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La Meccanica dell’Ambaradàn

1.

Sospetto. Non c’era altro aggettivo che definisse meglio Marcantonio Virzo nei suoi spostamenti all’interno del palazzo. Poteva essere l’aria furtiva del ferroviere in pensione o la cupidigia con cui covava il proprio carico.

Il pianerottolo della scala D lo vide arrivare di soppiatto come uno Zorro sovrappeso. Alla sua bussata convenzionale – due colpi rapidi/pausa/tre colpi rapidi – la porta della vedova Scialoja si aprì.

Fu sufficiente uno sguardo. La signora fissò il contenuto delle braccia di Virzo, poi arrossì.

«Benedetto uomo, vuol farsi vedere da tutti?! Entri subito.»

Virzo sghignazzò affondando il doppio mento nel triplo e con agilità impensabile si tuffò nell’appartamento immacolato della vicina.

Dieci minuti dopo, il ferroviere usciva dalla casa con un oggetto tra le mani. Lo teneva sotto al naso, da buon miope, per controllarne al meglio forma, qualità, stato di conservazione.

«Ah, beh, beh… adesso voglio vedere la faccia che farà l’Alfredo…»

Entrato nell’ascensore centrale, aspettò che le porte si chiudessero e che la luce di servizio fosse spenta per premere il minuscolo pulsante in cima alla sorpresina appena conquistata.

Tah! Una debolissima luce si accese nel piccolo lampione-giocattolo. Funzionava. L’uomo spalancò un sorriso enorme e baciò il gadget, felice. Adesso, dopo uno scambio lungamente negoziato, poteva sostituire il suo pezzo ormai scarico della serie ‘I Lampionotti’.

L’ascensore raggiunse il piano terra, infilandosi in fondo all’ex-cisterna sepolta dietro il cortile dove confluivano i due corpi di fabbrica del condominio gigantesco. Quel lungo budello incassato nelle viscere del palazzo aveva sempre messo claustrofobia agli inquilini, ma solo così, evitando le scale, Virzo avrebbe potuto sorprendere l’Alfredo nella sua guardiola. Sarebbe apparso di colpo al portiere, sventolandogli la preda sotto il naso con la cattiveria del vincitore. Era ora. Da mesi aveva riempito la casa di ovetti di cioccolata e i suoi scaffali crollavano sotto il peso dei doppioni delle sorpresine.

Percorrendo il primo tratto del passaggio, quello in pendenza, Virzo era troppo occupato a organizzare una campagna di commerci per notare la chiazza di liquido scuro che si stava allungando sul pavimento verso di lui.

Scivolò e perse l’equilibrio cadendo a pancia in su. Per la sorpresa il Lampionotto gli sfuggì di mano, ma gli passò subito la voglia di mettersi a cercarlo.

C’era un corpo straziato poco più avanti, l’ex contenitore di tutto quel sangue. Virzo, agghiacciato, lo riconobbe.

«Alfredo! Oh, sacripante, Alfredo, cosa l’è successo? Risponda!»

Il corpo era ancora caldo ma sembrava poco propenso alla conversazione. Come il ferroviere si avvicinò per provare a sollevargli la testa, Alfredo ebbe un sussulto. Spalancò gli occhi con le pupille perse nel vuoto.

«Calmo, stia calmo, per carità, ora chiamo aiuto, la cureranno, sa…?» fece Virzo, per niente convinto di quel che diceva. Il portiere gonfiò le gote. Tremava.

Faticosamente sollevò verso il viso dell’altro la mano destra con tre dita piegate.

Stava facendo le corna.

2.

Quando alla Mercury arrivava un pacco da recapitare nel ‘Trappolone’, c’era un entusiasmo meno che freddo nel gruppetto dei pony express dell’agenzia.

Il Palazzo Manfredini non era chiamato Trappolone a caso.

Quei due enormi edifici di circa 260 nuclei abitativi collegati da intrecci di scale, rampe e corridoi infiniti, mettevano in fuga qualunque fattorino. A questo si aggiungeva poi la presenza di un solo ascensore, inaccessibile quanto Shangri-la, installato chissà dove stuprando la storica struttura settecentesca. Tutti eccellenti argomenti per evitarlo.

Di solito, il consolidato nonnismo dei dipendenti anziani faceva sì che venisse mandato il pony più giovane e sprovveduto. Non sempre però c’era carne fresca da sacrificare e quando tutti erano occupati poteva toccare di occuparsene persino a veterani come Gino.

In questi casi lui tendeva a mugugnare, poi espletate le cerimonie di rito – come mostrare il dito medio ai capi e prendere a calci il distributore del caffè – abbozzava.

Volevano un lavoro ben fatto? L’avrebbero avuto.

La filosofia di Gino prevedeva consegna rapida, mancia rapidissima e provocazione del massimo disturbo in mezzo alle due operazioni. In questo intento si aiutava con una buona conoscenza del palazzo e l’abitudine di portarsi dietro uno skate i cui cuscinetti riecheggiavano tra le altissime pareti dei vestiboli.

