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La Maschera di Bali

Abigail si aggiustò la benda di seta sugli occhi e appoggiò la mano sulla porta del laboratorio: legno levigato, caldo, al centro lo stemma reale in rilievo. Allargò le dita e una macchia luminosa brillò sotto il palmo, espandendosi come un’increspatura in uno stagno. L’immagine della stanza chiusa emerse dal buio. Dentro la gabbia di contenimento un vecchio era incatenato mani e piedi alle sbarre di metallo. Teneva la testa inclinata di lato e un filo di bava gli colava dall’angolo della bocca al 37 rosso cucito sulla camicia a righe bianche e nere. Un soldato armato di revolver e sciabola stava di guardia a un passo di distanza: alto, castano, almeno trentacinque anni.

Fuori dalla gabbia, Lord Fairfax si stava chinando su una scatola di legno piena di paglia, appoggiata sul tappeto persiano, sotto il quadro del Ministro degli Affari Sovrannaturali Chamberlain. Ne tirò fuori tre maschere tribali e le ripose sulla scrivania di mogano, accanto al fonografo. Fissò gli occhi sulla porta, prese il cipollotto d’argento e controllò l’ora. Lo ripose nel panciotto e soffiò seccato tra i baffi da tricheco.

Diamine, sono in ritardo. Mi rimprovera anche oggi!

Abigail afferrò la maniglia ed entrò.

«Buongiorno!»

Si tolse la benda dagli occhi: il soldato nella gabbia aveva al massimo venticinque anni. Ed era biondo.

Anche stavolta ho sbagliato qualcosa! Ma cos’è che non faccio nel modo giusto? È il respiro? Bevo troppo laudano al mat…?

Lord Fairfax diede un colpo di tosse.

«Ho detto buon pomeriggio, Miss Murrey. Finalmente ci degnate della vostra presenza.»

«Come?» Abigail si voltò: Lord Caulfield la fissava torvo. «Oh, oh, certo. Buon pomeriggio.» Chiuse la porta e gli si avvicinò di un passo. «Vi prego di scusarmi, Milord. Gli esercizi di trasmigrazione spirituale mi hanno richiesto più tempo del solito. Sono mortificata.»

Lord Fairfax inarcò un sopracciglio.

«Miss Murrey, è la seconda volta questa settimana. Un altro ritardo e mi troverò costretto a fare rapporto a Lord Shepard.»

«Capisco, Milord. Vi assicuro che non accadrà più.»

Abigail si sedette al tavolino, accanto alla scrivania, e prese i tarocchi dalla borsa.

Lord Fairfax annuì. Prese un’ultima maschera dalla scatola, la soppesò e la posizionò accanto alle altre.

Si sedette alla scrivania.

«Bene, allora cominciamo. Procedete alla lettura di controllo.»

«Sì, Milord.»

Abigail mischiò il mazzo doppio di tarocchi e ne stese quattro sul tavolino.

Lord Fairfax accompagnò l’ago del fonografo sul cilindro di cera. Avvicinò la bocca al diaframma dell’apparecchio e girò la manovella.

«Londra, 17 Giugno 1897. Dipartimento di Scienze Occulte. Progetto di ricerca sulle maschere tribali. Esperimento numero 22.» Prese la prima maschera del gruppo e si rigirò l’etichetta tra le dita. «Maschera 454. Provenienza: Bali, Indonesia. 1815. Maschera raffigurante Rangda, strega. Potere presunto: sconosciuto» La manovella smise di girare. «Parson!»

Il soldato scattò sull´attenti.

«Signore!»

«Fate indossare la maschera al Soggetto 37.»

«Sissignore!»

Parson uscì dalla gabbia e prese la maschera dalle mani di Lord Fairfax: era di legno laccato di rosso e aveva gli occhi chiusi. Dalla bocca priva di labbra spuntavano quattro zanne ricurve, due verso l’alto e due verso il basso.

Parson ritornò nella gabbia. Si avvicinò al Soggetto 37 e gliela fece indossare.

Lord Fairfax estrasse il cipollotto dal panciotto. Contò i secondi ad alta voce.

«1, 2, 3…»

Il soggetto emise un suono gutturale, come un conato di vomito, e urlò.

Abigail sobbalzò sulla sedia.

«…9, 10, 11…» Lord Fairfax scosse la testa, gli occhi fissi sulle lancette. «Folli. Ci fanno lavorare con i folli.»

Un altro urlo. Nella gabbia il Soggetto 37 si dimenò avanti e indietro, scrollando la testa come un cane. Le catene stridettero contro le sbarre d’acciaio in una cacofonia di note metalliche che si mischiò alle urla. La maschera si staccò dal volto e cadde a faccia in su sul pavimento. Il Soggetto 37 sputò per terra. Strabuzzò gli occhi e ansimò a pieni polmoni.

Lord Fairfax sospirò. «Nemmeno mezzo minuto, non va bene. Parson!»

Il soldato annuì e raccolse la maschera. Il Soggetto 37 sbarrò gli occhi, la bocca dischiusa in una smorfia di terrore.

Abigail tornò con lo sguardo sui tarocchi. I primi quattro le avevano mostrato due volte se stessa, un soldato e un lord. Indicavano l’esperimento.

E ora il quinto: la riduzione cabalistica dice di pescare la settima carta dall’alto.

Stese il quinto tarocco in mezzo agli altri: un automa. Si grattò la fronte. E adesso quest’automa che c’entrava?

Sette è un numero primo, pessima cosa. Devo pescare un’ultima carta con la riduzione di Riemann: l’undicesima dal fondo.

Abigail stese il sesto tarocco e un fremito la percorse da capo a piedi. La stanza rabbuiò. Le carte tremarono sul tavolo. Si alzarono in volo e le immagini sfarfallarono davanti agli occhi come i fotogrammi di un kinetoscopio.

Demoni rosso sangue. Una città avvolta dalle fiamme. Una corona che cade a terra.

«Daaaah!»

Abigail sobbalzò sulla sedia per lo spavento. I tarocchi erano immobili sul tavolo, la luce non se n’era mai andata.

Nella gabbia di contenimento il Soggetto 37 aveva il volto imbrattato di sangue, il soldato Parson era piegato in due e si teneva il naso.

«Diamine!» Lord Fairfax si fiondò nella gabbia. «Giovanotto, che cosa vi insegnano al campo d’addestramento oggigiorno? Dico, è solo un vecchio pazzo!»

Parson annuì, due dita a stringere il naso.

«Mi sghusi, Sinore»

«Diamoci un taglio: passatemi la maschera e tenete ferma la testa del soggetto!»

Parson lasciò andare il naso e un fiotto rosso corse sul mento già sporco di sangue.

«Sissignore!»

Consegnò la maschera a Lord Fairfax e si avvicinò al Soggetto 37. Il malato di mente arretrò di un passo scuotendo la testa.

Abigail rimise i tarocchi nel mazzo.

Qualcosa non va. Meglio controllare.

Rimescolò le carte, gli occhi fissi sul tavolino.

«Insomma,» tuonò Lord Fairfax «fatelo star fermo!»

«Ci sto provando, Signore.»

Abigail stese i tarocchi uno dopo l’altro.

Due volte me stessa, il soldato, il lord…

«Dico, dategli un pugno, se necessario!»

«Sissignore!»

Abigail stese il quinto e il sesto tarocco.

…l’automa…

…demoni rosso sangue…

Il sangue! Il Soggetto 37 è sporco di sangue!

