La Mano Sinistra delle Tenebre (The Left Hand Of Darkness, 1969) Ursula K. Le Guin
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La Mano Sinistra delle Tenebre

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Anteprima testo

La Mano Sinistra delle Tenebre (The Left Hand Of Darkness, 1969) Ursula K. Le Guin

CAPITOLO PRIMO

UNA PARATA A ERHENRANG

Dagli Archivi di Hain. Trascrizione di Documento Ansible, 01-01101-934-2-Gethen: Allo Stabile di Ollul: Rapporto di Genly Ai, Primo Mobile su Gethen/Inverno, Ciclo Hainiano 93, Anno Ecumenico 1490/97.

Farò il mio rapporto come se narrassi una storia, perché mi è stato insegnato, sul mio mondo natale, quand’ero bambino, che la Verità è una questione d’immaginazione. Il più solido dei fatti può soccombere o prevalere, a seconda dello stile in cui è esposto: come quel bizzarro gioiello organico dei nostri mari, che si fa più brillante quando una donna lo indossa e, indossato da un’altra, sbiadisce, si fa opaco e diventa polvere. I fatti non sono più solidi, coerenti e rotondi, e reali, di quanto non lo siano le perle. Entrambi, però, sono sensibili.

La storia non è completamente mia, né sarò io solo a narrarla. In realtà, neppure sono sicuro di chi sia questa storia; voi potrete essere giudici migliori. Ma è tutt’una, e se in certi momenti i fatti parranno cambiare, con una voce cambiata, ebbene, allora voi potrete scegliere il fatto che più vi piace; eppure, nessuno di essi è falso, e si tratta di una sola storia.

Essa comincia nel quarantaquattresimo diurno dell’Anno 1491, che sul pianeta Inverno nella nazione Karhide era Odharhahad Tuwa, o il ventiduesimo giorno del terzo mese di primavera dell’Anno Uno. Qui è sempre l’Anno Uno. Solo la datazione di ogni anno passato e futuro cambia, a ogni Giorno dell’Anno Nuovo, nel modo di contare indietro o avanti, rispetto al-l’unitario Ora. Così era primavera nell’Anno Uno a Erhenrang, capitale di Karhide, e la mia vita era in pericolo, e io non lo sapevo.

Mi trovavo in una parata. Camminavo subito dietro i gossiwor, e subito davanti al re. Pioveva.

Nubi gravide di pioggia sopra le torri nere, pioggia che cade nelle strade profonde, una nera città battuta dalla tempesta, una città di pietra attraverso la quale una vena d’oro si snoda lentamente. Primi vengono i mercanti, i potentati, e gli artigiani della Città di Erhenrang, fila dopo fila, stupenda-mente vestiti, e avanzano attraverso la pioggia a loro agio, come pesci nel mare. I loro volti sono intenti e calmi. Non marciano al passo. Questa è una parata senza soldati, neppure imitazioni di soldati.

Poi vengono i lord e i sindaci e i rappresentanti, una persona, o cinque, o quarantacinque, o quattrocento, da ciascun Dominio e Condominio di Karhide, una vasta processione ornata che si muove alla musica di corni di metallo e ceppi cavi d’osso e legno e alla melodia secca, pura dei flauti elettrici. Le diverse bandiere dei grandi Dominii si mescolano in una confusione di colori battuti dalla pioggia con le gialle bandiere che adornano la strada, e le diverse musiche di ciascun gruppo cozzano tra loro e si mescolano e s’intrecciano in molti ritmi echeggianti nella profonda strada di pietra.

Dopo questi, un corpo di giocolieri con lucide, levigate sfere d’oro che lanciano in alto in voli veloci, e prendono al volo, e lanciano di nuovo, da sole o in numero di cinque o sei, facendole ruotare intorno come fontane dorate di lucida abilità di giocolieri. E d’un tratto, come se esse avessero afferrato e trattenuto, letteralmente, la luce, le sfere d’oro risplendono vivide come cristallo: il sole fa capolino tra le nubi.

Dopo i giocolieri, quaranta uomini in giallo, suonatori di gossiwor. Il gossiwor, suonato solo alla presenza del re, produce un ruggito oltraggio-so, sconsolato. Quaranta gossiwor suonati insieme scuotono la ragione di chiunque, scuotono le torri di Erhenrang, scuotono le nubi ventose e fanno cadere un ultimo zampillo di pioggia. Se è questa la Musica Reale, non c’è da meravigliarsi se i re di Karhide sono tutti pazzi.

