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La Leggenda di Earthsea

L’Autrice e il suo tempo

URSULA KROEBER LE GUIN è autrice assai più poliedrica ed eclettica di quanto generalmente non si sappia in Italia, e la saga di Earthsea è solo una sfaccettatura della sua produzione letteraria.

Il suo impegno s’è esteso tanto al Fantasy e alla Fantascienza, quanto al mainstream, alla poesia, alla letteratura per ragazzi e alla saggistica. Nello specifico: sei libri di poesie, più di venti romanzi, oltre cento raccolte di storie brevi, varie collezioni di saggi, una quindicina di libri per bambini e quattro volumi di traduzioni.

Nata nel 1929 a Berkeley (California) dall’antropologo Alfred Kroeber e da Theodora Kracaw, anch’essa scrittrice, dopo la laurea in Letteratura Francese e Storia del Risorgimento Italiano alla Columbia University, nel 1953 si sposa con lo storico Charles A. Le Guin a Parigi. Durante la sua carriera colleziona una serie impressionante di riconoscimenti letterari, tra cui i maggiori award per la Fantascienza e il Fantasy; inoltre, tre dei suoi libri sono finalisti alla selezione per il Premio Pulitzer. Vende milioni di copie in tutto il mondo, e le sue opere vengono tradotte in sedici lingue; è inoltre ampiamente riconosciuta come Gran Master sia per il Fantasy che la Fantascienza.

Semplicemente, la statura letteraria di Ursula K. Le Guin è tale per cui non è possibile recensire la sua pregevole saga di Earthsea senza citare quale vastità, varietà e profondità di argomenti venga offerta al lettore.

La Trama

Il Mago di Earthsea (1969), il primo romanzo della saga, raccontato con grazia sapiente e stile asciutto, è la storia formativa di un ragazzo semplice la cui crescita interiore si completa affrontando il male causato dalle sue stesse azioni,

Il giovane si chiama Ged, è un pastore di capre dell’isola di Gont, una terra periferica e povera nel mondo insulare di Earthsea. Possiede il dono della magia e riceve dalla zia, strega del villaggio, i primi, preziosi rudimenti di Conoscenza, utili ad esempio per ricacciare in mare un gruppo di pirati giunti da terre lontane per fare razzia.

Come da tradizione, Ged riceve il nome adulto da Ogion, il mago locale, ma agli insegnamenti di quest’ultimo preferisce ben presto quelli della scuola di magia di Roke l’Inviolabile, l’Isola dei Saggi. Là comincia per lui una nuova vita, con un “nome d’uso” anch’esso nuovo, Sparviero, insieme a studenti più o meno coetanei, tra amicizie e rivalità.

Un giorno, sfidato da un compagno a dar prova del proprio potere, Ged commette una Grande Violazione, un atto di pura potenza, che causa la morte del Gran Mago di Roke e la comparsa di un pericoloso Essere d’Ombra. Braccato da questa creatura intenzionata a impossessarsi del suo corpo e del suo potere, il giovane fugge vagando di mare in mare e di terra in terra, ricorrendo a ogni espediente magico pur di salvarsi, compreso quello di tramutarsi in falco; finché, incapace di riprendere forma umana, torna a Gont per chiedere l’aiuto di Ogion.

Dopo avergli restituito il suo aspetto, il vecchio maestro lo mette in guardia: se continuerà a scappare dall’Ombra, essa lo inseguirà senza possibilità di scampo; dovrà essere invece lui ad attaccare, e sarà allora l’Ombra a dover fuggire…

La saga procede con Le Tombe di Atuan, 1971. La Le Guin ci presenta una storia dal sapore antico, mediterraneo, lungo un percorso di formazione e crescita tutto al femminile: le tradizioni costrittive, buie e immobili, contro la libertà di decisione, d’azione e di essere.

Rispetto al primo tomo, questo secondo è un crescendo, ambientato nell’isola di Atuan dove si venerano le Antiche Potenze Senza Nome, preesistenti alle Isole stesse. Nel complesso dei Templi immerso nel deserto domina una Sacerdotessa delle Tombe, Colei che Muore e Rinasce portando sempre lo stesso nome: Arha, la Divorata. Tenar è la nuova prescelta, destinata a dimenticare il proprio nome e a riconoscersi come l’ennesima Arha, passando il resto della vita rinchiusa tra quelle mura, assieme a “consorelle” ambiziose.

