La Spada dell'Aurora
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La Spada dell’Aurora

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Anteprima testo

LIBRO PRIMO

Quando Dorian Hawkmoon, l’ultimo duca di Köln, strappò l’Amuleto Rosso dal collo del Dio Pazzo e si impossessò del potente talismano, tornò insieme a Huillam D’Averc e Oladahn delle Montagne in Kamarg, dove il conte Brass, sua figlia Yisselda e il suo amico Bowgentle, il filosofo, e tutta la loro gente si trovavano assediati dalle orde dell’Impero Nero, capeggiate dal vecchio nemico di Hawkmoon, il barone Meliadus di Kroiden.

L’Impero Nero era diventato così potente da minacciare di distruggere perfino la ben difesa provincia della Kamarg. Se ciò si fosse verificato, Meliadus si sarebbe impossessato di Yisselda e avrebbe a poco a poco trucidato tutti gli altri, trasformando la Kamarg in una distesa di cenere. Soltanto grazie alle possenti forze sprigionate dall’antica macchina della stregoneria che riusciva a sovvertire il tempo e lo spazio, i nemici dell’Impero Nero poterono salvarsi, trasferendosi in un’altra dimensione della Terra.

E trovarono così un rifugio. Un rifugio in un’altra Kamarg, dove le disgrazie e gli orrori della Gran Bretagna non esistevano; ma essi sapevano che, qualora la macchina di cristallo fosse stata distrutta, sarebbero ripiombati nel caos del loro tempo e spazio.

Per un certo periodo vissero nel felice sollievo per lo scampato pericolo, ma a poco a poco Hawkmoon incominciò ad accarezzare la spada e a domandarsi quale fosse stato il destino del suo mondo.

CAPITOLO PRIMO – L’ULTIMA CITTÀ

I sinistri cavalieri spronarono i cavalli da combattimento su per i pendii fangosi della collina, tossendo mentre il fumo nero e denso che saliva dalla valle penetrava loro nei polmoni.

Era sera, il sole stava tramontando e le ombre si allungavano sul terreno. La luce del crepuscolo faceva apparire gli individui a cavallo come creature gigantesche dalla fisionomia bestiale.

Ciascun cavaliere portava una bandiera, insudiciata dalle battaglie, aveva sul capo una enorme maschera di metallo raffigurante il muso di un animale e adorna di pietre preziose, ed era protetto da una pesante armatura di ferro, ottone e argento, ammaccata e insanguinata; tutti stringevano nella mano destra, guantata, un’arma sulla quale si era incrostato il sangue di centinaia di innocenti.

I sei uomini a cavallo raggiunsero la vetta della collina e indussero le proprie cavalcature stronfianti a fermarsi; conficcarono le bandiere nel terreno, e lì rimasero, simili alle ali di un uccello da preda, a ondeggiare nel vento ardente che spirava dalla valle.

La maschera da lupo si voltò per guardare la maschera da mosca, la scimmia sbirciò la capra, il topo parve sorridere al cane… un sorriso di trionfo. Le bestie dell’Impero Nero volsero lo sguardo al di là della valle e al di là delle colline verso il mare, poi lo riportarono sulla città in fiamme sotto di loro, dalla quale giungevano i deboli gemiti delle creature massacrate e torturate.

Il sole tramontò e cadde la notte, facendo splendere più vivide le fiamme, riflesse dal metallo scuro delle maschere dei Signori di Gran Bretagna.

«Bene, signori», disse il barone Meliadus, il gran conestabile dell’Ordine del Lupo, comandante supremo dell’esercito. La sua voce profonda e vibrante rimbombava di sotto la grossa maschera. «Bene, abbiamo conquistato l’Europa, ormai.»

Mygel Holst, lo scheletrico arciduca di Londra, capo dell’Ordine della Capra, rise. «Già… tutta l’Europa. Fino all’ultimo centimetro. E anche gran parte dell’Oriente ci appartiene, adesso.» L’elmo della capra annuì, come per manifestare la propria soddisfazione, gli occhi di rubino colsero il bagliore dei fuochi e lampeggiarono malignamente.

«Presto», ringhiò allegramente Adaz Promp, gran conestabile dell’Ordine del Cane, «tutto il mondo ci apparterrà. Tutto il mondo!»

I baroni di Gran Bretagna, padroni di un continente, strateghi e guerrieri dall’indomito coraggio e dalla grande abilità, incuranti delle proprie vite, uomini dall’animo corrotto e dalle menti folli, ossessionati dall’odio per tutto quello che non era in sfacelo, detentori di un potere privo di alcuna moralità, forze senza giustizia, ridacchiarono, lugubremente compiaciuti, mentre guardavano crollare e morire l’ultima città europea che si era opposta a loro. Era stata una città molto antica. Si chiamava Atene.

«Tutto il mondo», fece Jarak Nankenseen, generalissimo dell’Ordine della Mosca, «tranne la Kamarg nascosta…»

Il barone Meliadus si abbandonò al malumore, allora, e fece un gesto come se volesse colpire il suo collega generalissimo.