Abigail scattò in piedi. «Milord, aspettate! Le carte…»

Il soldato Parson diede un pugno sul mento al Soggetto e quello andò a sbattere di nuca contro le sbarre.

Lord Fairfax si girò verso Abigail, nero in volto.

«Miss Murrey, non iniziate anche voi, adesso!»

Il Soggetto 37 scoppiò in un pianto sommesso.

Che mi sia sbagliata?

«Ma…»

Lord Fairfax la fulminò con lo sguardo. «Non una parola di più!» Si girò e infilò la maschera sul volto insanguinato del soggetto, calcandola per bene con il palmo della mano.

Il Soggetto 37 cadde a peso morto, sorretto dalle catene ai polsi. Il pianto cessò con un sibilo aspirato, la luce delle lampade a gas s’affievolì tremando.

Abigail trattenne il fiato.

Qualcosa è fuori posto.

Nella penombra Lord Fairfax passò con gli occhi da Abigail al soldato Parson, la fronte corrugata.

La pendola a muro scandì l’una di pomeriggio. Il suono riecheggiò sordo nella stanza, come rallentato.

La luce tornò stabile.

Lord Fairfax si lisciò i capelli all’indietro e aggiustò il panciotto tirandolo da sotto.

«Bene.» Tossì imbarazzato. «Possiamo riprend…»

Il Soggetto 37 scoppiò a ridere, la risata stridula di una vecchia. Alzò la testa di scatto e il corpo si sollevò da terra, fluttuando a mezz’aria.

Abigail si portò una mano al petto.

Mio Dio!

Lord Fairfax arretrò di un passo, le braccia a schermare il volto.

La pelle ai lati della maschera si sciolse come cera e colò a terra, sostituita da una rete di vene blu. Il volto di legno penetrò nella faccia col sibilo della carne che brucia. Gli occhi si spalancarono, piansero sangue. La bocca scattò in un ghigno divertito e i capelli crebbero lunghi e folti, ondeggiando assieme al corpo sospeso in aria. Tra le fauci si srotolò una lingua blu, lunga fino al petto.

Lord Fairfax si avventò sul Soggetto 37 e gli strinse le mani ai lati della maschera. Il mostro lo spinse via, mandandolo a sbattere di testa contro la gabbia.

«Milord!»

Lord Fairfax si aggrappò alle sbarre, le palpebre socchiuse percorse da un tremolio e si accasciò sul pavimento.

Parson fece fuoco tre volte col revolver. Il mostro tornò con i piedi per terra, le ferite in pieno petto che chiazzavano a malapena la camicia a righe bianche e nere. Afferrò le catene che lo imprigionavano e le strappò dalle sbarre della gabbia. Parson tremava. Il revolver gli scivolò di mano e cadde a terra. Il mostro si strappò le catene dai piedi, raggiunse il soldato con un balzo e gli trafisse lo stomaco con una mano artigliata.

Lo fissò.

Inclinò la testa e gli soffiò del fumo viola sul volto.

Abigail afferrò la borsa e si fiondò fuori dalla stanza.

La creatura scoppiò di nuovo a ridere, la risata di una vecchia strega. Nel corridoio Abigail premette le mani sulle orecchie e gridò a pieni polmoni.

 *    *    *

John si sedette davanti a un oblò dell’aeronave, prese il binocolo e lo mise a fuoco: dense colonne di fumo nero si allungavano dagli edifici divorati dalle fiamme. Uno sciame di puntini rossi saettò fuori dall’ultimo piano di un palazzo, lasciando scie incandescenti di fumo viola, e sfondò le finestre di quello di fronte.

Cristo, allora il rapporto non mentiva: i demoni stanno invadendo Londra!

Più sotto auto a vapore e carrozze trainate da cavalli erano abbandonate per strada, bloccate dalla marea di persone che fuggivano a piedi. Centinaia di disperati si accalcavano sulle banchine del Tamigi, in cerca di un battello, altri si stavano menando all’entrata della stazione dei dirigibili di St. Pancras.

Il rombo distante di un’esplosione.

Una truppa di golem corazzati invase Trafalgar Square e aprì il fuoco. Le sventagliate di mitra raggiunsero un gruppo di demoni intenti a spolpare cadaveri. I bastardi caddero al suolo e si rialzarono avvolti dalle fiamme. Uno di loro lanciò un urlo stridulo, le fiamme sulla sua schiena che avvamparono in una colonna bianco incandescente, e altri demoni piovvero dai tetti attorno alla piazza. I golem corazzati scagliarono una scuoti-bomba e l’esplosione inghiottì la piazza in una sfera di fiamme verde acqua. L’onda sismica si espanse a cerchi e il terreno sussultò come in un terremoto. I vetri dei palazzi esplosero in una pioggia di schegge. La colonna dell’ammiraglio Nelson crollò al suolo, alzando una nube di polvere che coprì ogni cosa.

La sfera di luce si espanse fino a dissolversi.

John girò le lenti del binocolo e strinse la visuale.

Una dozzina di fiammelle si accese nella nube che si diradava: i demoni erano di nuovo in piedi.

Porca puttana, sono immortali!

I bastardi balzarono sui golem in prima linea e li fecero cadere di schiena sul terreno. Le macchine si dimenarono come insetti per rimettersi in piedi, ma i demoni strapparono le placche d’acciaio dell’armatura a mani nude e scavarono nell’argilla fino a raggiungere i piloti all’interno.

John abbassò il binocolo. Chiuse gli occhi e si strinse la radice del naso.

Ci stanno mandando al macello.

Un fischio d’approvazione.

«Però, non proprio una cosetta da niente, eh?»

John riaprì gli occhi: il Dottor Springheel sedeva sul sedile accanto e si stava asciugando la fronte con un fazzoletto sporco di grasso da motore, gli occhi incollati sulla scena duemila piedi più sotto.

Due sedili più in là Sconer e Graves stavano fumando l’ennesima sigaretta. Ellington sgranava il rosario sottovoce. Il resto della squadra fissava lo spettacolo fuori dagli oblò.

Sotto gli occhialoni da aviatore la fronte era fradicia di sudore. John li sollevò e se l’asciugò.

«Nervoso, dottore?»

«Io? Figliolo, certo che no! Non devo mica fiondarmi là fuori, io. Piuttosto direi… eccitato.» Springheel si grattò il mento con le unghie lerce. «Sì, eccitato è la parola giusta: dico, mai visto niente del genere! Mi piacerebbe catturare una di quelle bestiole e vivisezionarla. Non sarebbe niente male!»

John sospirò. Scosse la testa e ripose il binocolo nella cintura tattica.

«Dottore voi siete un fottuto psicopatico, lo sapete?»

Springheel sorrise, i denti gialli e marroni.

«Dite, figliolo?»

Un colpo di tosse. All’altro capo della cabina apparve il Sergente Stern.

«Signori, attenzione. A breve raggiungeremo il punto di lancio. La situazione è…» Stern si schiarì la voce. «Ragazzi, siamo nella merda.»

Graves rise.

A metà della cabina Blake agitò un pugno davanti al volto.

«Evviva!»

Stern sogghignò.

«Be’, sentite: siamo spacciati, lo sappiamo, ma non siamo morti. Non ancora. Dico, se dobbiamo tirare le cuoia, allora diamine, moriamo da Inglesi!»

Blake alzò di nuovo il pugno a mezz’aria. Scosse la testa e riabbassò la mano come a scacciare una mosca. Il resto della squadra fissava il pavimento. Ellington aveva la testa tra le mani, il Cristo del rosario che gli penzolava accanto al mento.

