La Progenie del Diavolo (2010)
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La progenie del Diavolo

Un giovane campano, autore di libri dedicati all’occulto, gira l’Italia alla ricerca di leggende e ‘fole’ tradizionali che gli siano di ispirazione. Grandi e piccoli misteri sono il suo pane quotidiano. Dopo essersi recato in Sardegna per investigare sull’accabadora, la vecchia che fino agli anni Cinquanta dispensava l’eutanasia nelle zone rurali, si è spostato nelle Marche, diretto a Sassocorvaro, borgo noto per i fantasmi. L’incontro con il gestore di un bar gli fa però cambiare idea; il barista, appassionato di ufologia, lo indirizza verso Murgelaseme dove, a quel che si dice, nel 1946 una tremenda carestia sarebbe stata interrotta da un miracolo compiuto da un sacerdote, Don Ruffini.

Lo scrittore si reca sul posto. Fin dal primo approccio, la gente si dimostra schiva e inospitale, faticando a concedere un alloggio e comportandosi in modo scostante. Molti ricordano la carestia, e venerano Don Ruffini come se fosse un santo, ma sulle testimonianze grava un alone di omertà: i paesani cambiano discorso o rivelano solo brandelli di verità. Lo scrittore dovrà far luce a sue spese sui misteri custoditi nel vecchio borgo…

La Progenie del Diavolo è un mediometraggio realizzato dai giovani Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga, un thriller a tinte fosche ispirato ai grandi registi italiani del passato. Realizzato con un budget irrisorio, rispetto ai soliti horror girati in casa alla meno peggio può contare su mani esperte e tecnica sicura. Ovviamente la povertà resta evidente in alcune sequenze, ma i registi minimizzano le carenze e compensano i mezzi limitati con passione, tanta abilità e una piena padronanza del linguaggio cinematografico.

Le riprese in interni sfruttano al meglio spazi e luci; la scelta dei particolari è sempre finalizzata a definire caratteri, abitudini, elementi necessari a creare la giusta suspense.

Gli interpreti dei ruoli secondari sono in molti casi dilettanti, una pecca alleviata dal fatto che i registi fanno rendere al massimo la loro espressività. I volti anonimi, da persone qualsiasi, e la parlata dialettale accrescono il timore: quella gente potremmo essere noi stessi, o i nostri vicini.

Il vero problema della pellicola è il sonoro, la recitazione non è doppiata e ogni battuta è in presa diretta. Purtroppo in alcune sequenze i rumori di fondo rubano la scena ai dialoghi. Questi ultimi fortunatamente non sono mai banali.

Credibili sono gli atteggiamenti del blogger barista, che innesca la curiosità del protagonista, e del fotografo che continua a importunarlo pur di vendergli una foto davvero speciale. Le interviste sono convincenti, e il montaggio intelligente le fraziona, alternando i punti di vista dei diversi personaggi. La scena ne risulta movimentata e l’impaccio degli interpreti viene ridotto, dovendo pronunciare poche frasi per sequenza. L’idea del bambino costretto a indossare la maschera accresce il mistero: fino a quando non ne intravediamo le fattezze, siamo portati a credere che l’espediente sia dovuto a qualche imbarazzante somiglianza. La scoperta della verità può ricordare i falsi documentari che usavano negli anni Settanta, a base di improbabili cannibali e invenzioni etnografiche, oppure The Blair Witch Project. La scelta di far calare il buio sulla scena, lasciare la voce del giornalista e far intravedere appena il volto del bambino ormai cresciuto, si rivela vincente. L’immagine del volto deforme è quasi subliminale, e lo spettatore ne coglie l’orrore, senza bisogno di scendere in descrizioni esplicite sull’aspetto dell’essere. Non ci sono corna, coda, piedi caprini, rappresentazioni medievali. L’intelligente scelta narrativa lascia spazio all’immaginazione, che da sempre è il migliore effetto speciale.

Il Male quotidiano

Il bello dei personaggi de La Progenie del Diavolo è la loro negatività. Nessuno si salva, tutti sono verosimili esempi di umanità affetta da vizi e debolezze. Il protagonista è antipatico: troppo sicuro di sé, tratta gli altri con arroganza, si gode il successo senza concedere una briciola del suo tempo al prossimo. Che i suoi sospetti siano fondati o meno, è pronto ad alzare le mani su un povero sordomuto. E finisce vittima della sua stessa tracotanza, sfida l’orrore nel suo ambiente più naturale, proprio quando l’intero paese è radunato attorno al sacerdote e invoca ‘il seme di Dio’ con tanto di fiaccole accese e mantelli. Il barista ufologo e il fotografo sono figure ambigue, interessate a sfruttare la fama del protagonista per realizzare i loro sogni di gloria.

Né sono positivi i testimoni che ricordano il sacerdote. Il giornalista che a suo tempo scrisse l’articolo sulla scomunica è divenuto un pittore di croste. La suora che giocava con gli altri ragazzi nell’oratorio ha abbandonato il paese, incapace di lottare; rimasta sfigurata da una bruciatura, passa le sue giornate nella sicurezza del monastero delle Clarisse: vocazione sincera o facile scelta di una ragazza brutta e poco istruita che desidera scappare da un ambiente poco sano.

I paesani sono sgarbati, omertosi, ignoranti.

