La Maledizione di Odi (La Maledicció d'Odi, Maite Carranza)
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La Maledizione di Odi

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PARTE PRIMA

I SENTIMENTI

Oro nobile lavorato da sagge parole,
destinato a mani non ancora nate,
triste esiliato dal mondo dalla madre O.
Ella così volle.
Ella così decise.
Rimarrai, dunque, occultato nelle profondità della terra,
finché i cieli non bruceranno e gli astri intraprenderanno il loro cammino.
Allora, e soltanto allora, la terra ti espellerà dalle sue viscere,
accorrerai obbediente alla sua mano bianca
e la ungerai di rosso.
Fuoco e sangue, inseparabili,
nello scettro del potere della madre O.
Fuoco e sangue per l’eletta che possiederà lo scettro.
Sangue e fuoco per l’eletta che sarà posseduta dallo scettro.

Profezia di Trebora

CAPITOLO UNO

L’incontro

Un uomo biondo, alto, con gli occhi azzurri e le mani grandi l’abbracciò con una forza tale che fu sul punto di soffocarla.

Anaïd non sapeva se soffocava per la mancanza d’aria o per l’emozione dell’incontro.

Sognava quell’abbraccio da quindici anni.

L’uomo era suo padre. Si chiamava Gunnar, e lo vedeva per la prima volta.

Tra le braccia di Gunnar, Anaïd sentì un solletichio dolce sulla schiena ed ebbe voglia di miagolare come il suo gatto Apollo. Socchiuse gli occhi, si accoccolò immobile sul suo petto assaporando ogni momento, ascoltò uno a uno i battiti del suo cuore sconosciuto come il suo odore marino o il suo accento islandese. Tic–tac, Tic–tac, suonavano. Le ricordarono una sveglia gigante color verde mela, e pensò che avere un padre in carne e ossa fosse una sensazione rasserenante, come trovare le scarpe di fianco al letto quando ci si sveglia, o aprire un ombrello sotto la pioggia.

Si vergognò di aver paragonato suo padre a un ombrello, ma non ebbe il tempo di rettificare e di trasformarlo in qualcosa di più poetico, come il vento di Levante o un raggio di sole primaverile, perché la voce di Selene spezzò la magia dell’incontro.

«Anaïd!»

Il suo nome, pronunciato con una sfumatura di risentimento, era il segnale che stava facendo qualcosa di sbagliato. Era lo stesso tono che usava sua madre quando, da piccola, la vedeva prendere le patatine fritte con le mani, o le ricordava di chiudere la porta quando usciva. Fece finta di non sentire, ma Gunnar alzò gli occhi e ritirò le braccia che l’avvolgevano con calore.

«Selene!», esclamò emozionato.

Anaïd si sentì improvvisamente abbandonata e si rese conto della profondità e dell’intensità dell’abbraccio che aveva appena ricevuto. L’avrebbe ripetuto volentieri.

Selene, invece, non volle provarlo.

«Fermo» disse a Gunnar.

E gli puntò il suo atam per impedirgli di avvicinarsi a lei.

«Ciao, Selene». Gunnar aveva una voce dolce come i suoi occhi o le sue mani. Era un modo diverso di abbracciarla. Selene, sulla difensiva, non si scompose.

«Cosa vuoi?»

Non sembravano una coppia affiatata. Anzi, non sembravano neppure una coppia. Eppure, nonostante tutto, erano una bella coppia. Anaïd pensò che era davvero un peccato che la situazione fosse tanto complicata. E si ricordò con nostalgia di come sua madre si fosse innamorata pazzamente di suo padre la prima volta che l’aveva incontrato. Erano trascorsi quindici anni. Tanta acqua era passata sotto i ponti.

«Vi credevo morte…»

«Come vedi, non siamo morte. Ora te ne puoi anche andare».

La voce di Selene, il suo atteggiamento e i suoi movimenti erano aggressivi.

«Per molto tempo ho creduto che l’orsa vi avesse ucciso e divorato» confessò Gunnar.

Selene ribatté, secca:

«L’unico che voleva mangiarsi la bambina eri tu».

Per Anaïd fu come uno schiaffo. Forse suo padre non era capace di amarla, neanche un pochino?

Gunnar non raccolse il guanto di sfida.

«Anaïd è tale e quale me la immaginavo nei miei sogni».

«Tu sogni?» chiese Selene sarcasticamente. «Credevo che gli Odish non ne fossero in grado».

«Mamma, basta!» la fermò Anaïd.

Era offesa dal suo tono strafottente, ma quello che la faceva imbestialire era che non accettasse la possibilità che suo padre l’avesse sognata. Era forse gelosa?

«Ci sono molte cose che non sai, Selene. Non hai la più vaga idea di come mi sia sentito in tutto questo tempo, né delle ore, i mesi e gli anni che ho occupato con il tuo ricordo e con quello di Anaïd».

Anaïd percepì un’onda di calore che le scendeva per la gola e le scaldava le viscere.

«Per questo hai ucciso l’orsa? Per vendicare la nostra morte?» gli chiese impulsivamente.

Gunnar si girò verso di lei. Pareva sincero.

