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La Morte Avrà i Tuoi Occhi

Una mamma, scalza in una casa buia, i capelli spettinati, magari un pigiama sbiadito, va a svegliare i suoi piccoli. Le finestre chiuse, ma fuori è già giorno. Gli uccelli, nella loro gabbia, cantano: il suono che fanno somiglia a un allarme antincendio. Ora di andare a scuola. Il Bambino e la Bambina – privati del nome, condannati per sempre al buio – si vestono, indossano da bravi il loro zaino, non si lamentano. Risparmiano sulle parole, il cibo, la luce. Allevati come segugi ad assecondare il più utile dei cinque sensi in un mondo da affrontare tutto a occhi chiusi: guidati dall’udito.

Escono di casa che è ancora presto, ma non hanno un pulmino giallo, un ‘bravissimo’ da prendere sui compiti e compagni di giochi ad aspettarli. Una panoramica di quel quartiere in rovina di un mondo in rovina per precisare che quella non è la storia di una famiglia americana. Il che non è del tutto corretto: Malorie, un figlio per mano e gli occhi bendati, i piedi che si muovono accorti lungo i giardini di un vicinato decimato, è il soggetto principale di una grande storia di famiglia; solo, la storia ha lo sfondo nero dell’apocalisse. Cinque anni prima, un boom di suicidi inspiegabili ha indotto la necessità di barricarsi in casa come topi in una tana, per non avere contatto alcuno con le creature che hanno rubato i nostri spazi: sono silenziose, invisibili, misteriose. Non chiederti cosa vogliono. Non guardarle. Chi le ha fissate negli occhi – ma hanno occhi? – è diventato pazzo.

Malorie non esce da allora, e i suoi figli non sono usciti mai. Il romanzo ha inizio con il loro primo e falso giorno di libertà, in fuga da una casa con la moquette e le pareti luride di sangue, verso un fiume che scorre e una voce – finalmente una voce umana, dopo tanta solitudine – che chiama. E dice vieni qui, ché c’è un posto: speranza.

La Morte Avrà i Tuoi Occhi (Bird Box, 2014) di Josh Malerman è un romanzo che ho iniziato a leggere sovrappensiero. Mi aveva attirato, mesi prima, ma… il booktrailer ben confezionato, l’autore famoso in un campo diverso da quello letterario, la prospettiva di un film… mi insospettivano. Temevo delusioni. In trecento pagine, predisposto al fiasco, ho poi temuto ancora, sì, ma di sentirmi esposto agli artigli – hanno artigli? – degli invasori, mentre facevo miei gli occhi bendati di personaggi che guidano il lettore, al buio, tra impieghi quotidiani e piani persi in partenza.

Se la trama non si rivela troppo originale, si apprezza però la struttura nata per farsi cinema e la curiosa limitazione dei punti di vista: la storia è soprattutto quella di Malorie, ma è raccontata in terza persona e si apre, capitolo dopo capitolo, ai caratteri vari di quelli che saranno i suoi compagni di viaggio durante i nove mesi di ‘dolce’ attesa. Le tensioni interne, la repulsione dell’esterno. Sei Malorie che partorisce da sola, Felix che va al pozzo, Tom che strimpella al piano Cole Porter, Don e Gary che seminano dubbi. Ma sei limitato, bendato, imprigionato come lo sono loro. Vivi al di qua della loro benda sugli occhi, pensi con le orecchie, leggi di continuo tra le sfumature di un panno nero. Un fruscio fa saltare, un ramo spezzato spezza il fiato: sarà il vento, o altro? Intanto, nella loro gabbia, gli uccelli urlano. Come quelli che si portano appresso gli operai delle miniere, per presagire gli eventuali crolli.

