La Luce del Sole (Fledgling, 2005) Octavia E. Butler
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La Luce del Sole

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Anteprima testo

La Luce del Sole (Fledgling, 2005) Octavia E. Butler

1

Mi risvegliai tra le tenebre.

Avevo fame – una fame da leoni! – e sentivo dolore. Nel mio mondo non c’erano che fame e dolore, nessun’altra persona, nessun’altra contingenza, nessun’altra sensazione.

Giacevo su una superficie dura e scabra che mi procurava dolore. Una parte di me era in preda al bruciore, scottava. Cercai di trascinarmi via dalla fonte del calore, qualunque essa fosse, muovendomi adagio, procedendo tentoni fino a trovare refrigerio, una superficie levigata e un po’ di sollievo dal dolore.

Era doloroso muoversi. Lo era perfino respirare. Mi martellavano le tempie e la testa pareva sul punto di scoppiarmi; la tenevo tra le mani, piagnucolando. Il suono della mia voce, finanche il contatto con le mie mani, pareva acuire il dolore. In due punti la mia testa sembrava come ricoperta di croste e bernoccoli e… quasi molle.

E avevo così tanta fame.

La fame era una violenta fitta interiore. Ginocchia al petto, raggomitolai il mio corpo vuoto e ferito, piagnucolando dal dolore. Mi aggrappai a quale che fosse la superficie su cui mi trovavo. Dopo qualche tempo giunsi a capire, a ricordare, che ciò su cui giacevo avrebbe dovuto essere un letto. A poco a poco ricordai cos’era un letto. Le mie mani non erano aggrappate a un materasso, a dei cuscini, a delle lenzuola o a delle coperte, ma a cose che di primo acchito non riconobbi. Una superficie dura, della polvere, qualcosa di leggero e fragile. A mano a mano capii di essere per terra, sopra sassi, terriccio e, forse, foglie secche.

Il peggio era che, ovunque guardassi, non c’era traccia di luce. Non riuscivo nemmeno a scorgere le mie mani, che tenevo sollevate davanti a me. Davvero era tanto buio? O avevo un problema agli occhi? Non avevo il dono della vista?

Giacevo tremando tra le tenebre. E se i miei occhi fossero stati ciechi?

Poi sentii avvicinarsi qualcosa, qualcosa di grosso e rumoroso, qualche animale. Non riuscivo a vederlo, ma un istante dopo riuscii a sentirne l’odore. Un odore… non propriamente buono, ma comunque appetibile. Per quanta fame avevo, non ero in condizione di mettermi a cacciare. Giacevo piagnucolando tra i fremiti mentre il tormento della fame cresceva e oscurava tutto.

Pareva dovessi riuscire a localizzare quella creatura dal rumore che faceva. In tal caso, se i rumori provenienti da me non l’avessero spaventata, forse avrei potuto agguantarla, ucciderla e mangiarla.

O forse no. Tentai di alzarmi; ricaddi all’indietro tra i lamenti, riscoprendo una volta di più quanto lancinante fosse il dolore su ogni punto del mio corpo. Giacevo immobile, cercando di restare in silenzio, di rilassare il corpo e di non tremare. E la creatura si fece più vicina.

Attesi. Sapevo di non poterle dare la caccia, ma se si fosse avvicinata quanto bastava avrei potuto acchiapparla sul serio.

Dopo quello che parve un attimo interminabile, mi trovò. Si avvicinò come un animale mansueto; io giacevo quasi fuori di me, tremando e ansimando, con un solo chiodo fisso in testa: cibo! Tanto cibo. Mi toccò il viso, il polso e la gola, arrecandomi in qualche modo dolore a ogni tocco ed emettendo versi tutti suoi.

Il tormento della fame ebbe la meglio su tutti gli altri. Scoprii di essere forte malgrado i disturbi. L’afferrai. L’animale si ribellò, strattonandomi e divincolandosi per fuggire, ma ormai l’avevo in pugno. Lo tenni stretto, gli salii sopra con le gambe, lo raggiunsi alla gola, ne assaporai il sangue e ne fiutai il terrore. Con i denti lo sbranai alla gola fino a farlo collassare. Poi, infine, mangiai, rimpinzandomi della carne fresca di cui avevo bisogno.

Mangiai quanta più carne potei. Poi, saziata la fame e alleviato il dolore, mi misi a dormire accanto a ciò che restava della mia preda.