L’avrebbe fatto anche questa volta, fedele alla sua linea di condotta, appena addentrato nei meandri del Palazzo Manfredini. La consegna che gli avevano appioppato era veramente squallida. Un pacchettino quadrato, piatto, forse contenente vecchi vinili, da recapitare a un tale G. Pezzullo, residente nell’ala nord del Trappolone. Non ci avrebbe rimediato granché, inoltre l’enorme portone d’ingresso era chiuso e il citofono non funzionava.

Grazie all’uscita frettolosa di un’inquilina, Gino era riuscito a entrare col suo plico. In guardiola mancava il portiere. Meglio. Sarebbe potuto andare dove voleva, sempre che si fosse ricordato dove si trovasse l’ascensore.

Rappando versi ad alto contenuto osceno, si mise alla sua ricerca. Superati i box auto, le cantine e una porta molto antica, solitamente serrata su seminterrati sconosciuti, ritrovò un corridoio che conosceva.

Era stretto, lungo, soffocante, illuminato da qualche neon pendulo pieno di ragnatele. Bingo!

Gino affrontò a pieni polmoni l’ultima strofa della composizione. Col pacchetto sulla testa, stava rimando un parallelismo tra il faro di Porto Empedocle e i propri attributi personali, quando si accorse del problema.

«Cazzarola!» farfugliò vedendo il cadavere. L’odiato portiere stava trasformando la stretta galleria che precedeva l’ascensore in una chianca clandestina.

Il ragazzo spostò piano il corpo con la punta di una scarpa. Si notavano due squarci paralleli che gli trapassavano il petto. Roba da farci passare dentro un braccio. «Cazz…» abbreviò Gino, con un pressante bisogno di vomitare.

Si accorse a malapena che il passaggio di qualcosa stava frapponendosi alla fonte di luce principale.

Nel girare la testa alle proprie spalle, i piercing del ragazzo tintinnarono delicatamente, colonna sonora del suo stupore.

Per primo gli arrivò l’odore.

Un denso aroma selvatico, fatto di muschio e paglia vecchia, carne frollata e ferro. I polmoni se ne riempirono.

Di tutto il corpo in arrivo, vide per primo il petto.

Era nudo e nero, o più esattamente, grigiastro. Una fitta peluria ispida lo copriva, dal perizoma lacero alle spalle. Da lì partiva un pilastro di carne e pelliccia. Il gigantesco collo di un toro culminante con una testa regolarmente cornuta.

Una testa enorme. Furiosa. Dalle protuberanze bagnate di liquido rosso.

Gino rimase immerso in un tempo dilatato a fissare con meraviglia il naso della creatura attraversato da un anello. Scese con lo sguardo verso la bocca semiaperta. Denti gialli, regolari, lasciavano pendere minuscole goccioline di saliva spinte in basso dall’alito caldo.

Le braccia del mostro, possenti e tese, si erano sollevate verso il soffitto.

Ottimo momento per urlare.

Gino gridò. La creatura gridò anche lei, più forte. Entrambi gridarono, poi subito dopo lei abbassò la testona e caricò, menando con le corna un affondo da destra a sinistra.

Più che la prontezza di spirito, furono le suole lisce delle Converse da basket a salvare Gino, che scivolò all’indietro e riprese l’equilibrio un passo più dietro. Mentre l’altro s’inchiodava nell’intonaco grezzo del muro, saltò disperato la carcassa di Alfredo. Il corridoio cieco lo costringeva a correre in una sola direzione. La cabina dell’ascensore. Lì probabilmente sarebbe morto, glielo diceva una voce nella mente che con freddezza contabile spiegava: “Ora ti becca, Gino. Ti sbuzza. Ti spatascia. Ti sfonda, Gino. Ti scassa.”

Dietro, gli ululati del mostro segnalavano la sua posizione. Vicina. Maledettamente vicina.

Arrivato in fondo al percorso, il corridoio si era allargato di poco per fare spazio all’incasso dell’ascensore.

La luce andava e veniva.

Gino, per istinto, si appoggiò con la schiena alla porta, una mano pressata a protezione dell’inguine e una sulla faccia.

Gli riempirono il campo visivo le apparizioni di un torso potente, delle sue braccia lunghissime, della testa taurina mugghiante rovesciata all’insù.

Si accorse a malapena della porta che si apriva alle spalle.

Dall’ascensore, una mano paffuta lo tirò dentro.

Corna di toro colpirono ferro. Rumorosamente.

Seguì una spirale di buio.

3.

«È bianco… poverello… un cencio…»

«Normale. Si è pure bagnato, teh, guardi i jeans!»

Le facce andavano e venivano dal soffitto.

Due? Tre? Difficile dirlo.

Al posto loro, apparvero poi le mani e queste lo schiaffeggiavano, lo scuotevano. Incessantemente.

Gino uscì dall’ovattata condizione di shock tirandosi su di scatto. Era terrorizzato.