Quanto a Don Ruffini, questi è un personaggio sospeso tra follia e fede. Turba poiché non è il satanista che tutti si attendono, anzi, viene trattato come un patriarca biblico. L’Antico Testamento abbonda di personaggi che si comportano in modo apparentemente folle: Noé costruisce una barca gigantesca tra i lazzi di quanti lo vedono lavorare; Abramo è pronto a uccidere il figlio per sacrificarlo a Jahvè; Mosé fa sostare le sue tribù nel deserto per anni e anni… Padre Ruffini è spinto a commettere un atto di incestuosa pedofilia pur di risparmiare il paese dalla carestia.

Né il prete né i suoi fedeli invocano Satana in modo esplicito, addirittura sono convinti che il bambino sia stato voluto da Dio, una blasfema parodia dell’Annunciazione. Lo stesso nome del paese, Murgelaseme, è l’anagramma di Gerusalemme, in una sorta di Vangelo distorto. Follia collettiva, menti afflitte da ignoranza secolare e predisposte a credere anche agli eventi più irrazionali, conseguenze dello straordinario carisma di una persona: è difficile distinguere le cause e gli effetti. così come è difficile parteggiare per qualsiasi personaggio del film.

I buoni brividi di una volta

Con La progenie del Diavolo si torna al buon vecchio horror all’italiana, quello di Lucio Fulci e soprattutto di Pupi Avati. La paura è costruita lentamente attraverso dettagli concreti: le ambientazioni in apparenza solari nascondono realtà orribili, la gente comune tace segreti spaventosi, i rappresentanti della Chiesa sono complici corrotti dal male. L’orrore sovrannaturale si fonde con lo schietto realismo dei fatti. Il Diavolo è una creatura metafisica, tuttavia la mancanza di istruzione può far credere vera una messinscena ben architettata. Il patto con il Diavolo stipulato da Don Ruffini forse è solo un facile inganno con cui il prete strumentalizza il popolo, facendo accettare le proprie turpi pulsioni. Un ignorante può credere davvero che un angelo tutto d’oro abbia spinto il prete ad azioni contro natura per il bene della collettività. Davanti alla cessazione della carestia che spopola il colle, il ‘seme di Dio’ è comunque bene accetto dagli umili, che prestano ingenua fede al Vangelo riveduto e corretto da Don Ruffini. La scomunica per il sacerdote è probabilmente dovuta alla scoperta dell’incesto con la sorella minorenne, un crimine atroce dettato dal Diavolo… o piuttosto suggerito dalla mente malata.

La Chiesa Cattolica e anche la Comunità Ebraica oggi sono molto caute in materia possessioni, e prima di ricorrere a sacerdoti o a rabbini esperti in materia vogliono fare chiarezza, indagare le cause. Un delitto atroce non è sinonimo di presenza concreta del demonio, altrimenti le carceri sarebbero affollate da esorcisti. Nel film l’assassino può quindi essere un povero infelice, nato deforme dopo un parto difficile che è costato la vita alla giovane madre, reso violento dall’handicap, dalla solitudine, dalla reclusione nella casupola in cui è confinato. Tutti gli eventi narrati hanno una possibile motivazione razionale, ma ovviamente agli spettatori viene suggerita la spiegazione fantastica, grazie ad alcune coincidenze altrimenti poco probabili ben disseminate nel corso di tutta la pellicola.

Le analogie con La Casa dalle Finestre che Ridono sono molteplici. Il protagonista ricorda il personaggio interpretato da Lino Capolicchio, il sordomuto sostituisce lo scemo del villaggio padano, la gente mostra lo stesso atteggiamento omertoso di quella della campagna del Nord Est nel film di Avati, e il morboso segreto è custodito con tanto riserbo da gente di chiesa. L’ambientazione della provincia rurale marchigiana viene fatta assomigliare all’entroterra di Comacchio: distese di campi solcati da strade polverose, piccoli paesi dimenticati dalla modernità. La realtà marchigiana è ben diversa, ci sono spiagge adatte a famiglie, morbide colline coperte di girasoli e olivi, antichi borghi mantenuti con amore da gente ospitale che ama la sua terra, splendide cittadine medievali. È una regione ricca di bellezze, ma nel cinema horror la reinvenzione di luoghi e situazioni rassicuranti è quasi un obbligo.

Alcune sequenze citano direttamente la pellicola di Pupi Avati: la casa dove viveva Don Ruffini è un rudere dalle finestre che sbattono, e i personaggi secondari, quasi macchiette, parlano con forte cadenza dialettale. La colonna sonora, minimale e inquietante, ricorda quella utilizzata in Zeder.

L’assenza di effetti speciali elaborati impartisce un tono retrò: l’horror contemporaneo usa e troppo spesso abusa dei mezzi messi a disposizione dalla grafica digitale, nella convinzione che trucchi sorprendenti risolvano carenze nella sceneggiatura o facciano saltare la platea sulle sedie. Ne La Progenie del Diavolo tutto è affidato a un po’ di trucco… e alla fantasia degli spettatori che popola il buio di orrori inenarrabili.

Questo è un film che sorprende e che tutti dovrebbero vedere, a partire da certi mostri sacri che negli ultimi anni hanno deluso i fan e i critici propinando cloni insipidi dei loro passati successi.