Al mio risveglio, le tenebre avevano iniziato a dissiparsi. Riuscivo di nuovo a vedere la luce e scorsi qualche sagoma sfocata che ne bloccava l’ingresso. Non sapevo cosa fossero quelle sagome, ma riuscivo a vederle. Fu allora che cominciai a credere che i miei occhi fossero stati in qualche modo feriti e che stessero pian piano guarendo. Qualche attimo dopo la luce fu troppa. Mi bruciavano gli occhi e la pelle.

Volsi le spalle alla luce, trascinandomi con la mia preda verso gli abissi della fresca semioscurità all’apparenza così vicina eppure così tanto difficile da raggiungere. Quando fui a una distanza tale da sfuggire alla luce, mi rimisi a mangiare e a dormire, mi risvegliai e mangiai. Persi il conto di tutte le volte che lo feci. Dopo un po’ ci fu un problema con la carne: iniziò a puzzare talmente tanto che, malgrado avessi ancora fame, non riuscii più a toccarla. A dire il vero, quell’odore mi nauseava. Dovevo allontanarmi. Ricordavo quanto bastava per capire che aveva iniziato a marcire. Dopo un po’ la carne marcisce, emana cattivi odori e attira gli insetti.

Avevo bisogno di carne fresca.

Le ferite sembravano in via di guarigione e mi muovevo con più facilità. Riuscivo a vedere molto meglio, specialmente se la luce era poca. Durante una delle mie scorpacciate mi ricordai che l’ora con meno luce si chiamava notte e che io la preferivo al giorno. Non stavo soltanto guarendo. Stavo riacquistando memoria delle cose. E ormai, perlomeno di notte, potevo cacciare.

Avevo ancora male alla testa, che, monotona, continuava perlopiù a martellarmi; eppure il dolore era sopportabile. Non era più l’agonia di prima.

Mi bagnai non appena strisciai fuori dal mio rifugio, in cui giacevano i resti marcescenti della mia preda. Per un po’ rimasi a sedere immobile a sentire il bagnato; l’acqua si riversava sulla mia testa, la mia schiena e il mio grembo. Qualche istante dopo capii che stava piovendo; pioveva a dirotto. Non riuscivo a rievocare alcuna sensazione passata di pioggia sulla pelle, di acqua che cadeva dal cielo frangendosi delicatamente sulla mia pelle.

Decisi che mi piaceva. Mi alzai lentamente in piedi; le ginocchia protestarono contro quel movimento con fitte di dolore distinte. Una volta in piedi, rimasi immobile per qualche tempo, nel tentativo di abituarmi a stare in equilibrio sulle gambe. Mi ressi alle rocce che per caso trovai lì accanto e mi guardai intorno per cercare di capire dove fossi. Ero in piedi sul fianco di una collina sopra cui svettava una massa rocciosa compatta e verticale. Dovetti osservare tutte quelle cose, lasciare che la loro vista mi riportasse alla mente i loro nomi: il pendio, la parete rocciosa, gli alberi – pini? – che crescevano sulla collina fino alla parete rocciosa che declinava a strapiombo. Vedevo tutto ciò, eppure non avevo idea di dove fossi, di dove avrei dovuto essere, di cosa mi avesse portato lì o del perché fossi lì; erano tante le cose di cui ero all’oscuro.

La pioggia si fece più forte. Mi piaceva ancora. Lasciai che lavasse via il mio sangue e quello della mia preda, che rimuovesse dal mio corpo la sporcizia che avevo raccolto dal mio giaciglio. Lavato via un po’ più di sudiciume, giunsi le mani a coppa, raccolsi dell’acqua e mi misi a bere. Era talmente buona che passai parecchio tempo a raccogliere pioggia e a berla.

Poco dopo la pioggia diminuì e decisi che era giunto il momento di andare. M’incamminai giù per la collina. In principio non fu semplice camminare. Mi facevano ancora male le ginocchia e avevo difficoltà a tenermi in equilibrio. Mi fermai una volta e guardai indietro. Vidi allora che il luogo da cui venivo era una piccola grotta scavata sul fianco della collina. In quel momento per me era quasi invisibile, coperta com’era da una cortina di alberi. Era stato un buon posto in cui rintanarsi e guarire. Non avevo corso pericoli, in quel posticino nascosto. Ma come avevo fatto a finirci? Da dove venivo? Come avevo riportato quelle ferite? Perché quell’abbandono in solitudine a morire di fame? E ora che stavo meglio, dove dovevo andare?