«L’hovistoSantissimaVerginediPompeiquant’éveroIddio!»

«Cos’è che dice?»

«Boh, io stì ragazzi non li capisco…» fece il ferroviere Virzo, con i vestiti ancora fradici di sangue. «Ce l’avrà con qualcuno. Ce l’hanno sempre con qualcuno…»

Il pony express, ormai del tutto lucido, si guardò intorno. Era nell’antisala dello snodo tra le rampe B e C, semisdraiato su di una gradinata. Due signori gli stavano ai fianchi, uno grasso e inzaccherato, l’altro magro, in vestaglia, con un bocchino vuoto tra i denti.

Ne afferrò uno a caso per il bavero.

«È morto! Il portiere è morto! È stata quellaquella cosa! Scappiamo! Andiamo via da qui!»

I due inquilini si scambiarono un’occhiata.

«Ma guarda, che bell’idea. Lei ci aveva pensato, ingegnere?»

«In effetti. Caro giovanotto, la vita è un incubo. Chi non vorrebbe scappare? Peccato che tutte le rampe di scale conducano al cortile e che probabilmente il nostro amico sarà là ad aspettarci.»

«Già. Mica è scemo, quello. Grosso, sì, ma non scemo.»

«Forse sarebbe il caso di avvisare un po’ di inquilini, Virzo.»

«Perché, secondo lei non se ne sono già accorti? Adesso che è scappato, tra un po’ mancherà la corrente, il gas, la linea, tutto, insomma…»

La flemma innaturale di quei due rincoglioniti innervosì e confuse Gino. Non era possibile che potessero parlare di un simile casino con così tanta noncuranza. Si alzò in piedi e tirò fuori il cellulare.

«Cazzo, io chiamo il 113…»

«Fai, fai. Tanto non prende, qui.»

Era vero. Dentro quel casermone non arrivava neanche una tacca di campo. Mentre i due seduti sulle scale continuavano a discutere sul da farsi, Gino si precipitò alla porta più vicina. Schiacciò il pulsante del campanello.

Non suonava.

«Bussa a mano!» bofonchiò l’ingegnere.

Il ragazzo massacrò la porta di colpi. Uscì una ragazza sudata che indossava una tuta di ginnastica gialla.

«Che c’è?! Che sta succedendo qua?!»

«Senti, scusa, c’è un’emergenza… devo fare una telefonata. Presto, siamo tutti in pericolo!»

L’aria sconvolta del pony express e la presenza dei due condomini alle spalle convinsero la ragazza a farlo entrare e accompagnarlo in tinello. Lo lasciò davanti un ridondante mobile Cantù che ospitava un cordless lilla.

Dopo due tentativi a vuoto Gino si voltò terrorizzato.

«Non c’è linea…»

«Fa un po’ vedere.» Tuta-gialla gli tolse di mano l’apparecchio, poi provò ad accendere la luce del tinello. Niente.

All’ingresso intanto si era affacciata la sagoma massiccia di Virzo.

«Che avevo detto io? … ehmcon permesso signorina… datosi che giù è scappato il Minotauro e che si sente un gran fracasso in avvicinamento, io vorrei suggerire di…»

«Sta salendo! Porca miseria viene su! Andiamo, veloci, tutti giù per l’altra rampa!» gridò all’improvviso l’ingegnere, stavolta con un’aria più agitata.

Per un condiviso senso pratico, tutti obbedirono senza discutere. Il cordless cadde per terra. Da una tela appesa sul divano, un vecchietto rubizzo continuava a fissare pensieroso il suo bicchiere di vino vuoto.

4.

La vedova Scialoja era rimasta priva della sua soap quotidiana nel momento in cui Englebert Frost rivelava a Malicia che, avendo scoperto un padre in comune, forse era il caso di disdire le nozze.

Il televisore si era spento d’improvviso.

Il frigorifero aveva mandato un tremito di agonia e si era fermato.

Il fornello aveva abbandonato la cottura millenaria del ragù.

Se fosse stata un tipo da bestemmia, l’anziana signora ne avrebbe tirata giù una pesante. Strabuzzò invece gli occhi dietro le lenti fumé, si contenne e alzò le mani al cielo.

Il pacchetto di sigarette sul tavolino era finito. Depressa, ne andò a cercare un altro in cucina strascinando le pianelle sul pavimento tirato a cera.

In quel momento si accorse anche del gas, o meglio, della sua assenza.

«Ma guarda te!» commentò, meravigliata. Rimase un attimo a riflettere soffiando una boccata di fumo mentolato dopo l’altra.

«Vuoi vedere che sia… no, impossibile. Andiamo a chiedere di fronte…»

La finestra della sua cucina si affacciava verso lo stabile confinante. La spalancò per vedere se la dirimpettaia stesse stendendo i suoi panni. C’era.

«Buongiorno signora Mazzei!»

«Buongiorno! Come si va?»

