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La Rocca dei Silenzi

La Rocca dei Silenzi è l’ultimo dei romanzi scritti da Andrea D’Angelo, già noto al pubblico italiano per la “Trilogia delle Sette Gemme” (Le Sette Gemme, 2002; L’Arcimago Lork; La Fortezza, 2003 editi dalla Nord) e che ha recentemente dichiarato di voler abbandonare l’attività di scrittore.

Quanto di questa affermazione troverà effettiva conferma in futuro non è dato sapere, visto il clima favorevole che si respira in questi ultimi anni riguardo al Fantasy: case editrici che aprono le porte agli autori nostrani, successo dei film di genere al cinema…

Sembra quindi strano che un autore con all’attivo una sua scolta di affezionati lettori abbia deciso di ritirarsi, forse La Rocca dei Silenzi e le sue sfortune hanno molto a che vedere con questa decisione.

A un anno dall’uscita, il romanzo ha venduto poco più di un migliaio di copie, un’apparente bocciatura da parte del pubblico. Inoltre, selezionato come finalista al Premio Italia, è arrivato secondo, dietro a un romanzo che, per quanto godibile e ben scritto, Fantasy non è.

La domanda, a questo punto, è lecita: si tratta forse di un brutto libro?

Nel prologo ecco la solita compagnia, con il guerriero grande e grosso dotato di un’ingombrante e rumorosa armatura, l’elfo arciere e sornione, il nano massiccio e burbero: narrazione che ricorda tanto Le Sette Gemme e il D&D su carta, cioè qualcosa che il sottoscritto non avrebbe mai letto sino in fondo.

I tre amici, avventurieri, entrano nella Rocca (Ammothàd) e vi trovano la morte.

Dal capitolo successivo, però, la musica cambia, il libro comincia ad assumere quei connotati più sinceri che l’autore, nelle sue note a fine testo, riassume così: “Scrivo fantasy per riflettere sulla realtà. È il mio modo per osservare e ponderare il mondo in cui vivo. Questo romanzo è figlio dell’idea che il fantasy possa occuparsi di tematiche contemporanee”.

In effetti, assistiamo alla costruzione di una vicenda finalmente nuova nel panorama del Fantasy. Non il solito gruppo di allegri amici, guidati da un austero mago di buon cuore, ma una storia d’intrighi di palazzo (molto, molto italiana in questo); non la stantia trama lineare che si dipana placida sino all’epilogo, o che sfrutta gli abituali luoghi comuni su “amicizia”, “amore”, “coraggio” e “onore”. In realtà questo è un libro il cui senso si scopre solo alla conclusione, quando viene fatta luce sulle oscure trame che ne avevano accompagnato il percorso.

La torre dei maghi di Dothrom non è una semplice riedizione della Paranor di Brooks, ma un vero e proprio luogo di Poteri e Maneggi, contro gli interessi delle Terre e delle creature che le abitano.

Gli eroi stessi partecipano di questo dipinto a tinte fosche: sono principalmente mercenari, attirati con l’inganno per svelare un altro inganno in una missione disperata e infame, in cui vengono usati scientemente come “carne da cannone”.

Da questa massa corazzata, armata sino ai denti, emergono alcuni personaggi che l’autore segue nella loro evoluzione interiore; sostanzialmente sono tutti ingenui e illusi, tranne i due maghi a capo della spedizione, che mentono spudoratamente ai propri sottoposti (non certo amici).

Leshà è la giovane, bella e apparentemente fragile cacciatrice elfa, con alle spalle un sogno d’amore infranto che lei spera (con l’aiuto dei maghi) di poter rimettere insieme; cosa che avverrà con risultati dubbi.

Voràk e i suoi fratelli sono dei nani rissosi e chiassosi, “in missione per conto del clan” (uno dei tanti segreti che aleggiano attorno a questa vicenda); fingono di entrare nella compagnia per soldi, ma in realtà stanno “indagando”. Troveranno morte e follia.