Dopo i gossiwor, la compagnia reale, guardie e funzionari e dignitari della città e della corte, deputati, senatori, cancellieri, ambasciatori, lord e pari del Regno, nessuno di loro al passo o in fila, ma tutti intenti a camminare con grande dignità; e tra loro c’è Re Argaven XV, tunica e camicia e pantaloni bianchi, con gambali di cuoio color zafferano e un copricapo giallo, a punta. Un anello d’oro al dito è il suo ornamento, e l’unico segno della sua carica. Dopo questo gruppo otto individui massicci portano la portantina reale, tempestata di zaffiri gialli, nella quale nessun re è più salito da secoli, un residuo cerimoniale del Passato Lontano. Ai lati della portantina marciano otto guardie armate di «fucili d’assalto,» anch’essi residui di un passato più barbaro, ma non vuoti, essendo carichi di pallottole di ferro mortale. La morte cammina dietro il re. Dietro la morte vengono gli studenti delle Scuole Artigiane, dei Collegi, delle Professioni, e i Focolari del Re, lunghe file di bambini e di giovani in bianco e rosso e giallo e verde; e infine un certo numero di auto, quiete, lente, nere, che chiudono la parata.

La compagnia reale, dove sono anch’io, si raduna su una piattaforma di tronchi freschi, accanto all’incompiuto Arco della Porta del Fiume. L’occasione della parata è data dal completamento di quest’arcata, che completa la nuova Strada e Porto Fluviale di Erhenrang, una grandiosa opera di dra-gaggio e di costruzione e di viabilità che ha occupato cinque anni, e distinguerà il regno di Argaven XV negli annali di Karhide. Siamo passati, stretti e pigiati, sulla piattaforma, nei nostri abiti vistosi, pesanti e umidi.

La pioggia è cessata, il sole brilla su di noi, lo splendido, radiante, traditore sole di Inverno. Osservo, rivolgendomi alla persona che si trova alla mia sinistra:

— Fa caldo. Fa davvero caldo.

La persona alla mia sinistra… un karhidiano tarchiato, bruno, dai capelli lunghi e diritti, che indossa un soprabito pesante, camicia bianca, e pantaloni pesanti, e una catena, al collo, di grossi anelli d’argento, ampi un palmo ciascuno… questa persona, sudando copiosamente, mi dice:

— Proprio così.

Tutt’intorno a noi, che stiamo pigiati sulla nostra piattaforma, si stendono i volti del popolo della città, volti rivolti all’insù, come un fondale di sassi bruni, rotondi, scintillanti di mica per i mille occhi curiosi.

E ora il re sale su una passerella di legno che conduce dalla piattaforma fin sopra la cima dell’arcata, i cui pilastri non ancora uniti torreggiano sopra folla e moli e fiume. Mentre egli sale, la folla si muove e dice in un grande mormorio: «Argaven.» Il re non risponde e non reagisce. Nessuno si aspetta una risposta. I gossiwor lanciano una potente, tonante scarica di suono discordante, e poi tacciono. Silenzio. Il sole brilla su città, fiume, folla e re. I muratori, di sotto, hanno messo in funzione un argano elettrico, e mentre il re sale ancora la chiave di volta dell’arcata sale, accanto a lui, nella sua cinghia, è sollevata, sistemata, e adattata quasi senza rumore, benché sia un blocco pesante una tonnellata, nello spazio vuoto tra i due pilastri, facendone una cosa sola, una cosa unica, un’arcata. Un muratore con secchiello e cazzuola aspetta il sovrano, in cima all’impalcatura; tutti gli altri operai discendono per le scale di corda, come uno sciame di pulci.

Il re e il muratore s’inginocchiano, in alto, tra il fiume e il sole, sulla loro porzione d’impalcatura. Prendendo la cazzuola, il re comincia a fissare con la calcina le lunghe giunture della chiave di volta. Non fa solo un gesto simbolico, per restituire subito la cazzuola al muratore, ma si mette al lavoro metodicamente. Il cemento che egli usa è di un colore rosato diverso dal resto della muratura, e dopo aver osservato per cinque o dieci minuti il lavoro dell’industrioso monarca io chiedo alla persona alla mia sinistra:

— Le vostre chiavi di volta sono sempre murate con cemento rosso? —

Perché lo stesso colore appare intorno alle chiavi di volta di ciascuna arcata del Vecchio Ponte, che si protende orgoglioso e slanciato sul fiume, a monte rispetto alla nuova arcata.

Asciugandosi il sudore dalla fronte scura l’uomo… uomo, devo dire, avendo già detto lui ed egli… l’uomo risponde:

— Molto tempo fa una chiave di volta veniva sempre fissata con una calcina di ossa tritate miste a sangue. Ossa umane, sangue umano. Senza il vincolo del sangue l’arcata crollerebbe, vedete. Ai nostri giorni, usiamo il sangue degli animali.