«Eh, così. Qui è mancata la luce. Da lei per caso c’è?»

«Sì.»

«E il gas?»

«Sì.»

«Insomma, funziona tutto regolare.»

«Certo. Perché? Da voi, invece ci sono dei…» Nel parlare, la signora Mazzei fu attraversata da un dubbio. «…oddio… problemi?» Restò a bocca spalancata. La richiuse. Si guardò intorno, prudente. «Ma non potrebbe essere che sia… magari… lei mi capisce, signora…»

«Eh. Sarebbe molto strano… Alfredo, il nostro portiere, è così scrupoloso…»

«Sì. Però… se fosse così… lei forse dovrebbe…»

Attutito dalla distanza, ma del tutto inequivocabile, uno sparo rimbombò all’interno del palazzo interrompendo la conversazione.

La vedova Scialoja, placcò un’imprecazione che le era salita alle labbra e per la seconda volta sollevò con veemenza le mani al cielo.

Un’altra detonazione seguì la precedente a distanza ravvicinata, poi tornò il silenzio.

Entrambe le donne si guardarono scuotendo gravemente la testa.

5.

Un mugghiare rabbioso, bronzeo, con improvvisi picchi di frenesia isterica rimbalzava dalla tromba delle scale. Facendo sponda contro le pareti, sembrava provenire da ovunque.

Esprimeva dettagliatamente lo stato d’animo della creatura che lo stava emettendo: frustrazione, rabbia, incazzatura nera. Metteva i brividi.

L’ingegner Ecuba ogni tanto si affacciava da una balaustra per indovinarne l’origine, ma gli echi moltiplicati dai troppi corridoi rendevano impossibile capire. Un accaldatissimo Virzo gli si affiancò, rosso in viso e con le ascelle in piena attività effusiva.

«Senta ingegnere, secondo me sta girando avanti e indietro sotto la rampa D.»

«Non credo. Potrebbe essere nel cavedio che porta verso l’ala B. Da lì c’è un’acustica che fa eco per tutto il palazzo.»

«È vero, là sotto può guardare le finestre e farsi sentire da tutti… E adesso? Andiamo sul terrazzo, poi scendiamo dall’altra parte?»

«Sì, giriamo in tondo finché non ci viene qualche altra idea. Quello ora è furibondo, Virzo. Meglio evitare un tête-à-tête

«Uh, sarebbe, scusi?»

«Sarebbe un bel cazzo di guaio, caro mio.»

Si vedevano segni del passaggio del Minotauro sulle maioliche coperte dagli stucchi in frantumi. Numerose porte erano state sfondate a testate. L’odore del gessolino e del legno messo a nudo permeavano l’aria.

Come tanti indiani di città, gli inquilini procedevano cauti, ascoltando con l’orecchio per terra le vibrazioni del pavimento.

Ogni tanto degli altri condomini facevano capolino dai loro appartamenti e si aggregavano alla fuga.

A chiunque di loro chiedesse spiegazioni, Gino riceveva equamente sguardi perplessi e inviti ad andare a cagare. Era abbastanza frustrante.

Tra uno schianto e una bestemmia, un’improvvisa apparizione a distanza e una corsa disperata, il tempo aveva perso il senso del prima e del dopo. Per il ragazzo, quella condizione era come vivere in una lunghissima barzelletta senza gag finale che si trascinava senza direzione, nel nulla.

La terza volta che domandò a quello corpulento perché non provasse a cercare un telefono, Virzo si spazientì.

«Giovanotto, forse non ti è entrato in testa l’idea che è scappato il Minotauro. Dico, IL MI-NO-TAU-RO.»

«Ah-a.»

Il ferroviere si fermò ad asciugarsi il sudore col lembo della camicia penzolante dai pantaloni. Concluse con una mano sul fianco e un’altra che roteava in alto a indicare le volte a crociera del soffitto. «È lui che manda avanti tutto l’ambaradàn qui dentro! Secondo te che cacchio ci sta a fare nei sotterranei? Gioca alla lippa? Lì ci sono tutti i marchingenzi, i cosi, i trabucchi elettrodorici… insomma, lo si tiene là perché lavori. È il patto. Finché non riprenderà il suo posto non funzionerà nulla, ecco.»

Una nebbia densa continuò ad aleggiare intorno alla faccia di Gino, che sotto al berrettino da baseball aveva visto espressioni più astute.

«Scusi, non capisco… cosa c’entra quello…? Ci sono le centrali elettriche, le telecomunicazio…»

«Sentimi bene. Quanti anni hai tu, 18, 19?»

«Ne ho 22, signore.»

«22 anni. Gesù!» Virzo si portò le mani sulla faccia. «22 anni! E non sai ancora una beata minchia della vita, lasciatelo dire…»

SBRAM! Un tonfo proveniente dal pianerottolo superiore raggelò tutti.