Vagavo giù per la collina senza una meta precisa. Non conoscevo nessun’altra persona, non ricordavo nessun’altra persona. Aggrottai le sopracciglia, scegliendo la direzione da seguire tra alberi, cespugli e rocce sopra il terreno bagnato. Stavo riacquistando memoria delle cose, perlomeno per categorie: cespugli, rocce, fango… Mi sforzai di ricordare qualcosa in più su di me, qualcosa di ciò che mi era capitato prima del risveglio nella grotta. Non mi venne in mente niente di niente.

Improvvisamente, mentre camminavo, mi venne da pensare che ero a piedi scalzi. Camminavo con prudenza, evitando di mettere i piedi su qualunque cosa potesse ferirmi; eppure ormai ero in grado di vedere e capire che ero a gambe e piedi nudi. Sapevo che avrei dovuto indossare un paio di scarpe. In realtà sapevo che avrei dovuto indossare dei vestiti. Invece ero senza indumenti. Ero come mamma mi aveva fatto.

Mi fermai a guardarmi. La pelle era segnata di cicatrici, brutte cicatrici che correvano sopra ogni parte del corpo a me visibile. Si trattava di cicatrici estese e grinzose, lucide chiazze di pelle rossa e marrone. Le avevo sempre avute? Il viso era deturpato? Toccai una delle grosse cicatrici che correvano lungo l’addome; quindi toccai il viso. Sembrava non ci fosse differenza. Forse il viso era deturpato dalle cicatrici. Mi chiesi che aspetto avessi. Nel toccare la testa mi accorsi di non avere praticamente capelli. L’avevo toccata aspettandomi di trovarne. Avrebbero dovuto esserci. Invece, tranne una piccola ciocca sulla nuca, di capelli non ne avevo. Più in alto, sopra la testa, c’era un punto deforme, una rientranza dolorosa al tatto che sembrava peggio della calvizie e delle cicatrici. Ricordai che, mentre giacevo nella grotta, in due punti la testa mi era sembrata bernoccoluta e molle, come se la carne fosse stata lesionata e il cranio sfondato. Ormai non c’era più traccia di parti molli. Come il resto, anche la testa era in via di guarigione.

In qualche modo avevo riportato ferite molto gravi, eppure non riuscivo a ricordare come.

Avevo bisogno di ricordare e di coprirmi. La nudità mi era parsa del tutto normale fin quando non ne ebbi consapevolezza. Dopodiché mi parve intollerabile. Tuttavia avevo soprattutto bisogno di rimettermi a mangiare.

Ripresi a camminare giù per la collina. Giunsi infine presso uno spazio aperto più pianeggiante, un terreno agricolo con campi in cui cresceva qualcosa e altri già mietuti o vuoti per diverse ragioni. Mi trovavo di nuovo a riacquistare memoria delle cose – qualche frammento –, a comprendere in piccola parte quanto vedevo, forse proprio perché lo vedevo.

Un lato era occupato dai ruderi di quelli che via via riconobbi come i resti bruciati di numerose case e rimesse a cui le fiamme non avevano lasciato scampo, tanto che, da quello che potevo vedere, non offrivano…

La luce del sole - Copertina

Tit. originale: Fledgling

Anno: 2005

Autore: Octavia Estelle Butler

Edizione: Fanucci (anno 2013), collana “TIF Extra”

Traduttore: Marco Raspa

Pagine: 352

ISBN-10: 8834721217

ISBN-13: 9788834721216

Dalla copertina | Shori è una ragazzina colpita da una forma di amnesia selettiva, condotta dalle sue stesse abilità a una scoperta sensazionale: sopravvissuta alla strage della propria comunità, è in realtà una vampira di cinquantatré anni geneticamente modificata per essere immune alla luce del sole, la figlia perduta di un’antica razza di creature semi-immortali, gli Ina, che vivono in misteriosa simbiosi con il genere umano. Dopo il risveglio traumatico in una caverna, dimentica del proprio passato e protetta dalla pelle scura, dovrà lottare per difendersi da chi vuole annientarla definitivamente. L’ultimo capolavoro di Octavia Butler contribuisce alla creazione di un nuovo modello di storie sovrannaturali, che si discosta dal classico romance gotico per approdare a una più attuale declinazione di fantascienza sociale.