Con la scusa perfetta di una cecità forzata, Malerman, cantante, esordiente scrittore con una personalità stilistica da mettere ancora a fuoco ma ottima come trampolino di lancio, ti distoglie dal pensiero che la storia di Malorie, in altri modi, sia già stata raccontata altrove, e fabbrica atmosfere dense di fascino e spifferi gelidi. Non scorre il sangue, non c’è un serial killer da cacciare, ma l’apocalisse alternativa di cieli che crollano e genitori che allevano imperturbabilmente la loro prole nonostante il futuro sia una tempesta di punti di domanda, inquieta ed emoziona.

Al regista de Il Sesto Senso, quel Shyamalan prima maniera che ancora era artefice di storie di un certo peso (non il successivo), purtroppo Malerman non ruba un epilogo psicologico e sferzante; eppure la fine – e l’immagine di una barchetta alla deriva, e di due piccoli eroi che remano, e del sole all’improvviso – piace, tira le fila di un romanzo non straordinario ma che ha il pregio di essere costruito con consapevolezza. Si ferma, e potrebbe benissimo ripartire da dove lo lasciamo.

La Morte Avrà i Tuoi Occhi ha una trama accattivante, da film dell’orrore, e una dedica lunga e toccante che l’autore rivolge alla donna che l’ha messo al mondo. Scelta curiosa: ho questa idea che le madri non leggano storie di paura, e voi? Mia madre, al posto della Signora Malerman, mi avrebbe ringraziato, si sarebbe anche un po’ commossa, ma un romanzo così, con spunti fantascientifici e il ritmo del thriller, probabilmente non lo avrebbe letto

Invece Josh Malerman – leader di quegli The High Strung a cui dobbiamo la Luck You Got che risuona da cinque stagioni nella sigla cult di Shameless – avrà pure pensieri truci e suonerà pure rock, ma scrive con musicalità e conquista, anche il pubblico femminile, con una fiaba dark dotata di un incipit diretto e di grande sensibilità. Ragiona come M. Night Shyamalan – e qui c’è il meglio, a tratti, di The Village e di E Venne il Giorno – ma fa sua la forza delle donne, con l’ammirazione e l’invidia di noi, uomini grandi e grossi che vediamo creature minute mettere al mondo miracoli. Quelle donne che, in una casa assediata da demoni, si domandano se accecare i loro figli in culla così che non sappiano mai quanto è azzurro il cielo, o se farli vivere nella mancanza. Quelle che, negli incidenti automobilistici, sollevano le macchine.

La Morte Avrà i Tuoi Occhi - Copertina

Tit. originale: Bird Box

Anno: 2014

Autore: Josh Malerman

Edizione: Piemme (anno 2015)

Traduzione: Stefano Bortolussi

Pagine: 308

ISBN: 978-88-566-3829-5

La quarta di copertina:
Là fuori, in un mondo dove nessuna certezza è più tale, c’è qualcosa di terrificante. Qualcosa che non deve essere visto. Chi è così folle da tenere gli occhi aperti, va incontro a un destino spaventoso. Cinque anni dopo i primi episodi di terrore, pochi sono rimasti a popolare la terra. Vivono bendati, in una cecità autoimposta che li confina in un’oscurità perenne, in case buie e polverose con porte e finestre sprangate. Nessuno di loro ricorda di che colore è il cielo, com’è fatta una nuvola, quanto può abbagliare la luce del sole. Come Malorie che, rimasta sola con i suoi due bambini, ha soltanto una speranza: attraversare il fiume, bendata, e raggiungere un luogo dove alcuni uomini stanno combattendo contro quel male senza nome. Ha aspettato quattro anni perché sa che il fiume, a un certo punto del percorso, si divide in quattro rivoli. E, per scegliere quello giusto, Malorie dovrà fare qualcosa che non fa da anni: aprire gli occhi. E sfidare la sua stessa mente per non cedere alla follia. Tra La strada di McCarthy e l’immaginario di Stephen King, un debutto acclamatissimo negli Stati Uniti, la cui sottile e persistente inquietudine resterà con voi molto, molto a lungo.