Cadde qualche calcinaccio. Dalle vibrazioni doveva essere crollato uno dei lampadari in ferro battuto, il Minotauro quindi era appena un piano più sopra. Questo voleva dire gambe e voleva dire anche subito. Si rituffarono tutti a scappare in una rampa secondaria. Nel rimescolamento del gruppo, la ragazza dalla tuta gialla adesso era finita dietro di Gino. Lui la lasciò avanzare e si sincronizzò affannato al suo passo.

«Se qualcuno non mi dice cosa sta succedendo, mi butto giù dalle scale, giuro!»

Tuta-gialla lo sbirciò dubbiosa.  «Mi stai prendendo in giro?»

Il ragazzo scosse la testa.

«Incredibile. Va bene che certe cose non le insegnano a scuola, ma si sanno. È così che va… lo sanno tutti.»

«Qualcuno si sarà dimenticato di dirlo anche a me.»

«Mah, devi aver vissuto sulla Luna.»

Data la situazione, Gino iniziava a chiederselo anche lui.

6.

«Roba da matti! Ora questo non solo scappa, ma si mette pure ad andarsene a zonzo… e nessuno protesta. Nessuno reagisce. Dove arriveremo di questo passo? Sentite come sbraita! Nessuno parla. Mi fa impazzire, mi fa.»

Al terzo piano, interno 35, scala D, Nino Garruso aveva le scatole definitivamente colme. Lo ripeteva ai vicini da buoni dieci minuti in modo che nessuno avesse più dubbi in merito. Gli altri, riuniti con lui nell’appartamento del dottor De Ceresa, assentivano, s’indignavano, dicevano la loro, in buona sostanza non facevano nulla. Dopo la sorpresa e la preoccupazione per la fuga del Minotauro, si erano tutti adagiati in una polemica rassegnazione che il fatalismo tentava di accoppare definitivamente.

«Io ho la macchina parcheggiata in cortile. Nuova! La sto ancora a pagare!» ribadiva Garruso.

«Perché, io no? Si rilassi, via, prenda un altro po’ di caffè. Il nostro piano ha una sola scala di collegamento ai corridoi principali. Da qui non si può uscire. Per fortuna che il dottor De Ceresa è previdente e ha messo la porta blindata, quindi… aspettiamo. Zucchero

«Macché zucchero. Io prendo la doppietta, vado giù e lo stendo. E basta, quando uno le ha piene, le ha piene!»

«Sta dando i numeri? Dottore, glielo dica lei…»

«Scusa, Garruso, ma ti ricordo che c’è un patto. È un contratto che va onorato. Qua se uno si mette a fare il Masaniello mette nei guai tutti gli altri condomini… guai seri

«Non me ne importa un accidente. Bisogna reagire.» Nino Garruso guardò tutti con aria di sfida, poi aggiunse: «Vado.»

Il tempo che rientrasse in casa per armare il fucile da caccia e lo rividero uscire sul pianerottolo, leggermente impallidito, ma deciso.

Nessuno trovò qualcosa da dire. Garruso era uno stronzo, ma indubbiamente del tipo coriaceo. Scese silenziosamente le scale fino a sparire alla vista.

«Io dico che noi moralmente siamo a posto» azzardò qualcuno. «A dissuaderlo ci abbiamo provato… ora se quello fa qualche guaio, la responsabilità…»

«E che guaio vuole che faccia, lo sa quella bestia quanto pesa? Garruso in vita sua avrà sparato al massimo a una tàccola, vah.»

«Quindi lei dice che…»

«Dico, dico.»

«Shh!» fece il dottor De Ceresa stringendo gli occhi. «Ascoltiamo…» aggiunse a voce bassa. Un cavernoso gioco di echi rimandava suoni provenienti dalle viscere del palazzo. Si sentiva la marcia frenetica di decine di piedi che si spostavano da est a ovest. Il crollare di un lampadario. Urla. Un ringhio prolungato e qualcosa che grattava il muro.

Uno sparo. Gli occhi della signora Vendola e quelli di altri tre condomini si incrociarono.

«Uh Gesù… quell’imbecille l’ha fatto

Un vicino di Garruso alzò le spalle, scettico.

Il secondo sparo seguì il precedente accompagnato da un lamento terribile e familiare.

La signora fece il segno della croce. «Eh, no. Poverino…»

«Poveretto un corno, se l’è cercata! E sarà pure successo un macello, come se non ci fossero abbastanza danni.»

«Certo! Quando il sangue impregna il porfido dei gradini non si leva più. Faccio presente ai signori che con questo si va fuori della manutenzione ordinaria. Dovremo chiamare di nuovo la ditta esterna.»

«Ci vorrà una riunione condominiale…»

«E già, perché secondo voi ne basterà una

Alla visione di oltre 200 proprietari ripetutamente riuniti nella stessa sala per prendere una decisione unitaria, tutti rabbrividirono terrorizzati.

Rimase solo il silenzio e un muggito bestiale, lontano, cui nessuno dava più ascolto.

7.