Muélm è l’adepto dell’anziano maestro, fuggito da una terra arida e crudele, nonché da un legame soffocante, per trovarsi coinvolto in un altro legame di uguale tenore. Pedante e immaturo, sarà costretto a “crescere a forza” per sopravvivere, ma a caro prezzo.

Mordha è il sicario, taciturno, imponente e dagli scopi misteriosi; nel finale sarà forse l’unico a trovare quel che cerca.

Thal Dòm Djew, non è un khmer rosso trapiantato in ambiente subalpino, bensì il mago che ad Ammothàd ha perso i suoi più cari amici all’inizio del romanzo. Non è propriamente un illuso, ma un rabbioso rinnegato che accetta di partecipare alla missione – pur sapendo quanto infame sia – per risolvere il sanguinoso mistero annidato nel fondo della Rocca maledetta, e scoprire per colpa di chi o cosa i suoi amici sono morti.

Abbiamo poi nani armati di ascia, elfi muniti di arco, umani corazzati e tronfi, maghi misteriosi dalle vesti svolazzanti, personaggi tuttavia non legati da amicizia, e intorno ai quali non si respira dunque aria di trito buonismo moraleggiante.

L’occhio del narratore, inoltre, non si limita a seguire unicamente gli eroi di questo “viaggio nelle ombre”, ma anche i congiurati della loggia interna alla torre dei maghi, i loro antagonisti, con le velate lotte intestine, i sotterfugi e la fame di potere che li anima, vicende quantomai verosimili…

Ad attendere il lettore non c’è il classico “happy end”, ma sangue, disperazione e morte, e la scoperta (per i pochissimi sopravvissuti, e certamente per il lettore) del segreto che ammorba le viscere della Rocca.

La Rocca dei Silenzi è un romanzo particolare e strano, sicuramente ibrido. I lettori patiti di D&D si ritrovano in tutt’altro ambiente rispetto a quello a cui sono abituati, si perdono fra questi personaggi che non fanno altro – quasi – che urlare e lottare per imporre la propria personalità, in un mondo non sufficientemente delineato (al di là delle torri c’è pochissimo d’altro), dove la magia è presente, ma non spettacolare come una palla di fuoco, una pioggia di meteore, o un drago sputafiamme, stereotipi tanto cari al gioco di ruolo.

Al contrario, per il lettore più cresciuto e smaliziato, che può sicuramente apprezzare il tipo d’intreccio e il superamento di certi luoghi comuni, c’è il fastidio di vederne ancora una volta mantenuti altri: per esempio le associazioni nani/burberosità/asce ed elfi/sottigliezza/archi. Permane inoltre la sofferenza per i nomi di persone e luoghi che non parlano, non evocano, ma livellano tutto in uno sfondo ove non si capisce chi venga da lontano e chi da vicino; un dipinto colorato ma bidimensionale. Le stesse descrizioni paesaggistiche, a volte godibili, sono appannaggio della voce narrante che, purtroppo, si lascia andare talora a delle vere e proprie “liste della spesa”.

Infine, sebbene l’autore si profonda in elaborazioni psicologiche, queste sono “assolutizzanti”: sembra che, quando i personaggi pensano, il mondo esterno scompaia del tutto, ed essi perdano così l’occasione di mostrarlo attraverso i loro occhi. Un gran peccato.

Insomma, La Rocca dei Silenzi si mostra probabilmente troppo cupo e innovativo per i vecchi fan di D’Angelo e troppo ruvido e incompleto per un possibile nuovo pubblico che non legge più solo manuali di D&D e i romanzi di un R.A. Salvatore.

A mio modesto parere, l’autore avrebbe ottenuto un risultato più omogeneo e “rotondo” (conseguendo probabilmente un consenso maggiore) se avesse avuto il coraggio di abbandonare definitivamente gli artritici stilemi che pure gli avevano garantito i primi successi con “Le Sette Gemme”.