«Ci attaccheranno…» disse con un fil di voce. «Il dirigibile è pieno d’idrogeno e quelli hanno le fiamme dell’inferno.»

Graves gli strinse una spalla.

«Non volano, Ellington, fanno solo dei gran balzi. Siamo troppo in alto qui. Loro sono… sono come polli in fiamme.»

Sul fondo della cabina qualcuno scoppiò a ridere.

Barly si portò una mano alla fronte e la fece scivolare sugli occhi.

«Cristo, Graves come ti escono certe stronzate?»

Graves scrollò le spalle.

Ellington non rideva. Si tolse la mani dai capelli con un sospiro e le appoggiò sulle ginocchia.

Il Sergente Stern passò in rassegna i volti dei soldati.

«Dottore, prego.»

Springheel si alzò in piedi.

«Su col morale, figlioli, non ci sono solo cattive notizie. La vedete la pelle tra braccia e torace? L’ho aggiunta alla divisa ieri notte. Serve a guidare la discesa: se tenete ben spalancate le zampe dovreste riuscire a controllare meglio la spinta del propulsore.» Il dottore s’infilò il mignolo destro dentro l’orecchio e diede una scrollata, gli occhi socchiusi a seguire un pensiero. «Ah, sì, ho anche ricalibrato al volo i meccanismi dell’Ercolizzatore. Ora le armature dovrebbero mettervi in grado di contrastare gli attacchi di quelle graziose bestiole là fuori.» Springheel tolse il mignolo dall’orecchio e lo strofinò contro la giacca della divisa. «Oh, be’, diciamo un attacco o due, almeno. In ogni caso, mi raccomando le molle: date qualche giro di chiave di tanto in tanto o rimarrete bloccati come tante belle statuine, d’accordo?» Scrollò le spalle. «Ora scoprite un braccio, su!»

I soldati obbedirono. Il dottore fece un giro di iniezioni.

L’ago affondò nel braccio di John e un’ondata di calore gli attraversò il corpo. I respiri si fecero profondi, il cuore batteva nel petto come un martello pneumatico. John strinse denti e pugni. Portò le mani al volto e spalancò le dita. Un brivido serpeggiò lungo la schiena.

Meglio dell’ultima volta. Strinse i pugni e il cuoio dei guanti scrocchiò. Ma di che cazzo abbiamo paura? Li facciamo fuori quei bastardi!

Gli sfuggì una risatina. Due ragazzi della squadra si unirono a lui.

Il Sergente Stern aprì il portello e l’aria gelida si riversò ululando nella cabina assieme al ronzio assordante delle eliche. La luce del tramonto era sfumata sul rosa.

«Bene signori, siamo arrivati! Ellington, Barly, Marsh!»

La prima unità si lanciò fuori dall’aeronave. Seguirono la seconda e la terza.

«Sconer, Graves, Plye!»

La quarta unità raggiunse il portello e Sconer e Graves si gettarono nel vuoto.

John calò gli occhialoni da aviatore sugli occhi e rimase solo davanti all’apertura: i ragazzi della squadra volavano verso la Torre di Londra lasciandosi dietro lunghe scie bianche. Duemila piedi più in basso Londra era un mare crepitante rosso e arancione.

La missione è un suicidio.

Grida stridule graffiarono l’aria.

La mano di John corse all’elsa della sciabola.

Otto demoni col corpo in fiamme stavano saettando nel cielo come fuochi d’artificio rossi. Sempre più in alto, verso l’aeronave.

Rise di nuovo.

Polli ‘sto cazzo!

*    *    *

Al primo scossone Abigail si aggrappò al bracciolo di velluto rosso del divano. Il vagone pneumatico rallentò la sua corsa con un sibilo di freni. Un altro scossone e si fermò.

Abigail si alzò in piedi. Estrasse dalla borsa il pendolino per le previsioni e lo tenne sospeso sopra il palmo della mano sinistra. La sfera di metallo disegnò un cerchio minuscolo in aria. Un altro, più grande. Uno scatto in avanti, verso il portello del vagone.

Abigail mise piede sulla banchina: la stazione della Torre di Londra era immersa nel silenzio. Giornali, bastoni da passeggio e cilindri erano sparsi sulle mattonelle bianche e nere del pavimento illuminato dai lampioni a gas. L’orologio della stazione diede otto rintocchi.

Già le otto. Devo sbrigarmi.

Camminò lungo la banchina e girò a destra, fino a raggiungere lo spiazzo al centro della stazione. Una dozzina di cadaveri, uomini e donne, giacevano scomposti a terra, immersi in pozze di sangue.

Avevano le teste spappolate.

Abigail represse un conato di vomito. Distolse lo sguardo e sollevò il pendolo: doveva continuare a muoversi o quelle creature infernali l’avrebbero trovata.

Con l’occhio della mente scorse i tarocchi della previsione.

Due me stessa… Che vuol dire?

Nessuna spiegazione.

Il soldato. Dopo di me veniva il soldato.

Chiuse gli occhi e visualizzò il tarocco.

Li aprì e il pendolino oscillò.

Il corridoio che indicò era lordo di sangue.

 *    *    *

John si lanciò nel vuoto e schiacciò il pulsante dell’accensione. Il propulsore si attivò col ruggito delle fiamme, la spinta lo fece schizzare in avanti come un proiettile. John si infilò tra i demoni in avvicinamento e li oltrepassò, l’aria sferzava il volto così veloce da togliere il respiro. Allargò le braccia e corresse la traiettoria di volo. La Torre di Londra era all’orizzonte, dritta davanti a lui. Piegò qualche grado a sinistra e sorpassò un compagno in balia di quattro demoni: il propulsore s’era spento e i bastardi lo stavano smembrando in volo.

Due demoni si accorsero di John e lo puntarono. John portò le braccia al petto. Perse quota e si fiondò tra di loro. Gli artigli di quello a destra graffiarono il propulsore senza riuscire ad afferrarlo e John schizzò ancora più in basso, dentro a una colonna di fumo. Tossì, avvolto dal grigio, riaprì le braccia e sbucò dalla nube.

Il tetto di un palazzo. Inevitabile.

Oh, merda!

John sfiorò le tegole con le ginocchia e ne staccò alcune coi piedi, trascinandole nel vuoto. Piombò tra due edifici, sopra le teste della folla riversa in strada e con un colpo di reni raddrizzò la schiena, l’ugello del propulsore puntato verso il suolo. La gente urlò, corse via dalla strada e si ammassò sui marciapiedi, contro i palazzi.

Mi schianto, mi schianto, mi schianto!

John portò le ginocchia al petto e la fiammata del propulsore lambì il tetto di una carrozza.

Oh, cazzo. Cazzo!

Lasciò andare le gambe e atterrò col piede sinistro sul sedile del cocchiere. Si spinse con un calcio: la carrozza oscillò, il tetto in fiamme, e John sfrecciò in alto, accanto a un balcone e oltre l’oblò di una mansarda.

Scoppiò a ridere.

Per un pelo.

Le mura esterne della Torre di Londra erano a un soffio. S’ingrandivano sempre più e John era ancora troppo in basso.

Il propulsore tossì e si spense.

Il pallone!

John tirò la maniglia sulla spalla sinistra e il pallone di discesa si gonfiò d’idrogeno. La spinta verso l’alto si scaricò sul corpo di John con uno scossone, smorzò la caduta e lo sollevò oltre la merlatura. La bombola dell’idrogeno si sganciò dall’armatura e precipitò sul terreno. Il sibilo dell’aria scomparve e Londra si riempì di nuovo del ruggito degli incendi e delle esplosioni di proiettili.