Le uniche figure maschili ammesse in questo universo sono gli eunuchi posti a guardia delle sacerdotesse.

A turbare la vita nel tempio, approda ad Atuan un intruso: un nemico del popolo di Kargard, un infedele senz’anima. Un mago. Si tratta di Ged, ormai adulto, divenuto Signore dei Draghi e impegnato in una Cerca di grande importanza: recuperare la metà perduta dell’Anello di Erreth Akbe, amuleto del grande incantatore Inthain.

Per Tenar/Arha la scoperta dell’intruso è traumatizzante: uno sconosciuto, dotato di Potere, e un uomo “vero”, il primo che lei abbia visto in vita sua. Lo imprigiona e lo ammira; dovrebbe ucciderlo… invece finisce per legarsi a lui.

Nel 1972, con La spiaggia più lontana, si conclude quella che per lungo tempo è stata considerata una trilogia perfetta, alla quale non si pensava ci fosse altro da aggiungere.

Il giovane Lebannen – principe di antica stirpe – viaggia verso l’isola di Roke recando notizie preoccupanti e una richiesta d’aiuto. Grazie a Ged e Tenar, la Runa della Pace è stata reintegrata e restituita al palazzo del re, ma il trono è ancora vuoto; violenze e soprusi non hanno quindi terminato di flagellare il Mondo Arcipelago.

Sta inoltre accadendo qualcosa di strano alle creature incantate: streghe, maghi e persino i draghi perdono l’uso delle parole magiche, ovvero la conoscenza dell’Antica Lingua con cui Segoy, il creatore mitologico di Earthsea, ha tratto le isole dal mare in tempi arcaici. È come se nel mondo vi fosse uno squarcio da cui defluisse tutta la magia: cosa può averlo causato e come può essere risanato?

Sparviero, divenuto arcimago, partirà col giovane principe alla ricerca di questa “ferita” e, forse, anche di un re.

Nel 1990, poco meno di vent’anni dopo l’uscita del volume precedente, la Le Guin torna nel suo arcipelago fantastico con L’Isola del Drago, e, in un’atmosfera profondamente mutata, ci mostra Ged e Tenar privi di poteri e impegnati in una vita da persone semplici, faticosa ma arricchita da molte esperienze. Il quarto è, nell’ambito della saga, il romanzo che ha in gioco la minore “quantità” di magia; qui diventa centrale il ruolo dei draghi.

Il giovane re Lebannen siede ora sul trono di Havnor, mentre Tenar, sposatasi con un piccolo proprietario terriero e divenuta madre, accoglie nella propria famiglia una bambina che chiama Tehanu, vittima di terribili abusi, sfigurata sia nel corpo che nello spirito. Per quanto riguarda Sparviero, è tornato a Gont dopo una lunga assenza, in groppa a Kalessin, il più anziano dei draghi; ma le sue condizioni sono miserevoli, soprattutto è svuotato di ogni potere magico, cosa che lo lacera nel profondo inducendolo a dimettersi dal ruolo di Arcimago e a ritirarsi ad accudire le capre negli alti pascoli, il mestiere praticato da ragazzo. Questo periodo sugli alpeggi però gli gioverà, donandogli un nuovo, semplice equilibrio, e permettendogli di presentarsi ancora attivo e pronto quando Tenar si troverà a dover difendere se stessa e la piccola Tehanu da nuovi pericoli: un gruppo di bruti guidati dal padre naturale della bambina, protetto addirittura dal Signore di Re Albi.

La lunga saga termina nel 2001con I Venti di Earthsea: quest’avventura conclusiva ci presenta Ged e Tenar ormai invecchiati, e Tehanu divenuta una giovane donna.

Alder, uno stregone di basso rango che “ha la capacità di aggiustare ciò che è rotto”, si reca in visita al famoso Sparviero per chiedergli consiglio, in preda agli incubi. La moglie defunta, infatti, lo aspetta ogni notte “al di là della soglia del sonno”, oltre il muro dell’esistenza che separa i vivi dai morti. Ogni volta che si addormenta, le voci di lei e di intere torme di morti lo implorano: “liberaci!”

Parallelamente, compare nelle saga il personaggio di Sesserakh, principessa d’Oriente inviata dal padre in sposa a Lebannen, re dell’Occidente, come pegno di pace tra i due antichi regni, costretta quindi ad affrontare un lungo viaggio per mare, verso una terra ignota e un futuro marito di cui non conosce neppure il linguaggio, principe di una popolazione che le è sempre stata dipinta come demoniaca.