Così lui parla spesso, franco eppure prudente, ironico, come se si ren-desse conto in ogni momento che io vedo e giudico da alieno: una consa-pevolezza bizzarra in un membro di una razza così isolata, e un membro di così alto rango. Egli è uno di quegli uomini più potenti del paese; non sono sicuro dell’esatto equivalente storico della sua posizione, visir o primo ministro o consigliere; la parola Karhidi che lo definisce significa «l’Orecchio del Re». Egli è Lord di un Dominio e Lord del Regno, un uomo che muove grandi eventi. Il suo nome è Therem Harth rem ir Estraven.

Il re sembra aver concluso il suo lavoro di muratura, e io mi rallegro; ma attraversando la volta dell’arcata, sulla precaria tela di ragno dell’impalcatura, egli comincia a lavorare sull’altro lato della chiave di volta, che in fondo ha pur sempre due lati. Non serve a nulla essere impazienti, in Karhide. Non si tratta certo di un popolo flemmatico, però i karhidiani sono ostinati, sono pertinaci, finiscono di intonacare le giunzioni. Le folle sul Lungo Sess sono felici di osservare il lavoro del monarca, ma io mi an-noio, e ho caldo. Prima d’ora non ho mai avuto caldo, su Inverno; non mi capiterà più, certo; eppure non riesco ad apprezzare l’evento. Sono abbi-gliato per l’Era Glaciale, e non per il pieno sole, indosso strati e strati di vestiti, fibre vegetali intrecciate, fibre artificiali, pelliccia, pelle, cuoio, u-n’armatura massiccia contro il freddo, dentro la quale ora sto cuocendo come un ravanello. Per distrarmi guardo le folle e gli altri componenti della parata raccolti intorno alla piattaforma, con le bandiere del loro Dominio e del loro Clan pendenti immobili e vivaci nella luce del sole, e pigramente domando a Estraven qual è quella bandiera e quell’altra e l’altra ancora. Lui conosce tutte le bandiere che gli indico, benché siano a centinaia, alcune di remoti domimi, focolari e tribù della frontiera delle Bufere di Pering e Kermlandia.

— Io sono di Kermlandia — mi dice, quando io esprimo ammirazione per il suo sapere. — Comunque, è il mio lavoro conoscere i Dominii. Essi sono Karhide. Governare questa terra è governare i suoi Lords. Non che questo sia mai stato fatto. Voi conoscete il detto, Karhide non è una nazione, ma una lite difamiglia?

Non lo conosco, e sospetto che sia stato Estraven a coniarlo; ha la sua impronta.

A questo punto un altro membro del kyorremy, la camera alta o parla-mento alla cui testa si trova Estraven, spingendo e dando di gomito si fa strada, avvicinandosi a lui, e comincia a parlargli. Questi è il cugino del re Pemmer Harge rem ir Tibe. La sua voce è bassissima quando parla a Estraven, il suo atteggiamento vagamente insolente, il suo sorriso frequente.

Estraven, sudando come ghiaccio al sole, resta rigido e freddo come ghiaccio, rispondendo ai mormoni di Tibe a voce alta, in un tono la cui cortesia formale dà all’altro l’aspetto di uno stupido. Io ascolto, mentre guardo il re che prosegue nel suo lavoro di muratura, ma non capisco niente, all’infuori dell’animosità esistente tra Tibe ed Estraven. Non ha niente a che fare con me, in ogni caso, e io sono semplicemente interessato al comportamento di queste persone che governano una nazione, nel senso più antiquato, che regolano le fortune di venti milioni di altre persone. Il potere è diventato una cosa tanto sottile e complessa, nei sistemi assunti dall’Ecumene, che soltanto una mente sottile può vederlo operare; qui esiste, invece, ancora limitato, ancora visibile. In Estraven, per esempio, si avverte il potere dell’uomo come un…

La mano sinistra delle tenebre - Copertina

Tit. originale: The Left Hand Of Darkness

Anno: 1969

Autore: Ursula K. Le Guin

Ciclo: Hainish #4

Edizione: Editori Associati (anno 2003) collana: “TEADue” #1090

Traduttore: Ugo Malaguti

Pagine: 236

ISBN: 8850204469

ISBN-13: 9788850204465

Dalla copertina | Il romanzo racconta la storia di un solitario messaggero, Genly Ai, e della sua missione su Inverno, un pianeta sconosciuto e ghiacciato, i cui abitanti possono scegliere – e cambiare – il proprio sesso. Scopo della missione è accelerare l’ingresso di Inverno nell’Ecumene, la lega dei mondi civilizzati, e per far ciò Ai dovrà farsi strada nelle sottili trame dei governanti, si troverà a combattere per la sua stessa sopravvivenza ma, soprattutto, dovrà essere pronto ad aprirsi a un mondo nuovo e diverso e a confrontarsi con una sfida più alta: che cosa è “alieno” e che cosa è “umano”?