John si guardò attorno, la mascella serrata per la tensione. La planata era lenta. Troppo lenta. Era un bersaglio facile.

Lo strillo di un demone gli fece gelare il sangue. Controllò a destra e a sinistra: la bestia era già in picchiata.

«Cazzo!»

Lanciò un’occhiata in basso: il terreno era troppo distante anche per le molle dell’armatura. L’unica alternativa erano i tetti. Tirò uno dei cavi-guida del pallone e quello si piegò a destra, portandolo verso una delle costruzioni all’interno del cortile della Torre.

L’edificio era lontano, la planata sempre lenta.

Digrignò i denti.

Un altro verso, più forte stavolta.

Devo sbrigarmi!

Sguainò la sciabola e tagliò il tubo che lo collegava al pallone. Cadde sul tetto in piedi, ma perse l’equilibrio e rotolò di lato. Aveva appena sollevato la sciabola al cielo che il demone gli piovve addosso e gli afferrò la mano armata e la spalla sinistra. La pelle del mostro era lambita dalle fiamme. L’armatura si stava scaldando. John afferrò con la sinistra la lama della sciabola. La bestia appoggiò tutto il peso su di lui e snudò le fauci con un urlo. L’alito puzzava di zolfo. John spinse la sciabola sul petto del mostro, ma le zanne marce gli arrivarono a un soffio dalla faccia. Il demone lo sollevò in aria con un balzo e lo inchiodò di nuovo sul tetto facendogli sbattere la testa. Cento puntini di luce saettarono davanti agli occhi come insetti.

Un boato risuonò nell’aria e il demone si girò.

Un’aeronave stava precipitando al suolo, avvolta dalle fiamme.

John spinse il pulsante dell’Ercolizzatore sul petto dell’armatura. I meccanismi interni si azionarono con un ding argentino e le molle andarono in tensione: ora il demone pesava meno di un bambino. Lo afferrò per la gola e lo fece rotolare di lato. La bestia urlò dal dolore. John caricò il braccio destro fino alla massima tensione delle molle e lo rilasciò: la lama della sciabola scivolò da una parte all’altra del collo del demone e la testa rotolò giù dal tetto. Un fiotto di sangue schizzò dal moncone, seguito da una nuvola di fumo viola.

John scattò in piedi, si portò una mano alla bocca per non inalare. Fece un passo indietro e un refolo di vento lo investì dalle spalle, disperdendo il fumo in un nuvola di polvere fina.

Ma che diamine…

Il cadavere sul tetto era quello di un uomo. Nudo, la pelle rossa e nera di bruciature.

John fece un altro passo indietro.

«Ma che cazzo sta succedendo?»

«Ehi, voi, soldato! Che ci fate lì? Dovevate atterrare sull’armeria, non sull’ospedale!» Disse una voce femminile.

Una ragazza castana vestita con gonna e giacca azzurra e una blusa bianca si stava sbracciando sul tetto dell’edificio accanto. In mano stringeva un ciondolo.

«Non state lì impalato. Raggiungetemi. Dobbiamo andarcene!»

Il cortile interno era pieno zeppo di cadaveri immersi in pozze di sangue, decapitati o con la testa spappolata. Al centro, vicino alla Torre Bianca, giacevano i corpi scomposti di due ragazzi della compagnia. Le armature erano coperte di sangue e ammaccate: dovevano aver sbattuto contro l’edificio prima che il propulsore esaurisse la carica.

In vita c’era solo la ragazza.

«Ehi, voi! Siete sordo per caso? Seguitemi, non abbiamo molto tempo!»

Una ragazzina insistente.

Le labbra di John si incresparono in un sorriso. Che alternativa ho?

 *    *    *

Abigail fermò il pendolo e lo lasciò andare di nuovo: il vagone pneumatico viaggiava nella direzione giusta.

Il soldato Plye sedeva sul divano di fronte a lei. Aveva sfilato il fucile da un attacco sulla schiena, l’aveva ispezionato e se l’era poggiato accanto. Ora stava ricaricando gli ingranaggi dell’armatura con una chiavetta da orologiaio. Lavorava in silenzio, gli occhialoni da aviatore sui capelli e la fronte madida di sudore. A giudicare dal collo era un ragazzo muscoloso.

Ma che cavolo ti metti a pensare adesso, Abby? Non è certo il momento adatto, no?

«Vi è tutto chiaro, Mister Plye?»

Il soldato sollevò la testa e un fremito gli passò per le labbra. I mustacchi ballarono come un’altalena.

«Io sarei il soldato che avete visto nelle carte, giusto?»

Anche la voce non mi dispiace.

«Sì, esatto.»

«Eppure ci siamo paracadutati in dodici prima che l’aeronave fosse attaccata. Come fate a esserne certa?»

Abigail gli mostrò il pendolo.

«Ho usato questo. Mi sono concentrata su ciò che dovevo raggiungere e ho trovato voi.»

Il soldato annuì.

«Certo. E ora quel vostro ciondolo ci sta guidando da…»

«…un Lord e un automa.»

«Già, esatto, un lord e un automa. E poi cosa? Cosa dovrebbe accadere, di grazia?»

Il volto di Abigail avvampò. Era la prima volta che un popolano le rispondeva a tono. Era eccitante. Distolse lo sguardo e fissò il pavimento in parquet del vagone.

«Be’, vedete Mister Plye, in realtà non lo so. Non ancora. Sto solo seguendo la mia previsione. Noi ci saremmo incontrati comunque. Era destino. Solo non sarebbe successo esattamente così.»

Abigail si stropicciò le mani.

«È… è più chiaro adesso?»

Il soldato Plye diede un colpo di tosse. O era un grugnito?

Abigail rialzò lo sguardo. Il soldato si stava grattando la nuca, la fronte corrugata, gli occhi inchiodati su di lei.

«Miss Murrey, non prendetela come un’offesa alle vostre competenze professionali, ma le carte le hanno anche mostrato due volte se stessa. Avete forse una gemella?»

Adesso sta esagerando.

«No, Mister Plye, temo di no. Ditemi: voi avete altre domande dalla risposta scontata?»

Il treno si fermò col sibilo dei freni sulle rotaie.

Il soldato Plye si alzò in piedi.

«Solo una, signorinella, come diamine faremo a seguire la pre…?»

Lo sguardo del soldato si fissò oltre la sua spalla. Un sorriso nervoso gli increspò le labbra.

Abigail si girò.

Sulla banchina del Dipartimento di Scienze Meccaniche una folla di demoni si litigava i corpi senza vita di tre ragazze.

*    *    *

John afferrò il fucile e balzò in piedi.

Nella stazione c’erano pochi lampioni a gas ancora in funzione, ma illuminavano almeno una ventina di bastardi.

«Miss Murrey, resti dietro di me. Qualunque cosa succeda non si muova da qui!»

Tolse la sicura. Ce la poteva fare. L’unico ingresso del vagone era il portello centrale: se restavano dentro poteva affrontarli uno alla volta. Sì, ce la poteva fare.

I demoni urlarono eccitati, la pelle percorsa da lingue di fuoco. Quello più vicino strappò un ultimo brandello di carne dalla gamba che stava spolpando e si avventò sul portello del vagone. John fece fuoco. Il fucile Perkins vomitò una raffica di proiettili e sbuffi di vapore bianco e il vetro del finestrino scoppiò in una pioggia di schegge. Il volto del demone esplose in mille brandelli di ossa e carne. La bestia cadde a terra, in preda agli spasmi, e del fumo viola salì fino al soffitto.

