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La Maschera della Morte Rossa

Nel maggio 1842 sulle pagine del Graham’s Magazine apparve il racconto di Edgar Allan Poe The Mask of the Red Death. Il testo, breve e suggestivo, narra il diffondersi di una terribile pestilenza in un lontano reame. Il morbo uccide nel giro di mezz’ora e non risparmia vivente. Il principe Prospero pur di sopravvivere si rinchiude in un’abbazia fortificata insieme ai suoi cortigiani e ai servitori. Durante un fastoso ballo in maschera, la Morte Rossa entra; è una figura ammantata in un sudario, sembra un travestimento di cattivo gusto e invece è una presenza incorporea, che inghiotte tutti, uno ad uno.

Il racconto è ricco di descrizioni e ha influenzato prima la letteratura, poi il cinema. Oltre alla palese citazione ne Il Fantasma dell’Opera, esistono numerosi adattamenti cinematografici. Il cortometraggio animato realizzato nel 1971 in Jugoslavia dal talentuoso Manfredo Manfredi è particolarmente interessante, sia per la tecnica impiegata, sia per la trasposizione del testo; ancora oggi, a tanti anni dall’uscita, sorprende per le scelte coraggiose. È privo di dialogo e, ovviamente, di lieto fine: caratteristiche che ne fanno una produzione anomala e decisamente in anticipo sui tempi.

All’inizio degli anni Settanta l’animazione dell’Estremo Oriente era pressoché sconosciuta, mentre quella americana alternava rare sperimentazioni a una produzione seriale nata per la televisione e rivolta ai preadolescenti. La stessa Disney risentiva dell’incapacità di liberarsi dagli stereotipi, dalle storie semplici e lineari, dagli immancabili finali allegri adatti ai più piccoli. In Europa la fiacca emulazione dei modelli d’oltreoceano conviveva con audaci sperimentazioni. Manfredo Manfredi, illustratore italiano reso celebre anche dalle pubblicità del Carosello, poté produrre parecchi cortometraggi destinati agli adulti e a restare nel cuore degli appassionati di illustrazione, letteratura e grafica.

La Maschera della Morte Rossa gode di un’animazione differente rispetto a quella tipica delle produzioni Disney. È uno stile narrativo completamente diverso e non per questo peggiore, soprattutto se confrontato con i cartoni americani nati per la televisione, fatti in serie all’insegna del risparmio e del divertimento leggero. Come nelle realizzazioni di Emanuele Luzzati, anche per Manfredi i movimenti sono piuttosto statici, ma il tratto è accurato e rifugge da rappresentazioni semplicistiche della realtà. Pur evitando dettagli grandguignoleschi, le immagini descrivono con forte drammaticità il contagio, l’avanzare della Morte Rossa.

Dal punto di vista visivo, il corto cattura le atmosfere cupe e claustrofobiche e ce le rende amplificate. Le immagini ricordano l’arte rinascimentale, le opere di Pieter Bruegel e di Hieronymus Bosch, ovviamente reinterpretati con la sensibilità del Novecento. Esplodono colori violenti nella penombra delle sale; volti e abiti appaiono talvolta stilizzati, talvolta descritti con un’estrema cura dei dettagli. Le stanze della fortezza hanno il sapore di scenografie teatrali e i costumi sorprendono. Le lunghe descrizioni delle sale, dei mobili esotici, delle finestre dai vetri colorati, e dell’orologio a pendolo che oscilla nella più inquietante ala della fortezza, sono condensate in fondali e scenografie. È logico che l’estetica sia tanto curata, in quanto la narrazione è del tutto affidata all’immagine e non c’è dialogo. La ballata del menestrello è l’unica voce umana che sentiamo per i dieci minuti di proiezione.

Il regista si discosta dalla pagina adattando gli eventi alla rappresentazione grafica, aggiunge personaggi e situazioni taciuti nel testo originario. Le righe di Poe evitano precisi riferimenti storici o geografici. Ispirato dall’incipit del Decamerone e alle cronache trecentesche, Manfredi traspone la vicenda in un Medioevo cupo e fiabesco. Le Morte ha l’aspetto di un grigio cavaliere, percorre le campagne uccidendo quanti incontra, siano essi popolani o sacerdoti. Entra nel castello con l’aspetto di un menestrello, poi si trasforma in una bellissima damigella: il regista sfrutta stereotipi tipici del passato, dalle leggende popolari alla ‘Belle Dame sans Merci’, rielaborandoli con creatività.

Il cortometraggio non è quindi una parafrasi delle pagine di Allan Poe, semmai è un omaggio rispettoso alla sensibilità del grande scrittore americano. Un piccolo grande saggio su come potrebbe esprimersi l’animazione europea, se solo si liberasse da pregiudizi e lasciasse da parte stereotipi.