La maschera ingioiellata a forma di testa di mosca di Jarak Nankenseen si voltò lievemente per guardare Meliadus e la voce proveniente dal suo interno ebbe un tono di scherno. «Non ti basta averli messi in fuga, barone, mio signore?»

«No», ringhiò, «non mi basta».

«Non possono rappresentare per noi alcuna minaccia», mormorò il barone Brenal Farnu, gran conestabile dell’Ordine del Topo. «Da quanto hanno previsto i nostri scienziati, essi esistono in una sfera che si trova al di là della Terra, in qualche altra dimensione del tempo e dello spazio. Noi non possiamo raggiungerli, ed essi non possono raggiungere noi. Godiamoci il nostro trionfo, senza consentire che venga rovinato dal pensiero di Hawkmoon e del conte Brass…»

«Non posso!»

«O è un altro il nome che ti tormenta, fratello barone?» Jarak Nankenseen stava prendendosi gioco dell’uomo che era stato suo rivale in più di una avventura galante a Londra. «Il nome della bella, Yisselda? È l’amore che ti anima, mio signore? Il dolce amore?»

Per un momento il lupo non rispose, ma la mano che stringeva la spada si irrigidì, come in preda all’ira. Poi la voce piena, musicale, si fece udire, e aveva riacquistato la propria compostezza, assumendo un tono quasi frivolo.

«La vendetta, barone Jarak Nankenseen, è quella che mi anima…»

«Sei un uomo estremamente passionale, barone…» disse seccamente Jarak Nankenseen.

Meliadus a un tratto rinfoderò la spada e si protese per afferrare la bandiera, strappandola dal terreno. «Hanno insultato il nostro re imperatore, la nostra patria… e me stesso. Mi impadronirò della fanciulla per il mio piacere, ma non sarà con la dolcezza che la prenderò, nessun sentimento di debolezza mi animerà…»

«No, certo», mormorò Jarak Nankenseen, con una sfumatura paternalistica nella voce.

«… e quanto agli altri, mi prenderò anche con loro le mie soddisfazioni… nei sotterranei delle prigioni di Londra. Dorian Hawkmoon, il conte Brass, il filosofo Bowgentle, l’essere sovrumano, Oladahn delle Montagne Bulgare e il traditore Huillam D’Averc… tutti costoro dovranno soffrire per lunghi anni. Questo è quanto ho giurato sulla Bacchetta Magica!»

Si udì un suono alle loro spalle. Si voltarono tutti per scrutare nella luce baluginante e scorsero una lettiga con baldacchino trasportata su per la collina da una decina di ateniesi prigionieri di guerra, incatenati alle stanghe. Sulla portantina giaceva il non conformista Shenegar Trott, conte di Sussex. Il conte Shenegar quasi non si degnava di indossare una maschera, e quella che portava adesso era una maschera d’argento, di poco più grande della sua testa, modellata in modo da ripetere, in caricatura, i suoi stessi lineamenti. Non apparteneva ad alcun ordine ed era tollerato dalla corte dell’Impero Nero per via delle sue smisurate ricchezze e del suo coraggio quasi sovrumano in battaglia… sebbene apparisse, con la veste ingioiellata e con quei modi indolenti, più simile a uno stupido inebetito. Egli, ancora più di Meliadus, godeva della fiducia (per quello che poteva valere) del re imperatore Huon, perché i suoi consigli erano quasi sempre eccellenti. Aveva chiaramente udito l’ultima parte della conversazione e parlò in tono beffardo.

«Un giuramento pericoloso, barone, mio signore», disse con dolcezza. «Uno di quelli che possono, in fin dei conti, ripercuotersi su chi li pronuncia…»

«L’ho pronunciato sapendo quello che rischiavo», ribatté Meliadus. «Li troverò, conte Shenegar, non aver paura.»

«Sono venuto a ricordarvi, signori miei», disse Shenegar Trott, «che il nostro re imperatore sta diventando sempre più impaziente di vederci e di ascoltare dalle nostre labbra l’annuncio che tutta l’Europa ormai gli appartiene».

«Mi metterò immediatamente in cammino per Londra», disse Meliadus, «perché laggiù potrò consultare i nostri maghi-scienziati e scoprire il modo per rintracciare i miei nemici. Vi saluto, signori».

Tirò le redini della cavalcatura, voltando la bestia, e incominciò a discendere la collina nella direzione dalla quale era venuto, osservato dai suoi colleghi.

Le maschere bestiali si mossero all’unisono nella luce degli incendi. «Il suo strano modo di pensare potrebbe portarci tutti alla distruzione», sussurrò uno di loro.

«Che importanza avrebbe?» ridacchiò Shenegar Trott, «dal momento che tutto verrebbe distrutto insieme a noi…»

La risata che gli rispose fu selvaggia, riecheggiata dagli elmi ingioiellati. Era un riso folle, sfumato di odio nei confronti di loro stessi e al contempo di odio per il mondo.