Gli altri demoni corsero verso il vagone. John urlò. Sparse la raffica mirando alle gambe. I bastardi caddero a terra. John staccò il caricatore e ne infilò un secondo.

I demoni erano già in piedi. Uno aveva perso la gamba destra, altri tre zoppicavano. John mirò all’altezza dello stomaco. I demoni crollarono di nuovo al suolo. Il sangue si allargò sulla banchina e colò sulle rotaie.

Il vapore espulso dal fucile riempì il vagone e appannò i vetri restanti. John lasciò andare il grilletto, prese un respiro profondo, tese le orecchie: le urla dei demoni avevano lasciato il posto a un tappeto di guaiti e lamenti. Si asciugò col dorso di una mano il sudore della fronte e si rimise in posizione, il fucile puntato verso la banchina.

Miss Murrey respirava affannata. «Forse ora possiamo uscire?»

John portò un dito davanti alle labbra per intimarle il silenzio. Aveva una strana sensazione.

«Mister Plye, non…»

«Silenzio, Miss Murrey.»

Già, silenzio, anche fuori dal vagone.

Il vapore stava uscendo dal finestrino. Aleggiava sulla banchina mischiandosi alla luce fioca dei lampioni a gas.

Dove cazzo sono finiti? Sono morti?

«Se la via è sicura dobbiamo andare, Mister Plye. Dobbiamo trovare…»

John si girò di colpo.

«Vi ho detto di fare silenzio, per Dio!»

Stridore metallico. Il portello del vagone cedette con un clang secco.

Miss Murrey lanciò un grido.

John si girò e aprì il fuoco.

Una mano artigliata afferrò la canna del fucile e lo strattonò. John tenne salda la presa, venne sbalzato sulla banchina della stazione.

«Mister Plye!»

I demoni lo accerchiarono, le lingue che schioccavano contro i denti, le fiamme che lambivano gli artigli.

John si rialzò da terra e gettò al suolo il fucile.

I demoni risero.

«Vi divertite, eh, bastardi?» John sguainò la sciabola e azionò le molle dell’armatura. «Fatevi avanti, stronzi!»

Un urlo. Le fiamme si alzarono in colonne bianco incandescente sulle schiene dei bastardi. Un demone senza un braccio si gettò in avanti e John scartò di lato, tagliandogli la testa in due all’altezza del naso. Si girò su se stesso e sferrò un pugno al demone più vicino che si schiantò contro due compagni e li trascinò al suolo con sé.

Un’artigliata alle spalle. John venne sbalzato in avanti e sbatté la testa contro il vagone pneumatico: all’interno Miss Murrey lo guardava terrorizzata.

Si voltò. Quattro demoni gli stavano davanti, altri tre si stavano avvicinando all’entrata del vagone. Menò un fendente e la sciabola si incastrò nella spalla del demone più vicino. Tirò per disincastrarla, ma il bastardo afferrò la lama e la spezzò. Spinse John contro il vagone e si strappò il frammento conficcato nella carne.

Lo lanciò a terra.

John alzò i pugni in difesa.

Cazzo!

La porta di metallo all’altro capo della banchina si aprì con un sibilo. Due delle bestie vicino a John si girarono.

Un automa sbucò dal corridoio buio dietro la porta. Tra le mani stringeva una mitragliatrice: le canne presero a roteare e a vomitare fiammate.

Un dolore lancinante attraversò il petto di John. I quattro demoni che gli stavano davanti crollarono al suolo. John cadde in ginocchio, privo di forze. Il sapore del sangue gli riempì la bocca e il respiro lasciò il posto a un gorgoglio. Si appoggiò con la schiena contro il vagone. La vista si appannò.

Il dolore…

 *    *    *

Abigail si gettò sul pavimento. La raffica crivellò le pareti del vagone e i finestrini esplosero in una pioggia di vetro. I proiettili le fischiarono sopra la testa. Distrussero infissi e divani: schegge di legno e piume d’imbottitura schizzarono in aria e planarono come fiocchi di neve.

L’arma tacque. Le ultime piume si posarono sul pavimento e su Abigail che rimase rannicchiata al suolo a tremare. Il cuore le batteva in petto come se stesse per esplodere.

Tre demoni giacevano scomposti fuori dall’entrata del vagone. Gemevano, immobili.

Un rumore di passi risuonò sulla banchina. Un demone fuori dal suo campo visivo urlò dal dolore.

Che sta succedendo?

L’urlo si spense, seguito da un rumore di ossa che si frantumano.

«Bene così, Shell-Head, stacca tutte le teste.» La voce di un uomo anziano.

Abigail tirò un sospiro di sollievo. Si aggrappò al divano e si tirò su.

A lato della banchina un automa era inginocchiato su uno dei demoni. La creatura infernale gemeva. L’automa le aveva sfondato il cranio, infilzandolo con le dita metalliche e tirava per staccarlo dal corpo. Un gentiluomo vestito di nero seguiva la scena appoggiato al bastone da passeggio. Le dava le spalle.

Il Lord e l’automa.

Abigail mise piede sulla banchina. Un passo e si fermò. Il soldato Plye sedeva sul pavimento con la schiena appoggiata al vagone. Delle scie di sangue gli colavano dalla bocca e da cinque fori di proiettile all’altezza del petto.

Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Mister Plye…

Un colpo di tosse.

«E lei Signorina chi è, di grazia?»

Abigail si voltò. L’uomo accanto all’automa la fissava. Aveva la metà sinistra del volto coperta da una maschera di ottone e una lente al posto dell’occhio, come un monocolo da gioielliere. Barba, baffi e capelli bianchi incorniciavano l’altra metà della faccia.

Le puntava contro un revolver.

Abigail riprese a tremare.

«Perdoni le mie maniere, Signorina, ma come può capire oggi è una giornata in cui è meglio non fidarsi di nessuno.» Un colpo di tosse, più di imbarazzo che altro. «Sono Lord Caulfield, direttore del Dipartimento di Scienze Meccaniche. Il vostro nome?»

«Abig…» L’urlo di un demone sovrastò la voce. L’automa sollevò in aria un’altra testa. «Abigail Murrey, Dipartimento di Scienze Occulte.»

Il sospetto sulla faccia di Lord Caulfield lasciò il posto a una smorfia di disgusto. Abbassò il revolver.

«Una degli stregoni, eh?» Il gentiluomo sospirò e lanciò uno sguardo ai demoni sul pavimento. «Ditemi che avete combinato.»

*    *    *

«…mi sentite?»

La voce suonava distante.

John aprì gli occhi, la luce glieli fece chiudere di nuovo. La testa doleva come dopo una sbronza colossale.

«Ah, bene! Ci siamo!» La voce di uno sconosciuto.

John dischiuse le palpebre. Era tutto sfocato. C’era una lampada sul soffitto, circondata da degli specchi. Guardò in basso e la vista si schiarì. Era a torso nudo, disteso su un tavolo di metallo: una ferita serpeggiava dal torace all’ombelico, chiusa di fresco da una serie interminabile di punti di sutura.

«Mister Plye?» Di nuovo la voce maschile, a sinistra.

John girò la testa. Era un vecchio con metà del volto coperto di ottone e un aggeggio nero al posto dell’occhio sinistro. Indossava un grembiule bianco, lordo di sangue.

«Chi hè lehi?»

Cos’ha la mia voce?

«Mister Plye, non si sforzi. Avete avuto un incidente. Vi ho appena operato. Mi chiamo Caulfield, Lord William Caulfield.»