Le vicende di questo quinto e ultimo romanzo ruoteranno intorno alla problematica situazione del regno di Havnor, al sommovimento inquieto dei morti e alla nuova ostilità dei Draghi: tutto collegato agli inquietanti lamenti che turbano i sogni di Alder.

Earthsea, il mondo arcipelago

Il Mago di Earthsea venne pubblicato negli Stati Uniti durante il fatidico 1969, anno di contestazione sociale da parte delle allora giovani generazioni, di cui Woodstock è stato il rito celebrativo.

Si ascoltavano Beatles, Rolling Stones, e altri mostri sacri della musica elettrica anglosassone; il movimento Beat e gli Hippy andavano per la maggiore, J.R.R. TOLKIEN era ancora vivo e, anzi, era uscita di recente una riedizione de Il Signore degli Anelli, la cui ombra sembrò annichilire, nell’ambito del fantasy, ogni concorrenza. Un grande estimatore del genere, testimone di quegli anni e di quella stessa cultura, descrive in questi termini l’aria che tirava: “Gli hobbit andavano forte quando avevo diciannove anni (…) Ci sarà stata una mezza dozzina di Merry e Pippin a sguazzare nel fango dei campi di Max Yasgur durante il grande festival di Woodstock; i Frodo almeno il doppio e i Gandalf hippy neanche si potevano contare. Il Signore degli Anelli era popolarissimo (…)” (da Avere 19 anni, STEPHEN KING).

Un altro autore, che la maggior parte dei lettori italiani di Fantasy conosce, TERRY BROOKS, ci dà anch’egli una testimonianza degli anni immediatamente successivi: “All’epoca (il 1974, nda) c’era la convinzione diffusa che la Fantasy non si vendesse, che i lettori fossero pochi e appartenessero a una sottocategoria della Fantascienza e che le possibilità di espansione fossero limitate. Sì, J.R.R. Tolkien aveva venduto centinaia di migliaia di copie de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, ma questo perché era Tolkien, e come lui non ce n’erano altri. La Fantasy, come narrativa di ‘genere’, era troppo fuori della realtà per essere commercializzata presso il pubblico più vasto” (da A volte la magia funziona, Terry Brooks).

Ma Il Signore degli Anelli, per quanto opera immensa, profonda e leggibile da varie angolazioni, era stata scritta da un autore vivamente intriso di cultura cattolica conservatrice. È vero che gli hippy statunitensi di quel tempo ne coglievano soprattutto il lato anticipatore del moderno ambientalismo, ma non poteva sfuggire il minimo ruolo assegnato da questo scrittore ai personaggi femminili, né il tipo di relazione – estremamente platonica – fra personaggi-chiave quali Aragorn e Arwen. Dopotutto lo stesso King, sempre nel testo sopra citato, si riferisce al SdA dicendo: “(…) Erano le avventure di una banda di pellegrini fondamentalmente anglosassoni in un’ambientazione mitologica dal sapore norvegese. Mi piaceva l’idea della ricerca – l’adoravo, in effetti – ma non avevo interesse né per i gagliardi campagnoli di Tolkien (non che non mi piacessero, anzi) né per le sue boscose ambientazioni scandinave. Se avessi cercato di dirigermi in quella direzione avrei sbagliato tutto”.

Sarà forse per reazione a questa generalizzata interpretazione tolkeniana che, esordendo nel Fantasy (era già un’affermata autrice di Fantascienza), Ursula K. Le Guin compose questa strofa, contenuta nella canzone “La Creazione di Éa”:

Solo nel silenzio la parola,
solo nella tenebra la luce,
solo nella morte la vita;
fulgido il volo del falco nel cielo deserto.

L’autrice crea infatti un mondo di opposti intrecciati in un equilibrio mobile e mutevole. I maghi di Roke portano tutti il bastone come gli ishtari di Tolkien, e sono pensati sul modello dei vescovi del IV e V secolo, ma l’incantatore a cui Sparviero riconosce fedeltà, Ogion (nome prettamente celtico), vive in disparte dai propri “colleghi”, in una località chiamata, forse non a caso, Re Albi. Albi è una località nel sud della Francia in cui, fra i secoli XII e XIII, si era diffusa l’eresia catara, ennesima apparizione di quel credo che voleva il Bene equivalente in potenza (e non superiore) al Male.

