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La Spada di King Arthur – II Serie

Concluso il primo ciclo di avventure aventi come protagonista il giovane principe Artù e la sua corte di nobili cavalieri (Entaku no Kishi Monogatari: Moero Aasaa), la Fuji TV, rilevato evidentemente un discreto interesse da parte del pubblico giapponese, mise subito in onda, senza soluzione di continuità, il sequel già preparato dallaToei Animation. Si tratta di Moero Asaa – Hakuba no Ouji (1980, letteralmente “Splendi Artù – Il Principe dal Cavallo Bianco”), 22 episodi che in Italia sono stati accorpati ai 30 della prima serie sotto il titolo unico di La Spada di King Arthur (1981), successivamente riedito come Re Artù, King Arthur (1997).

Un breve intermezzo, nel primo episodio, riprende la storia dove era stata lasciata, per poi incanalare le vicende verso uno scenario molto diverso dal precedente.

La guerra contro il crudele re Lavic è ormai vinta, l’egemonia di Astrat è troncata per sempre e i regni di Wrogles stanno finalmente conoscendo un inedito e florido periodo di pace. Tuttavia, l’occasione di mettere di nuovo mano le armi si presenta ad Artù sotto forma di una missiva inviatagli da un amico, il capitano Gook, il quale lo esorta a raggiungerlo avendo necessità di comunicargli importanti rivelazioni. Le notizie riguarderebbero i Vichinghi, una masnada di pirati che infestano le “terre al di là del mare” (presumibilmente la Normandia) vessandone le popolazioni. Raccogliendo l’invito, Artù si reca in quei luoghi ma, una volta giuntovi, scopre che Gook è stato ucciso da Golgos, proprio uno dei comandanti dell’esercito vichingo, al servizio del famigerato Re del Nord.

Resosi conto che la situazione è più grave di quanto avesse immaginato, il nostro eroe decide di proseguire in incognito la sua missione esplorativa e, spacciandosi per un cavaliere senz’arte né parte, si aggrega ad altri due squattrinati personaggi incontrati per caso, il corpulento e spaccone Bossman e il biondo ragazzino Pete.

Viaggiando insieme ai due amici col pretesto di aiutarli nella ricerca di un fantomatico tesoro che, si vocifera, il capitano Gook avrebbe sottratto ai Vichinghi, Artù avrà modo di agire contro i predoni all’insaputa di tutti. All’occorrenza, chiamerà in aiuto il suo formidabile destriero Pegaso (alla sella del quale, insieme all’armatura, sono appesi la spada Excalibur e lo Scudo Sacro, le magiche armi già conosciute nella serie precedente) e “trasformandosi” così nel misterioso Principe dal Cavallo Bianco.

Questa seconda serie segue dunque le vicende del sovrano di Camelot in terra straniera, sostituendo alle battaglie corali (tra i Cavalieri della Tavola Rotonda e i mercenari di Lavic) la missione di un paladino solitario in difesa degli oppressi, una sorta di Zorro medievale che, celando la propria identità dietro un elmo anziché una maschera nera, accorre dal nulla in sella al suo destriero quando più c’è bisogno di lui, riparando i torti e poi scomparendo nuovamente.

Nonostante Thomas Malory rimanga citato nei crediti, non c’è più alcuna connessione con la leggenda arturiana, e il protagonista risulta forse più ispirato ad altre figure di re britannici, come Alfredo il Grande.

La narrazione è più agile, gli episodi sono tutti autoconclusivi, e non vi è ricorrenza di personaggi secondari, fatta eccezione per il Re del Nord e la sua strega consigliera, ossia i redivivi Lavic e Medessa, più rancorosi e vendicativi che mai.

I coprotagonisti che in folto numero avevano caratterizzato la prima serie vengono lasciati a Camelot, con l’eccezione di qualche “puntata cameo” dedicata ad alcuni di essi: l’episodio 11 vede Ginevra, recatasi in visita al re dei Sassoni, sfuggire a un tentativo di rapimento; nel 14 l’intervento di Lancillotto è decisivo per salvare Artù da una trappola ideata con uno strano marchingegno elettrico; nel 16 entra in scena Tristano, infiltrato in una banda di Vichinghi che seminano terrore a bordo di una nave meccanica a forma di Drago. I tre personaggi torneranno poi nel finale, per aiutare il Principe dal Cavallo Bianco nella battaglia decisiva contro re Lavic e Medessa.

L’intero corpo della serie vede invece Boss e Pete come unici veri protagonisti, insieme ad Artù. Ai due vengono riservati principalmente i siparietti comici, quasi del tutto assenti nel precedente ciclo di avventure, coadiuvati in questa funzione dal pappagallo Sandy (il solo a conoscere l’ubicazione del tesoro) e dal cane Baron, gli animali di Gook “adottati” dal terzetto di eroi.

L’adattamento della prima versione italiana lascia molto a desiderare, come dimostra, nel corso delle prime puntate, la ripetuta inversione proprio dei nomi Sandy e Baron, attribuiti indifferentemente ad ambedue i personaggi. Tra i doppiatori spicca, nel ruolo di Artù, Luca Ward il quale, negli anni successivi, avrebbe collezionato un’invidiabile serie di eroi “storici” più o meno fantastici (Sam Neill in Merlino, Robert Downey Jr in Sherlock Holmes, Russel Crowe ne Il Gladiatore,  Liam Neeson in Rob Roy, Kevin Kostner in Robin Hood, Principe dei Ladri, Antonio Banderas ne Il 13° Guerriero…); da ricordare anche una insolita Anna Marchesini, che dà voce a Pete.

Come nella prima serie, il character design è ancora una volta affidato a Takuo Noda e la musica a Shinichi Tanabe.

Una curiosità nostrana riguarda la canzone La Spada di King Arthur, che apre e chiude tutti gli episodi dell’edizione italiana del 1981: fu la prima sigla incisa da I Cavalieri del Re; il nome stesso del leggendario gruppo familiare condotto da Riccardo Zara prese spunto proprio dall’anime della Toei.