Incidente?

John chiuse gli occhi. Il salto dall’aeronave. Miss Murrey. L’interno del vagone pneumatico. I demoni che smembravano le tre ragazze sulla banchina. L’automa. Il morso dei proiettili.

Raccolse le forze e sollevò la schiena. Il corpo rispose subito, ma era intorpidito. Non avvertiva nulla: né la temperatura dell’aria, né la consistenza del tavolo sotto di sé.

Il pavimento della sala operatoria era sporco di sangue quanto il grembiule del vecchio. C’era anche del vomito. Sulle piastrelle qualcuno aveva tracciato in nero cerchi, stelle a cinque punte e altri simboli che John non conosceva.

Nascosta dietro al vecchio c’era Miss Murrey. Teneva un fazzoletto di pizzo premuto sulla bocca. Aveva le guance rigate di lacrime.

«Mhiss Muhrrey?»

La ragazza singhiozzò.

«Mi dispiace John. Non c’era alternativa. Ho dovuto aiutarlo.»

Gli diede le spalle e uscì dalla stanza.

Appoggiato alla parete c’era un tavolo con sopra un vassoio chirurgico. Sopra al vassoio una pila di organi: stomaco, intestino, fegato, reni e tutto il resto.

«Mha che sushede?»

Il vecchio gli mise una mano sulle spalle.

«Mister Plye ho delle brutte notizie per voi. Pessime, in verità.»

Il vecchio inclinò la testa di lato. Inarcò il sopracciglio e un ghigno gli apparve sulle labbra. «L’incidente che avete avuto vi è stato fatale. Voi siete morto, Mister Plye.»

*    *    *

John fece strada lungo le rotaie. L’automa che l’aveva ucciso avanzava accanto a lui a scatti veloci e precisi, i motori elettrici delle giunture che ronzavano a ogni passo. Sulla schiena i pistoni del motore a vapore si alzavano e abbassavano a ritmo costante, stretta nella destra la mitragliatrice a manovella rifletteva la luce delle lampade a gas.

Un automa. Un oggetto senz’anima.

John si portò una mano davanti agli occhi: era pallida, sottopelle le vene erano diventate viola.

E io cosa sono, adesso?

Quando il dottore gli aveva detto come stavano le cose, John aveva sentito il bisogno di vomitare, ma non c’era riuscito. Ovvio, non aveva più lo stomaco. Gli erano rimasti solo i polmoni e il cuore, collegati a delle grosse batterie voltaiche. Erano in azione anche adesso: ogni respiro ossigenava il Fluido Riattivatore e ogni battito lo metteva in circolo. Ma quanto sarebbe durata? Quanto ci avrebbe messo il corpo a marcire?

Raggiunsero la stazione e salirono sulla banchina. Di fronte a loro troneggiava una porta di metallo con sopra la scritta Dipartimento di Scienze Evoluzionistiche.

Lord Caulfield annuì soddisfatto, grattandosi la barba.

«Bene…»

«Voglhio morirhe.»

Miss Murrey si asciugò gli occhi arrossati col fazzoletto. Non aveva mai smesso di piangere, non aveva detto una parola da quando aveva lasciato la sala operatoria.

Lord Caulfield inarcò il sopracciglio.

«Ma, Mister Plye, voi siete già morto.»

John digrignò i denti. Lo afferrò per il bavero della giacca e se lo portò vicino alla faccia.

«Nohn mi prendehre per il cuhlo, vehio bastahrdo.»

L’automa a guardia del vecchio prese John per un braccio e lo allontanò con uno strattone. John gli assestò un pugno sul volto, ma la macchina lo scaraventò a terra e gli puntò contro la mitragliatrice.

«Basta così, Shell-Head.» Lord Caulfield poggiò una mano sull’automa che abbassò l’arma. Il vecchio aprì la porta e fissò John con un ghigno compiaciuto.

«E così volete morire, soldato Plye? Be’, non preoccupatevi, ci sono buone probabilità che in questo dipartimento troverete la soluzione al vostro problema. Prego, dopo di voi.»

John si rimise in piedi. Imbracciò il fucile e oltrepassò la soglia.

Un corridoio poco illuminato correva diritto fino a un’altra porta di metallo. Porte numerate in ordine decrescente si affacciavano sui lati. La maggior parte erano aperte, all’interno mobili ribaltati, documenti sparsi a terra, pozze di sangue e cadaveri decapitati.

John raggiunse il portone alla fine del corridoio. Un’esplosione aveva deformato i battenti di metallo verso l’esterno. Sopra stava la scritta Laboratori.

Gli altri si avvicinarono.

«Bene, proseguiamo.» Lord Caulfield controllò l’orologio e annuì, lo sguardo perso in un ragionamento. «Miss Murrey, una volta dentro ci dovremo muovere in fretta: non allontanatevi da me, mi raccomando. Mister Plye, a voi e a Shell-Head il compito di farci strada.» Il vecchio sorrise, il solito ghigno di merda. «E buona fortuna.»

Sadico bastardo

«Shell-Head, apri la porta e scortaci nel laboratorio!»

L’automa appoggiò le mani sui battenti e li spalancò senza sforzo.

Miss Murrey e Lord Caulfield si turarono il naso.

John aggrottò le sopracciglia.

«Che c’hè?»

«Non… non lo sentite?» Chiese la ragazza.

John abbassò lo sguardo.

«No.»

Si voltò ed entrò assieme a Shell-Head nel laboratorio. Una lampada elettrica illuminava lo stanzone, l’unica superstite di quattro. Ai lati, le pareti erano coperte da gabbiette sfondate e sul pavimento giacevano i corpi smembrati di un mucchio di conigli bianchi. Altri conigli sporchi di sangue tremavano accalcati negli angoli della stanza.

La porta per il laboratorio successivo era a terra, in pezzi. John la raggiunse e passò oltre.

Le urla delle scimmie chiuse nelle gabbie lo sommersero. Le bestie saltavano su e giù nel poco spazio che avevano a disposizione e mostravano le zanne. Avevano tutte lo stesso sguardo spaventato.

Al centro del laboratorio due gorilla sventrati giacevano su tavoli chirurgici. Uno respirava ancora, buona parte dell’intestino riverso sul pavimento.

John ignorò le urla delle scimmie e si avvicinò al gorilla in vita. Sulla fronte due piccole corna s’inarcavano all’indietro.

Cos…?

La bestia gli strinse le mani attorno alla gola e scese dal tavolo.

Nessun dolore.

John lasciò andare il fucile e si avvinghiò ai polsi del gorilla. Puntò un piede sulle costole esposte e gli sferrò un calcio allo stomaco, ma lo stivale restò aggrovigliato nelle interiora lordandosi di sangue viola.

Shell-Head, Lord Caulfield e Miss Murray entrarono nella stanza. La ragazza gridò. Lord Caulfield le afferrò la mano e la trascinò nella stanza successiva, seguito da Shell-Head.

Il gorilla portò il volto di John alla bocca con uno strattone. Le zanne affondarono nella carne morta, strapparono via la mandibola e una lunga striscia di pelle, giù fino alla base del collo. Il sangue colò copioso sull’armatura.

Nessun dolore.

Sono un’idiota! Non devo difendermi, sono già morto.

John lasciò la presa sui polsi. Attivò l’armatura e sferrò un pugno sull’occhio destro della bestia. Il gorilla scosse la testa, lo sguardo perso nel vuoto. Lasciò la presa sul collo e cadde all’indietro sul pavimento, trascinando John per il piede ancora avvolto negli intestini. John travolse il tavolo e crollò a fianco del gorilla. Il fucile era a un passo dal petto della bestia.

