: la necessità di sconfiggere le ombre che lo perseguitano è più forte di qualsiasi cosa, tanto da costringerlo a tornare nella sua città natale. Come ogni eroe che si rispetti, trova alleati quanto mai eterogenei, con i quali, per un gioco assurdo di fatalità, combatterà nemici umani e sovrumani al servizio di malvagie forze occulte. Fulcro di questa dimensione arcana, peraltro avvolta da un fitto mistero, è una spada incantata che Lothar deve disseppellire assieme al proprio passato.

Il Predestinato, la Compagnia di Amici, la Spada e il Nemico Oscuro: gli ingredienti per un fantasy classico, che rischia di sconfinare nello stereotipo, ci sarebbero tutti. Invece, il romanzo di MARCO DAVIDE esprime un’originalità che cattura l’interesse del lettore, focalizzandolo non tanto sul cosa viene narrato, ma sul come. L’ambientazione ci mostra un proto medioevo occidentale, in pieno sfacelo dopo la caduta di un Impero. Di esso, sappiamo che la capitale è Amor (Roma), e che del suo grandioso passato conserva solo il ricordo.

Pennellate teutoniche nei nomi e nei paesaggi fanno pensare a un’Europa centro settentrionale, dominata da una guerra infinita in stile Warhammer, nella quale le razze coinvolte mostrano connotati prevalentemente umani. Troviamo Alteani, Amoriani, Nordici, mentre le etnie tipicamente fantasy (nani e orchi) sono semplicemente popolazioni con caratteristiche differenti, amiche o nemiche secondo i casi. Ciò che rende interessante quest’ambientazione pseudostorica è un’atmosfera particolare, una rielaborazione goth che, fin dalle prime righe della storia, crea un velo livido su tutto il “mondo secondario” ideato dall’autore: nessuna concessione a quei paesaggi idilliaci e scenari maestosi tipici del Fantasy più tradizionale. Il mondo di Marco Davide è fatto di strade fangose e campagne allagate, di città sporche e vicoli malsani in cui si aggira un’umanità lercia e piagata, violenta e oggetto di violenza; visione distopica questa, che si riflette anche nella caratterizzazione dei personaggi.

Thorval è un guerriero nordico che aspira a diventare soldato di ventura, giunge a Lum per mettere la propria spada al servizio del miglior offerente, e si trova coinvolto suo malgrado in vicende nient’affatto previste. Appena arrivato fa conoscenza con Rugni, un nano rissoso, provvisto d’ascia e ovviamente ottimo bevitore di birra. Nonostante le tipiche caratteristiche “naniche”, Rugni mostra solo in parte quella burbera simpatia a cui tanta letteratura ci ha abituati. Osando un paragone azzardato, la sua violenza condita di malignità ricorda più il “Petty Dwarf” de I Figli di Hurin che non il buon Gimli de Il Signore degli Anelli. Il loro incontro viene celebrato con una buona bevuta alla taverna “Il Boccale del Gioco”, dove compare un altro dei protagonisti: l’amoriano Simone detto Muzio, locandiere appassionato di dadi. In questo personaggio, il più positivo del gruppo, la generosità, il forte senso di solidarietà e l’amore sincero per la moglie si mescolano all’abilità del baro capace di cavarsela grazie all’astuzia.

A loro si aggiunge l’inquietante Moonz, un mezz’orco ripudiato da tutti, capace di suscitare solo disgusto e pietà. Siamo quindi lontani dal personaggio “più eroico degli altri” per il suo essere ibrido e diverso: pur non apparendo ostile, la creatura viene raffigurata come una bestia, trascinata via a forza dalla sua tana piena di rifiuti e dalla sola vita che conosce.

Infine, il protagonista che coinvolge i compagni in un’avventura improvvisa quanto pericolosa: Lothar, l’uomo vestito di nero, possente nel fisico ma provato nell’animo, è l’anti-eroe solitario e “maledetto” che combatte una guerra tanto privata quanto drammatica in nome della vendetta personale, assumendo a malincuore il ruolo di capo.

In sostanza, ne La Spada del Dolore, il gothic e il dark-fantasy si incontrano, ma assumono connotati che mischiano il vecchio e il nuovo. Se il new gothic di ANGELA CARTER e IAN MCEWAN esprime l’horror nelle perversità quotidiane, abbandonando castelli in rovina e cime tempestose, nel romanzo di Davide gli elementi tradizionali sopravvivono attraverso il fascino morboso dei cimiteri, l’attrazione per il mistero e il “magico”, l’amore perduto e i conflitti interiori. Altri autori hanno impostato il loro stile su questa particolare atmosfera, ma con scopi differenti. L’ambientazione di GIULIO LEONI ne La Crociata delle Tenebre – una Roma “guasta”, immersa nella ferocia e nella melma – denuncia la corruzione morale di un preciso momento storico attraverso lo sfacelo della natura e delle opere dell’uomo, mentre quella presente in questo primo volume del ciclo “Lothar Basler” riflette una visione più interiore: un gotico dell’anima, un’oppressione che trascina lo spirito umano verso il basso, nel fango e nell’angoscia. E qui sta la sua diversità rispetto ai canoni classici di genere: nessuna velleità di romanticismo. Anche gli atti di coraggio non sono vero eroismo. Nessuno scontro epico tra Bene e Male, bensì fughe sporche e sanguinose, agguati disonesti e duelli da strada.

La componente tipicamente magica, preludio a un tono decisamente horror, si avverte sottopelle e non ruba mai la scena all’azione: una corrente sotterranea svelata a tratti e con cautela.

Nonostante qualche rigidità di trama, qualche caduta di tensione narrativa in dialoghi e descrizioni, quello di Marco Davide è un libro particolare, forse non adatto a tutti i palati ma accreditato da una scelta espressiva esasperata fino al suo apice, senza cedimenti o perplessità: l’autore assume uno stile estremo e lo porta fino in fondo. Tutto questo dimostra un’ispirazione vissuta e metabolizzata, capace di far intuire una crescita ulteriore di personaggi e narrazione.