Perché era questa la grande forza dei signori dell’Impero Nero: non attribuire valore alcuno a nulla sulla terra, a nessuna dote umana, a niente, sia che appartenesse a loro o ad altri. La diffusione delle conquiste e della desolazione, del terrore e delle sofferenze, era il loro più importante divertimento, un mezzo per occupare il tempo, finché la vita non fosse giunta al termine. Per loro, la guerra rappresentava ih sistema migliore per alleviare la noia…

CAPITOLO SECONDO – LA DANZA DEI FENICOTTERI

All’alba, quando i giganteschi fenicotteri rosa si levavano dai nidi di giunchi e volteggiavano nel cielo con strane danze rituali, il conte Brass era solito soffermarsi sui bordi della palude e osservare le acque e la strana configurazione delle scure lagune e delle isole color bronzo. Quelle forme lo avevano sempre affascinato, e da qualche tempo aveva incominciato a studiare gli uccelli, i canneti e gli specchi d’acqua, cercando di individuare la chiave del misterioso panorama.

Quel panorama, pensava, conteneva un messaggio. In esso avrebbe potuto trovare la risposta al dilemma del quale perfino lui era conscio soltanto in parte; avrebbe potuto forse trovare la spiegazione all’angoscia di non conoscere la crescente minaccia che, lo sentiva, stava per inghiottirlo, psichicamente e fisicamente.

Il sole sorse, facendo splendere le acque con la propria pallida luminosità. Il conte Brass udì un suono, si voltò, e scorse la figlia Yisselda che cavalcava a pelo il suo cavallo bianco della Kamarg e sorrideva con aria misteriosa, come se, anche lei, conoscesse qualche segreto che il padre non avrebbe mai potuto comprendere appieno.

Il conte Brass pensò di evitare la ragazza allontanandosi rapidamente lungo la spiaggia, ma ella stava già raggiungendolo, agitando la mano in segno di saluto.

«Padre… ti sei alzato presto! È non è la prima volta, da qualche tempo in qua.»

Il conte Brass annuì, volgendosi di nuovo a contemplare le acque e i canneti, guardando a un tratto in alto gli uccelli danzanti, quasi volesse sorprenderli o, grazie a qualche istintivo lampo di intuizione, imparare il segreto dei loro strani, quasi frenetici moti vorticosi.

Yisselda era smontata e si trovava adesso in piedi accanto a lui. «Non sono i nostri fenicotteri», disse. «Eppure sono così simili a essi! Che cosa stai guardando?»

Il conte Brass si strinse nelle spalle e le sorrise. «Niente. Dov’è Hawkmoon?»

«Al castello. Dorme ancora.»

Il conte Brass borbottò qualcosa, stringendo insieme le grandi mani come in un disperato gesto di preghiera. Poi si rilassò e afferrò la figlia per un braccio, guidandola lungo l’argine della laguna.

«È meraviglioso», mormorò lei.

Il conte Brass fece un lieve gesto di impazienza. «Non capisci…» incominciò a dire, poi si interruppe. Sapeva che non avrebbe mai visto il paesaggio come lo vedeva lui. Egli aveva tentato una volta di descriverglielo, ma Yisselda aveva ben presto mostrato di non nutrire alcun interesse, non aveva fatto alcuno sforzo per vedere i significati delle configurazioni che egli scorgeva dovunque… nell’acqua, nei canneti, negli alberi, nella vita animale che riempiva la Kamarg a profusione.

Per lui era la quintessenza dell’ordine, ma agli occhi di lei appariva come qualcosa di piacevole a vedersi, qualcosa di «meraviglioso», da ammirare, in effetti, ma per il suo «aspetto selvaggio».

Soltanto Bowgentle, il poeta filosofo, il suo vecchio amico, aveva una vaga idea di quello che egli intendeva; eppure, anche Bowgentle credeva che ciò dipendesse non dalla natura del…

La Spada dell'Aurora - Copertina

Tit. originale: The Sword of the Dawn

Anno: 1968

Autore: Michael Moorcock

Ciclo: La Grande Storia della Runa Magica (Dorian Hawkmoon, vol. 3)

Edizione: TEA (anno 1993)

Traduzione: Mariagrazia Bianchi

Pagine: 175

ISBN-13: 9788878193642

Dalla copertina |
Dorian Hawkmoon ha già fatto molto per la Runa Magica. Ha affrontato viaggi impossibili e nemici di ogni genere, ha difeso la Kamarg dagli assalti dell’Impero Nero e strappato il potente Amuleto Rosso dalle mani del dio pazzo, ha combattuto. La missione suprema si avvicina: attaccare direttamente l’Impero Nero. Solo un’arma può dare a Dorian la speranza della vittoria: la Spada che comanda la Legione dell’Aurora, un’arma fatale che da secoli la Runa ha destinato al suo eroe…

#1 – Il Gioiello Della Morte

#2 – L’Amuleto del Dio Pazzo

#3 – La Spada dell’Aurora

#4 – La Runa Magica