Il fucile!

John allungò un braccio, ma il gorilla gli sferrò un calcio al petto. L’armatura si deformò e una costola si spezzò con un crack umido. John tossì sangue e distese ancora il braccio, le dita che accarezzavano il fucile. Inarcò la schiena e le strinse attorno alla canna. Il gorilla si mise carponi, gli afferrò di nuovo la gola. John gli spinse in faccia il fucile.

Addio, stronzo.

Tirò il grilletto. La testa della bestia esplose come un frutto troppo maturo, gli schizzi di sangue e materia grigia imbrattarono John. Il corpo senza vita gli cadde addosso. John lo spinse di lato, si mise seduto e disattivò l’armatura. La testa gli girava. Il corpo era più intorpidito di prima. Il Fluido Riattivatore e il sangue grondavano dalle ferite al volto e al costato: senza mandibola non ci sarebbe voluto molto prima di morire dissanguati.

Da uno dei laboratori si levò un urlo, seguito da una raffica di mitragliatrice.

Miss Murrey!

John si tirò su e corse nella stanza successiva.

Le pareti sfarfallavano in vortici di colore. No, era altro: brulicavano di creature a metà tra gechi e camaleonti, grandi come gatti. Gli animali si fermarono e sulla parete destra i corpi ammassati disegnarono un grande occhio d’oro.

John fece un passo verso il centro della stanza.

L’occhio lo seguì.

Ma cosa?

Un’altra raffica di colpi. Altre urla. Del vecchio, stavolta.

John corse nella stanza successiva: era vuota. E così la terza e la quarta. Oltrepassò un’altra soglia. Nella stanza c’erano sei demoni che barcollavano, immersi nel vapore. Uno era grosso il doppio degli altri: aveva le gambe di un caprone e il torso e la testa di un leone cornuto. Una fiammella azzurra galleggiava a mezz’aria tra le corna, dalla schiena spuntavano otto tentacoli lunghi come un uomo.

Che cazzo di esperimenti conducevano qui?

Miss Murrey e Lord Caulfield erano stretti in un angolo. Il vecchio sadico non aveva più la mano sinistra: gli era stata troncata di netto e giaceva a terra, ancora stretta al bastone da passeggio. Il moncherino slabbrato fiottava sangue.

Shell-Head era davanti a loro, le canne della mitragliatrice ancora fumanti.

John mirò alla testa di leone e fece partire una raffica. La bestia porto le zampe al volto e cadde al suolo urlando. John attivò l’armatura e le si scagliò addosso: le afferrò il collo e tirò con tutta la forza che aveva.

Dai, per Dio, spezzati!

Un tentacolo lo avvolse per la vita e lo scaraventò contro un muro. Sbatté la testa e cadde a faccia in giù sul pavimento. Il mostro avanzò, i tentacoli che ondeggiavano disposti a raggiera attorno al corpo, la fiammella che lo seguiva a ogni passo. John si tirò in piedi e si appoggiò con la schiena alla parete.

Il lato destro della stanza sparì nel buio. Del liquido colò sulla guancia destra. John portò una mano all’occhio e tastò piano.

È andato…

I tentacoli lo avvolsero e lo sollevarono in aria: il vecchio bastardo e Miss Murrey erano spariti. Shell-Head aveva perso un braccio e stava strangolando uno dei demoni con la mano che gli era rimasta.

Il demone con la faccia da leone ruggì. Il rumore di ossa che si spezzavano riempì l’aria, seguito da quello della carne che si strappava. La luce nella stanza si affievolì, i suoni si fecero più ovattati.

John chiuse gli occhi e inspirò a fondo.

È la seconda volta che muoio oggi

 *    *    *

Una raffica di colpi. Il demone-chimera cadde al suolo e gli altri si girarono verso l’entrata.

Abigail lanciò un grido.

John?

Il soldato Plye aveva perso metà della faccia, l’armatura tinta di viola dal liquido che gli colava dalla ferita.

Lord Caulfield le afferrò un braccio e la trascinò oltre il tavolo chirurgico ribaltato in mezzo alla stanza, verso la parete opposta. Spinse uno dei mattoni e una porzione del muro arretrò, rivelando un passaggio segreto.

«Presto Miss Murrey, da questa parte.»

«Milord, no! Mister Plye…»

«Non c’è niente che possiamo fare ormai!»

Lord Caulfield si girò verso l’automa. «Tu resta qui, Shell-Head. Assicurati che nessuno ci segua.»

Trascinò Abigail fuori dal laboratorio e il passaggio si richiuse alle loro spalle. Abigail si liberò con uno strattone. Si appoggiò al muro e spinse con tutte le forze. Dall’altra parte della parete giungevano i versi eccitati dei demoni e nessun rumore di spari.

Si voltò verso Lord Caulfield.

«L’abbiamo abbandonato!»

«Smettetela! Non aveva più la mascella. Sarebbe morto comunque.» Lord Caulfield allentò il colletto della camicia con un dito. «E poi non ha più importanza. Dobbiamo raggiungere la macchina. Tutto il resto è irrilevante!»

«Come fate a dire certe cose? Mister Plye è corso in nostro aiuto anche dopo che l’abbiamo strappato all’aldilà. Vi ha seguito senza fare domande e ora che aveva bisogno di noi, l’abbiamo lasciato a morire!»

Lord Caulfield si slacciò la cravatta. Era pallido, il volto imperlato di sudore.

«Era quello che voleva.» Ansimò. «E comunque non ha sofferto: un cadavere non può soffrire.»

Barcollò e si appoggiò al muro. Il volto aveva perso la solita aria divertita. Il moncone della mano sinistra spruzzava deboli fiotti di sangue.

«Milord…»

Abigail gli si avvicinò. Spiegò il fazzoletto e lo premette sulla ferita.

Lord Caulfield la scacciò con uno strattone.

«Prego, lasciate stare. Non ho molto tempo. Aiutatemi piuttosto, dobbiamo raggiungere un macchinario custodito in fondo al corridoio.»

Abigail annuì. Si passò il braccio sano del gentiluomo sopra le spalle e camminarono in silenzio sotto una serie di lampade elettriche, fino a entrare in un montacarichi. Lord Caulfield estrasse un mazzo di chiavi, l’infilò in un pannello alla sinistra dell’entrata e diede due mandate. Le porta a fisarmonica si chiuse e il montacarichi scese.

Un piano.

Lord Caulfield era pallido come un cadavere, aveva il respiro pesante. Si appoggiò a una parete e chiuse gli occhi. Ingoiò a vuoto, respirò a fondo.

Il montacarichi si fermò con un sobbalzo.

Al di là della porta a fisarmonica si allargava uno stanzone di mattoni. Tubi alti fino al soffitto ne costeggiavano le pareti, illuminando l’ambiente di una fredda luce azzurra. Delle creature galleggiavano all’interno, immobili, addormentate: avevano un aspetto umano, ma la pelle era bianca e lucida come il ventre di un pesce, e i volti possedevano la bocca, sette occhi disposti in tre colonne e nient’altro.

Abigail si portò una mano al petto.

«Che cos’è questo posto?»

Lord Caulfield aprì la porta e uscirono. Respirava sempre più a fatica.

«Solo i capi dipartimento ne sono a conoscenza. Qui hanno luogo gli esperimenti di massima segretezza.»