«Mi dispiace. Ho saputo molto tempo dopo che eravate sopravvissute, e proprio grazie all’orsa. Se ti può consolare, la sua pelle non ha alleggerito la mia coscienza».

Selene forzò una risata offensiva. O così parve ad Anaïd.

«Coscienza? Tu? Non farmi ridere. Dici che hai una coscienza e che ti ha tormentato durante tutto questo tempo? Questa sì che è una novità! Credevo che gli Odish non avessero coscienza».

Anaïd si arrabbiò. Selene sottolineava troppo la parola Odish. La ripeteva apposta e scandiva il suono fricativo della shhh per renderlo più stridulo. Era un modo per tracciare una linea e rimanere da una parte. Nel suo schema manicheo, Selene era una Omar pura, mentre Gunnar era un Odish impuro. Non c’era possibilità di dialogo tra le due parti: Gunnar era come un appestato.

Ma come la metteva con lei, Anaïd, la sua stessa figlia? Non era forse anche figlia di un Odish? O non era nessuna delle due cose?

Nonostante questo, Anaïd non era disposta a lasciarsi scappare suo padre, né a permettere a sua madre di cacciarlo dalla sua vita alla prima occasione.

«Ti fermi a cena?»

Il silenzio si poteva tagliare con un coltello.

«Mi inviti?» chiese Gunnar con prudenza.

Anaïd anticipò Selene, chiudendole la bocca.

«Ma certo, sei mio ospite. Rimani a cena, per favore».

Questa volta Gunnar non esitò.

«Grazie, sarà un piacere».

«E ti fermerai anche a dormire?»

Selene impallidì. Le leggi Omar dell’ospitalità erano sacre, neppure lei aveva la potestà di negare un pasto e un letto a un ospite.

Gunnar si rese conto del suo disagio e cercò di evitarle l’imbarazzo.

«Posso dormire in macchina o guidare ancora per qualche chilometro, fino a Benicarló».

Selene si arrabbiò.

«Non c’era bisogno che lo dicessi!»

«Cosa?»

«Anaïd non sa dove siamo».

«Ti sbagli» la corresse sua figlia.

Anaïd lo sapeva perfettamente.

Si trovavano in un piccolo camper parcheggiato in mezzo a un radura solitaria, a pochi chilometri dall’autostrada. Le pianure soavi solcate da canali di irrigazione che si intuivano a Ovest, il mandorleto al Nord, il volo di qualche gabbiano, il rumore lontano delle onde e l’aroma degli aranci in fiore, intenso e dolce, le avevano fatto supporre, giustamente, di trovarsi nelle terre di Levante.

Selene aveva cercato di fare in modo che sua figlia non indovinasse la strada che percorrevano da quando avevano lasciato Urt, nel cuore dei Pirenei. Fuggivano da Baalat, l’Odish fenicia, e nessuno doveva sapere dove si trovavano né dove erano dirette.

Anaïd, però, si orientava facilmente. Demetra, sua nonna, l’aveva addestrata fin da piccola e, senza quasi volerlo, rilevava la sua posizione dall’altezza del sole, dal suo cammino e dal calore dei suoi raggi. Sapeva anche leggere i cieli stellati, che aveva imparato a decifrare grazie a Selene, nelle fredde notti pirenaiche. Con un solo sguardo, attraverso i vetri opachi del camper, sapeva che era mezzanotte, che andavano in direzione Sud e che a pochi chilometri verso Est c’era il Mar Mediterraneo.

Mentre rifletteva su tutto questo, Anaïd si rese conto che Selene aveva estratto da un cassetto un oggetto e lo offriva a Gunnar con una smorfia sprezzante.

«Riprenditeli. Non vogliamo i tuoi regali».

Anaïd lanciò un urlo e le strappò la scatola.

«Sono miei, li ha regalati a me!»

Erano gli orecchini di rubini che Gunnar le aveva fatto recapitare come regalo per i quindici anni.

Selene affrontò sua figlia.

«Ridaglieli».

Anaïd avrebbe preferito continuare a essere neutrale, ma non ci riusciva. Se avesse restituito gli orecchini a Gunnar, si sarebbe schierata con Selene. Se non l’avesse fatto, si sarebbe sbilanciata per Gunnar.

«Mamma, non mi costringere…»

Selene era furente.

«Restituisciglieli immediatamente! Io l’ho fatto!»

Era vero, ma l’arroganza di Selene la sbilanciò verso Gunnar.

«Tu li hai rifiutati, ma io no. Me li tengo».

Si palpò il lobo sinistro, prese un orecchino tra indice e pollice e perforò col gioiello appuntito la pelle sottile che ricopriva il buco. Era da tanto che non portava orecchini e il buco le si era richiuso. Sentì una staffilata quando la carne si strappò, ma non si lasciò sfuggire nemmeno un grido. Durante tutta l’operazione sostenne lo sguardo di Selene, come in un duello.

Una goccia calda le schizzò sulla maglietta. Era sangue. Sangue rosso come il rubino incastonato in oro che ora pendeva sulla sua spalla. Selene, incredula, rimosse la macchia di sangue con un dito, mentre Gunnar prese con cura l’altro orecchino e lo infilò nel lobo destro di sua figlia. Fosse magia o abilità, questa volta Anaïd percepì a malapena il dolore.