A cinque ore dalla sua sortita, era una creatura stanca e indifferente quella che distruggeva vasi e strappava dai muri i corrimani di legno e ferro. Per natura non poteva fargli difetto la forza fisica, lo ammosciava invece la noia aleggiante in questo inutile correre. Si sentiva come una cavia persa dentro labirinti che nascondevano solo formaggi stantii.

Il Minotauro era fatto per l’azione. Per provocare portenti. Nel caso anche per offrire carneficine, eventualità da cui non si tirava mai indietro.

Approfittare dei margini di libertà insita nelle clausole del patto gli era sempre parso doveroso prima che possibile. Questo sentimento lo spingeva di tanto in tanto alla periferia del suo regno sotterraneo. Per sentire allontanarsi il lavoro e il pulsare delle macchine alle quali dava vita. Per poter annusare l’aria del mondo attraverso i cancelli serrati sul cortile.

Ogni tanto, molto, ma molto di rado, qualche fessacchiotto non ottemperava al suo compito e lasciava socchiusa l’inferriata. Sbadataggine, senilità, meglio ancora, sciatteria. Erano occasioni da non perdere.

Così era capitato anche questa volta: durante una delle sue epocali opere di manutenzione dei cardini, il portiere non aveva fatto scattare bene il lucchettone del cancello.

Il Minotauro ne aveva approfittato per uscire e sbuzzarlo subito.

Troppo fiacco per scappare o lottare, Alfredo si era fatto incornare al primo colpo senza dire neanche “Ba”. Fessacchiotto d’un uomo.

C’era stato più gusto dopo con l’aspirante cacciatore. Un tipo davvero ridicolo, col suo metro e un barattolo di paura, tacchi compresi. Aveva fatto capolino fucile alla mano in fondo al corridoio di comunicazione col cortile.

Il Minotauro era esploso in un ruggito a braccia spalancate, la gigantesca testona sulle spalle diventata un sole nero foriero di tempeste. Poi aveva caricato.

L’ometto era sembrato saldato sul posto. Il primo colpo se l’era giocato per errore prima ancora di puntare l’arma. Risultato, una lesena era finita in polvere e una pioggia di intonaco aveva offuscato l’aria piovendo giù dalla campata. Impossibile prendere la mira a dovere.

La creatura gli era rovinata addosso un attimo dopo il secondo colpo a vuoto.

L’aveva sfondato con passione e professionalità. Due movimenti soli, trak, entrata e trak, rilascio.

Senza infierire, senza sprecare gesti inutili.

Tornava a pensarci quasi con nostalgia ora che, sudato, imbrattato di sangue rappreso e croste di gesso, si trascinava in giro privo di obiettivi.

Sulla lucida sfera degli occhi neri rifletteva sequenze di porte serrate.

Ne sfondava qualcuna, altre le colpiva solo a pedate, tanto per fare. Sentiva la mancanza di qualcosa, nulla cui il suo cervello ottuso sapesse dare un nome.

A bocca spalancata, vocalizzava una “Ahhh” continua che il dondolio della testa rendeva vibrante. Unica soddisfazione, godeva al piacere del contatto liscio e fresco delle maioliche sotto i piedi nudi.

Ombre. Luci. Ombre. Luci. L’alternarsi dei finestroni opalini affacciati su giardini interni e le pareti decorate da targhe e fregi marmorei lo ipnotizzavano.

Ruminando oscuri concetti minotaurei, soffiando aria calda dalle narici dilatate, la sua attenzione si perdeva, finché un oggetto rotolante sulle piastrelle non l’attrasse.

Una palla. Rossa.

Alzò lo sguardo. Si rivolse alla sua destra. La porta dell’interno 42 era aperta. Ne era uscito un ragazzetto biondo dai tratti balcanici.

Aveva un robot di plastica in una mano e una spada-laser nell’altra. Sulla t-shirt ostentava un simbolo di radioattività, insieme a qualche scritta in cirillico.

Mostro e bambino si guardarono per un bel pezzo, prima che il Minotauro cominciasse piano ad avvicinarsi.

La palla, per le vibrazioni del pavimento dondolò e riprese pigramente a girare.

8.

Anche in un edificio così aristocratico, il flusso delle comunicazioni in mancanza di mezzi migliori tornava alle origini tribali sfruttando uno strumento efficiente e sempre disponibile. La voce.

Aiutati dalla risonanza delle varie cavità che attraversavano la struttura architettonica, si poteva lanciare una voce e farla sentire attraverso scale e corridoi a vari piani.

Con questo tam-tam da mercato si era creato un bollettino interno che informava i vari gruppetti in fuga dei movimenti del Minotauro.

Alle 14, dicevano le voci, la conta dei morti ammontava a un deceduto, il portiere, ormai comunemente ritenuto responsabile della scarsa manutenzione e controllo dei sotterranei.

Un’oretta dopo era schioppato anche un rappresentante di commercio, stavolta per un più banale infarto, causato dallo stress e dalle troppe scale di corsa.