In fondo alla sala trovarono una piattaforma circondata da quattro colonne in metallo e sormontata da una quinta che pendeva dal soffitto. Ogni colonna terminava con una sfera metallica ed era collegata a un macchinario coperto di indicatori, contatori, manopole e interruttori a coltello. Al centro troneggiava un enorme orologio: c’era una lancetta in più del solito, segnava il giorno.

Lord Caulfield si liberò dall’abbraccio della ragazza e si avvicinò all’orologio. Con l’indice riportò la lancetta delle ore indietro quasi di un giro completo.

Si voltò verso Abigail ed estrasse il revolver.

«Salga sulla piattaforma.»

Abigail restò dov’era.

«Cos’è questo marchingegno?»

Lord Caulfield armò il cane e tossì. Nonostante l’aspetto da moribondo la mano era ben salda sull’impugnatura.

«Miss Murrey, vi prego, fate come dico. Non c’è tempo per le spiegazioni e io non posso prendere il vostro posto. Sulla piattaforma! Adesso!»

Abigail obbedì.

«Si metta sotto la sfera al centro e non si preoccupi» disse Lord Caulfield. «Non le succederà niente di male.»

Abigail strinse i pugni, gli occhi sulla pistola.

«Mi è difficile crederlo, Milord.»

Lord Caulfield scosse la testa. Senza spostare lo sguardo, abbassò col moncone il primo di tre interruttori a coltello del macchinario che gli stava affianco. Un ronzio cupo riempì la stanza. Sulla macchina gli aghi degli indicatori ballarono dietro i vetri.

Qualcosa è fuori posto.

Un formicolio partì dalle gambe e si irradiò in tutto il corpo di Abigail che non riuscì più a muoversi.

Scariche elettriche saettarono da una all’altra delle sfere in cima alle colonne, crepitando, fino a formare un cerchio sopra la piattaforma.

«C-che succede?»

Il secondo interruttore seguì il primo.

Altre scariche, più forti. L’intreccio di lampi collegò le sfere a terra con quella che pendeva dal soffitto facendola brillare di un azzurro intenso.

Una forza invisibile sollevò Abigail dal suolo.

«È tutto normale.» Lord Caulfield lanciò il revolver sulla piattaforma e abbassò il terzo interruttore. «Le spari in faccia! In faccia

Abigail gridò, ma la voce le morì in gola.

Una pioggia di scariche elettriche si riversò su di lei.

*    *    *

La luce la avvolse e Abigail fluttuò senza peso, immersa nel candore e nel silenzio. Bianco fino all’orizzonte in tutte le direzioni.

Dove sono finita?

Un tuono scosse l’aria. Il rombo riecheggiò nel vuoto e la luce si frammentò in un turbine di scintille. Un altro tuono e le scintille si dileguarono come uno sciame di lucciole, sciogliendosi nel nulla.

Abigail era in un corridoio della Torre di Londra: del laboratorio segreto non c’era traccia. Da dietro una porta chiusa giunse il rumore di tre spari. Abigail si voltò e toccò qualcosa col piede: era il revolver di Lord Caulfield. Si chinò e lo raccolse.

Qualcosa è fuoriposto.

La porta da dove erano venuti gli spari si spalancò. Un’altra Abigail apparve sulla soglia. Sbarrò gli occhi, terrorizzata. «C-chi…?»

Ma che succede?

Nella stanza c’era una gabbia. All’interno Lord Fairfax era disteso sul pavimento, privo di sensi, e un demone stava soffiando del fumo viola in faccia a un soldato.

Non è possibile. Quella è Rangda. Questo è l’esperimento di ieri pomeriggio!

L’Abigail dentro la stanza fece un passo indietro e cadde seduta a terra.

Abigail strinse il revolver.

«Presto, dobbiamo fermare la strega!» Scavalcò il doppione e corse fino all’entrata della gabbia.

Rangda lasciò cadere il soldato a terra. L’uomo tremava: la sciabola che aveva al fianco sbatteva sul pavimento in pietra col suono di una campana d’allarme. La pelle gli si stava colorando di rosso acceso. Un braccio prese fuoco, coprendosi di piccole fiamme arancioni. Sulle dita spuntarono artigli neri e ricurvi.

Abigail sollevò il revolver con due mani. La strega la guardò con la testa inclinata di lato, come un animale curioso, e rise. Abigail inghiottì a vuoto e sparò. Il rinculo le sbatté il revolver contro la faccia e la mandò stesa sul pavimento. Un dolore lancinante s’irradio dal naso alla nuca. Artigli ricurvi le infilzarono il braccio. Abigail riaprì gli occhi, la vista offuscata dal sangue e dalle lacrime. La strega era sopra di lei: il proiettile era penetrato nella faccia, sotto lo zigomo destro.

La ferita si stava richiudendo.

Rangda non rideva più. Le trafisse i lati della gola con gli artigli e la sollevò da terra. Abigail la afferrò per il braccio, il sangue che schizzava copioso sulla gonna e sul pavimento.

«No!» La voce dell’altra Abigail.

La lama di una sciabola spuntò dal ventre della strega, che lasciò la presa.

Abigail cadde a terra.

Rangda si girò e spalancò le braccia: una forza invisibile inchiodò l’Abigail con la sciabola contro la parete della gabbia.

La strega rise.

Sul pavimento, Abigail strisciò fino a raggiungerla e le afferrò una caviglia. La pelle era rovente. Rangda le sferrò un calcio, si chinò e le trafisse il petto.

Abigail sorrise.

Proprio quello che volevo, idiota.

Le poggiò il revolver contro la fronte e fece fuoco. Un fiotto di sangue le investì il volto. Rangda si prese la faccia tra le mani e cadde in ginocchio urlando.

L’altra Abigail apparve accanto alla strega, la sciabola sollevata in aria. La lama piovve sul collo di Rangda e affondò nella carne, incastrandosi nell’osso. Uno schizzo di sangue investì il volto disgustato dell’Abigail in piedi che appoggiò un piede contro la spalla di Rangda. Urlò di rabbia e strappò la sciabola con una spinta.

La lama saettò di nuovo sul collo e la testa di Rangda disegnò una parabola in aria e cadde sul pavimento con un tonfo. Il corpo senza vita si accasciò di lato, percorso da spasmi. Si ricoprì di crepe che gettarono una luce arancione e prese fuoco.

L’Abigail con la sciabola tirò un calcio al cadavere della strega che si dissolse in una nube viola.

È finita.

Abigail tossì, distesa in una pozza di sangue, gli abiti e i capelli zuppi, appiccicati alla pelle. I contorni delle sbarre si ridussero a una nube grigia.

Le mani dell’altra Abigail le sollevarono la nuca. La testa di Rangda era una massa sfocata sul pavimento. Abigail strinse gli occhi e i dettagli si fecero più distinti: la maschera si era staccata dal volto ed era di nuovo inanimata. La faccia del Soggetto 37 era sciolta fino all’osso.

«Il… il soldato?»

L’altra Abigail si voltò a controllare.

«È morto. Non…»

La luce scomparve e con essa il calore. I volti di Mister Plye, Lord Caulfield e Shell-Head apparvero nel buio. Abigail ripensò alla previsione di qualche ora prima.

Demoni rosso sangue. Una città avvolta dalle fiamme. Una corona che cade a terra.

Anche stavolta ho sbagliato qualcosa.

editing a cura de
Il Duca di Baionette
www.agenziaduca.it
www.vaporteppa.it
racconto tratto dall’antologia
GLI INGRANAGGI DELL’IGNOTO
(primavera 2014)