Suo padre la prese per le spalle, la fece girare come una trottola e la studiò come si studia un’opera d’arte. Alla fine sorrise, uh sorriso accogliente come le sue braccia.

«Stai benissimo».

Selene non riuscì a tollerarlo. Scostò le mani di Gunnar che accarezzavano il collo di Anaïd e, tutta agitata, chiese:

«Sai da dove vengono questi orecchini?»

Anaïd non esitò.

«Dallo scrigno di gioielli che aveva la dama di ghiaccio. Me lo hai raccontato tu stessa».

Selene si scaldò.

«L’Odish più potente dell’emisfero Nord».

Anaïd scosse la testa, giocherellando con gli orecchini di rubini che le pendevano dalle orecchie come due ciliegie.

«Mia nonna» rispose sicura.

Selene, furibonda, uscì dal camper sbattendo la porta.

«Aspetta!» urlò Gunnar invano. «È pericoloso uscire da sola!»

E si mosse per andarle dietro, ma Anaïd lo trattenne per un braccio.

«Lasciala. Non ti darà retta».

Era vero. Selene apparteneva alla razza delle testarde. Ma era vero anche che Anaïd voleva stare da sola con Gunnar e anche godersi il suo trionfo nel primo braccio di ferro che sosteneva con sua madre.

«Ti piacciono le uova all’occhio di bue?»

«Da morire» sorrise Gunnar.

«È l’unica cosa che so fare», pensò che a un padre si possono rivelare questo tipo di cose senza il rischio di fare figuracce.

Peccato che ci fosse solo un uovo, il quale si ruppe tra le mani inesperte della cuoca prima di cadere nella padella. Ad Anaïd non rimase che la voglia di far felice suo padre: il piccolo frigorifero era vuoto e triste come il deserto dell’Arizona.

Con un pizzico d’immaginazione, si prepararono un’insalata con lattuga, pomodori e tonno, frissero delle crocchette di pollo surgelate e sbucciarono una mela, che poi affettarono in modo presuntamente artistico e decorarono con il miele.

Nel momento in cui Anaïd disponeva i bicchieri sul piccolo tavolino di formica, il cellulare di Selene, abbandonato su una sedia, iniziò a vibrare. Aveva appena ricevuto un messaggio e Anaïd, senza esitare, lo lesse. Credeva fosse un avviso di Elena. Forse fu per questo, per la sua voglia di avere notizie di Roc e per la mancanza di contatti con l’esterno imposta da Selene… La curiosità fu più forte della prudenza, lesse il messaggio ma rimase tanto sorpresa che il bicchiere di vetro che aveva in mano cadde a terra e si frantumò.

«Cosa c’è?» chiese subito Gunnar, correndo al suo fianco e assicurandosi che non si fosse tagliata.

Lei riusciva a stento a parlare. Balbettò soltanto:

«È Baa… Baa… lat. È… lei. Mi sta seguendo».

Allungò il cellulare a suo padre, che lesse il messaggio, preoccupato.

Anaïd, t cerco, vengo da lontano x vederi, tvb, tvb e voglio sl averti vicino, mlt vicino. Riama, dimmi qcosa, xfav. Dacil.

Gunnar verificò la…

La Maledizione di Odi - Copertina

Tit. originale: La Maledicció d’Odi (catalano) / La Maldición de Odi (spagnolo)

Anno: 2007

Autore: Maite Carranza

Ciclo: La Guerra delle Streghe (La Guerra de las Brujas) #3

Edizione: Salani (anno 2009)

Traduttore: Anna Benvenuti

Pagine: 448

ISBN: 8884517915

ISBN-13: 9788884517913

Dalla copertina | Dopo aver appreso le straordinarie circostanze in cui sua madre Selene la dette alla luce, Anaïd Tsinoulis, la giovanissima eletta del clan della lupa, vuole compiere ciò che le profezie hanno in serbo per lei: impadronirsi dello Scettro del Potere e porre fine alla Guerra delle Streghe, distruggendo per sempre le Odish che con la loro sete di sangue minacciano i clan Omar e gli stessi esseri umani. Ma la giovinezza è irruente e contraddittoria, e prima della sua missione Anaïd desidera l’amore di Roc e quello di Gunnar, il padre finalmente ritrovato. E lo Scettro del Potere sembra assecondarla, rendendola più potente che mai. Ma l’eletta sta per imparare una dura lezione: il suo destino è segnato, la Maledizione di Odi sta per compiersi, e lei dovrà scontrarsi con il suo stesso clan, il suo sangue e il Consiglio dei Morti…Il volume conclusivo della saga mediterranea che ha conquistato il mondo, l’ultimo atto di una trilogia fatta di personaggi e luoghi indimenticabili, di donne guerriere e sapienti, di mondi fantasticamente reali e realisticamente immaginari.

#1 – Il Clan della Lupa

#2 – Il Deserto di Ghiaccio

#3 – La Maledizione di Odi