I catari fecero tremare il papato romano, a quel tempo inventatosi come potere concorrente a quello temporale, e contro di loro venne indetta la famigerata Crociata degli Albigesi: l’impresa, sanguinaria e feroce, sradicò da quelle terre assolate la loro lingua, la Langue d’Oc, che aveva brillato per la sua poesia cortese e i suoi trovatori, girovaghi e avventurieri.

La citazione della Le Guin ha quindi un eco storico-religioso molto netto.

Un altro aspetto di questo Mondo Arcipelago, le cui città e navi ricordano tanto il Mediterraneo medievale (la città di Hort è un esempio lampante, ne La Spiaggia più Lontana), è di presentare tematiche simili a quelle di MARGARET MEAD, l’antropologa statunitense che nel suo libro più famoso ha studiato lo sviluppo adolescenziale delle giovani samoane lo sviluppo adolescenziale dei giovani giavanesi, contrapponendo la crescita armonica in quella cultura “selvaggia”, alle crisi, paure e oppressioni a cui erano soggetti i coetanei del “civilizzato” Occidente.

Il messaggio forte della Le Guin è che ogni Luce deve incontrare la propria Ombra per brillare veramente. La crescita avviene per azione e decisione, sviluppo del sé, non per rinuncia, meditazione, privazione.

Nel mondo di Earthsea il nemico può apparire esterno, ma alla fine lo si scopre albergare nel cuore e nella mente di ognuno di noi.

Interpretando in modo magistrale la levità di lingua di LORD DUNSANY, Ursula K. Le Guin ci ha fornito un capolavoro, tanto per stile che per contenuti.

Fare un Fantasy senza (quasi) magia

Fra le uscite de La spiaggia più lontana e L’Isola del Drago sono intercorsi diciotto anni, e, come accennato in precedenza, in effetti, i primi tre episodi della saga sembrano costituire una trilogia a sé stante (sebbene ogni libro di Earthsea sia autoconclusivo). La forte impressione è che qualcosa, nella sua vita personale o nel panorama del Fantasy, abbia indotto l’autrice a tornare sul tema e a dire – di nuovo – la sua.

Nei primi tre libri, il ruolo del “magico” è grande. I maghi sono gli unici (insieme ai draghi) a conoscere l’Antica Lingua della Creazione. Quando, ne La spiaggia più lontana, l’equilibrio del mondo è messo in crisi da uno di loro, il sintomo evidente è la perdita delle parole magiche; inoltre Ged, in gran parte protagonista dei primi tomi, è mago dotato di un potere che usa ampiamente.

Sembra un ripensamento, quindi, quello della Le Guin che, nei due libri finali, presenta protagonisti senza poteri alle prese con antagonisti che invece li utilizzano per proprio tornaconto. Come si è detto, fra gli anni Sessanta e Settanta il Fantasy era considerato una costola della Fantascienza, e Tolkien sembrava averne esaurito tutti gli argomenti. È in questa fase (e nel clima culturale dei pieni anni Sessanta) che nasce Earthsea. Dall’uscita de La Spada di Shannara in poi, però, il genere ha avuto una rapida rivalutazione, cominciando quella scalata che l’ha poi portato alle fortune odierne. Ma autori come Brooks, Eddings, Goodkind e la pletora di scrittori di marca TSR, col “magico” sono andati a nozze, infarcendo la “torta” di troppa “panna” rischiando di renderla stucchevole.

Sarà solo un’impressione, ma credo che questa autrice abbia voluto dare una lezione, da Grand Master quale è, ai suoi colleghi e ai tanti lettori-aspiranti autori disseminati in tutto il mondo, ponendo questo interrogativo: si può scrivere un buon Fantasy senza che la magia (per non parlare di elfi, nani, gnomi, fate…) abbia un ruolo centrale? Oggi, ai giorni di GEORGE MARTIN e della sua Canzone del Ghiaccio e del Fuoco, la domanda può sembrare retorica, ma non lo era allora, nel 1990, quando Ursula K. Le Guin ha indicato con tanta graziosa autorevolezza la nuova via.


Bibliografia orientativa

La Leggenda di Earthsea, Ursula K. Le Guin, Editrice Nord;
A volte la magia funziona, Terry Brooks, Arnoldo Mondadori Editore;
Sull’avere diciannove anni (introduzione ai tomi della saga La Torre Nera), Stephen King, Sperling & Kupfer.