Il signor Garruso, con pochi rimpianti dei suoi condomini, aveva lasciato questo mondo più o meno verso le 16 e 30, regolarmente incornato.

Voci discordanti comunicavano che fosse in corso un’azione risolutiva di Polizia, subito smentite da altre che la ritenevano impegnata altrove. Secondo questa fonte, era arrivata notizia da una radiolina a pile che fosse fuggito un Minotauro negli uffici del Catasto. Abbastanza, sembra, per catalizzare le forze pubbliche cittadine.

Gino non faceva più caso alle cose che sentiva dire, quasi sempre inutili, assurde, campate in aria. Una voce tra le altre, però, stava prendendo il sopravvento e si diffondeva tra la gente da rampa a rampa, da piano a piano. Il ragazzo ne afferrò dei frammenti confusi.

«…tteis… sì, pare di sì. Vivaddìo!»

«…in ufficio. Era con la ta…»

«…in cantina. Saranno dieci minuti, un quarto d’o…»

Man mano, le notizie si facevano più chiare. Arrivava gente dalla scala D, altre persone addirittura dal cortile.

Il Minotauro era tornato in cantina. Questo dicevano tutti. Gino sentiva girare la testa, non poteva crederci. Saltellava tra gli inquilini e si aggrappava alle braccia tempestandoli di domande.

«Ma com’è successo?»

«Siamo sicuri che non c’è più?»

«Com’è andata?»

Gli borbottavano cose vaghe, distratti da altri pensieri, tutti già presi dal constatare i danni, dal fare i conti delle spese. Non ricevendo soddisfazione, il ragazzo si aggregò al gruppo che seguiva l’ingegner Ecuba per scendere ai piani bassi. Stando con loro, allungò le orecchie a origliare le conversazioni che si tenevano a bassa voce.

«Allora possiamo stare tranquilli, via libera?»

«Dice che lui è andato a giocare giù nei sotterranei del palazzo col bimbo dei De Matteis, quello adottato. Insomma… se l’è portato con sé.»

«Ah. Il piccolo allora non tornerà più… porcaccia miseria…»

«No, ovviamente.»

«I genitori, i genitori lo sanno?» pigolò una signora dai capelli azzurrini.

«No, loro sono in ufficio, lavorano anche di sabato. Il figlio era con la Tata. Era scesa per comprare le sigarette e l’ha lasciato da solo… così…»

«Che dispiacere… che dispiacere…»

«Beh, signora, quante storie! Tanto, prima o poi col Minotauro dobbiamo andarci tutti. È il patto!»

«Sì, lo so, però… Ivan è così piccolo…»

«Dica pure era

«Mettiamola così, vuol dire che si è anticipato. I De Matteis si faranno una ragione… Intanto quell’accidente di cancello, Virzo, lo dobbiamo chiudere con delle ganasce decenti. Poi si parla con l’amministratore per le copie delle chiavi.»

«Anticipa lei, ingegnere?»

«Ma sì, chi se ne importa. Così per un bel po’ non ci saranno sorprese.»

Sembrava che tutte le cose essenziali fossero state chiarite.

«…giusto un’ultima cosa. E con i De Matteis che si fa, chi glielo dice del bambino?»

Ci fu un generale silenzio di imbarazzo.

Con un sogghigno, l’ingegnere si tolse dai denti il bocchino vuoto e disse.

«Ho capito, gli si manda il solito telegramma e amen.»

Sembrarono tutti molto sollevati. Gino aprì bocca per dire qualcosa. Qualunque cosa. Come tentò di parlare fu coperto dal vocione possente di Virzo che indicava in aria.

«Guardate. È tornata la corrente!»

Con un’attutita nota da xilofono, un fa diesis, i neon del corridoio si stavano accendendo simultaneamente.

9.

Faceva uno strano effetto tornare all’aria aperta.

Il Corso su cui s’affacciava l’ingresso del Palazzo Manfredini palpitava di animazione. L’antico e maestoso portone dell’edificio era stato spalancato per far passare auto e ambulanze. Molte persone si accalcavano sui lati del marciapiede a curiosare, la strada già ristretta da fasce di auto parcheggiate s’ingorgava di veicoli che avanzavano in lenta processione.

Nessuno fermò un ragazzo frastornato che usciva nel debole sole del pomeriggio. Aveva un aspetto stanco, gli abiti sporchi e maleodoranti. Sballottato dalla gente in entrata e uscita, avanzava ancora incapace di inquadrare l’accaduto.

Il suo pacco era andato a ramengo, lo skate pure. La pelle però era ancora attaccata ai tatuaggi, pensava, un bilancio tutto sommato positivo.

Pur avendo un’infinità di ragioni per svignarsela, si sentiva piuttosto restio ad allontanarsi. Voleva capire.

Sulla soglia del baretto di fianco al palazzo, un crocchio di negozianti circondava Virzo, le gote rosse e sudate, mentre stava raccontando ad ampi gesti la sua versione. Le sigarette accese si sprecavano. Finite le Camel, Gino sentiva una gran voglia di fumare, si soffermava perciò a osservare quelle dita ingiallite formare spirali nell’aria.

Le parole che ricorrevano nel discorso – crollo, disgrazia, improvviso – avevano un senso che penetrò nel suo cervello senza trovare una collocazione.

Suonavano espressioni vaghe, reticenti.

Ammiccando al ferroviere tentò di infilarsi nell’argomento.  «Certo però, quel fottuto Minotauro ne ha fatti di casini…»

Marcantonio Virzo lo fulminò con uno sguardo di brace.

Un silenzio imbarazzato azzittì contemporaneamente tutti i presenti. Gino non se ne accorse affatto e riprese col candore di un crisantemo.

«Volevo dire, è pericolosa da gestire quella bestia…»

«E basta! C’è poco da scherzare, giovanotto» ruggì il fruttivendolo, un ometto secco e incartapecorito. «Abbi almeno rispetto della tragedia. Qui c’è gente che è morta…»

«Che ho detto di male? Il Mino…»

Non ebbe modo di finire la frase. Virzo gli diede uno scappellotto che gli inclinò il cappellino.

«È un ragazzo, è giovane. Si sarà spaventato, sapete com’è. Quando succedono queste scosse improvvise si perde il controllo… i terremoti fanno paura…»

«E già, quelli ondulatori-sussultori come questo…»

Terremoti?

«Sì, i sismi così sono un castigo di Dio.»

Tutti non facevano altro che assentire e sifonare le loro sigarette. Nuvoloni di nicotina e chiacchiere su chiacchiere si susseguivano, altrettanto nebbiose e inconsistenti. Poi qualcuno propose “Volete un caffè?” e il gruppetto si buttò nel bar Nestos, lasciando Gino da solo a domandare al vento: «Quali terremoti?»

Visto che non c’erano risposte, né altro di meglio da fare, il pony express borbottò un vaffanculo e assisté al coagularsi e disperdersi di condomini, curiosi, giornalisti e soccorsi.

Il pregevole sederino di Tuta-gialla apparve allontanandosi con una vicina in direzione supermercato.

Gino si risentì un poco, la ragazza non l’aveva neanche salutato. A ben pensarci, anche gli altri compagni di disavventura facevano lo stesso, con un atteggiamento di ostentata indifferenza.

Alzando le spalle disgustato, se ne tornò a piedi verso l’agenzia.

Pensieri caotici e contrastanti gli ribollivano dentro. Restando in silenzio, provò a tendere l’orecchio alle dicerie dei passanti mentre camminava.

Man mano che avanzava per il Corso, si accorgeva di quanto la notizia perdesse di veridicità e dettaglio ad ogni isolato di distanza. Nel giro di quattro numeri civici la tragedia era diventata lo scoppio di una bombola del gas. Poi un caso di follia familiare, poi un incidente d’auto.

Dopo aver fatto l’ultimo tentativo di contraddire questa versione con un vigile urbano, il ragazzo venne guardato con tale ostilità da non provare a rifarlo mai più.

Sulla sua testa, i cavi del filobus trasportavano corrente elettrica che fluiva sopra circuiti aerei.

Dietro la vetrina della rosticceria, dei fornelli crepitavano, all’estremità di tubazioni che innervavano il suolo come arterie profonde.

Una giovane parlava con il suo interlocutore lontano avvinghiata alla cornetta di un telefono pubblico.

Soffermandosi a riflettere su queste fonti di energia con una gravità nuova, Gino provò un senso di disagio e di sospetto crescente. Poteva quasi avvertire l’invisibile rete e il flusso che lo circondava muovendo le mille macchine della città.

Metteva ansia. Tanta.

Arrivato quasi di corsa davanti all’alveare che accoglieva gli uffici della Mercury, trovò un cantiere impegnato in lavori di ristrutturazioni idrauliche. Gli operai in pausa avevano lasciato aperto un tombino circondato da nastri rossi e bianchi.

Non riuscì a staccarne gli occhi. Assurdamente, quella cavità gli appariva misteriosa e magnetica. Un interrogativo. Un accesso aperto verso misteri che era saggio non conoscere mai.

Sentendosi coprire di sudore freddo, Gino si fiondò nella buvette al piano terra per ordinare una birra scura.

Gli impiegati, l’odore familiare di caffè, i giornali sui tavoli ebbero subito su di lui un effetto rassicurante.

Comprò una buona scorta di sigarette. Scambiò una chiacchiera con Lisa, la cassiera. Due bottiglie dopo andava meglio. Alla terza birra riuscì quasi a smettere di pensare alla meccanica dell’ambaradàn e al suo prezzo.

Continuò a bere fino a ritrovarsi la bocca impastata e la testa che sembrava imbottita di lana-vetro.

Quando un’ora dopo andò via la luce e l’edificio sembrò paralizzarsi, non si accorse nemmeno che tutti scappavano precipitandosi in strada.

Si ringrazia La Bottega del Barbieri