La Spada Incantata (The Spell Sword, di Marion Z. Bradley)
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La Spada Incantata

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CAPITOLO PRIMO

Aveva seguito un sogno che lo aveva portato lì a morire. Cosciente per metà, giaceva sulle rocce e sul muschio sottile del crepaccio montano: nel suo stato di torpore, gli sembrava che la ragazza vista in quel sogno precedente gli stesse di fronte. Dovresti ridere, disse Andrew Carr al volto immaginario di lei. Se non fosse per te avrei ormai attraversato metà della galassia.

Non starei disteso qui mezzo morto su un grumo di polvere congelato, al limite del nulla.

Ma lei non stava ridendo. Sembrava che stesse in piedi proprio al limite del costone roccioso, mentre l’aspro vento della montagna soffiava sul leggero abito azzurro, drappeggiato intorno al corpo snello, su quei capelli di un rosso vivace e luminoso, lunghi intorno ai lineamenti delicati. Proprio come l’aveva vista prima, nel sogno, ma non stava ridendo: il viso delicato appariva pallido e austero.

E sembrava che parlasse, anche se l’uomo morente sapeva, sapeva, che la voce che udiva non poteva essere altro che l’eco del vento.

— Straniero, straniero, non intendevo farti del male; non è stato a causa dei miei richiami o dei miei atti che sei giunto a questo! È vero, ti ho chiamato… o piuttosto ho chiamato chiunque potesse udirmi, e tu mi hai sentito. Ma quelli che ci sovrastano entrambi sanno che non volevo farti soffrire! I venti, le tempeste, queste cose non sono sotto il mio comando.

Ma farò quello che posso per salvarti, anche se non ho potere in queste montagne.

Andrew Carr ebbe l’impressione di scagliarsi contro di lei con parole infuriate. Sono pazzo, pensò, o forse sono già morto, e giaccio qui scambiando insulti con una ragazza fantasma.

— Dici di avermi chiamato? Ma che ne è degli altri della mia nave? Hai chiamato anche loro, forse? E li hai portati qui a morire nei venti degli Hellers? La morte all’ingrosso ti dà qualche piacere, ragazza demoniaca?

— Questo non è leale! — Le parole immaginarie furono come un grido di angoscia e il viso fantasma nel vento si contorse come se la ragazza fosse sul punto di piangere. — Io non li ho chiamati; sono venuti lungo il sentiero su cui li guidava il loro lavoro e il loro destino. Solo tu potevi scegliere di rispondere o no alla mia chiamata, e hai scelto di venire, e di dividere qualsiasi cosa il destino avesse in serbo per loro. Ti salverò, se posso; per gli altri il tempo è terminato e la loro sorte non è mai dipesa da me. Potrai salvarti, se mi ascolterai, ma devi alzarti. Alzati! — Fu come un grido violento di disperazione. — Se rimani ancora disteso qui, morirai! Alzati e mettiti al riparo, perché non posso controllare i venti e le tempeste…

Andrew Carr aprì gli occhi. Come sapeva da sempre, era solo, disteso e percosso dal vento sulle sporgenze montane, nel relitto dell’aereo da perlustrazione. La ragazza, se mai c’era stata, era sparita.

Alzati e mettiti al riparo: non posso controllare i venti e le tempeste. Naturalmente, questa era un’idea dannatamente buona, se riusciva a realizzarla. Il punto in cui giaceva, sotto un frammento della cabina distrutta dell’aereo da perlustrazione, non era un posto in cui affrontare la notte rigida di quel pianeta estraneo. Era stato messo in guardia a proposito del tempo, lì, quando era arrivato per la prima volta a Cottman IV: soltanto un pazzo sarebbe rimasto fuori, di notte, durante la stagione delle tempeste.

Lottò ancora, con un ultimo sforzo disperato, per liberarsi la caviglia, che era incastrata, come la zampa di un animale in trappola, nei rottami contorti. Questa volta sentì il metallo piegarsi e cedere un po’ e, sebbene il dolore lacerante aumentasse, mentre pelle e carne venivano squarciate sempre di più, continuò a tirare il piede intrappolato nell’oscurità. Ora riusciva a muoversi abbastanza da piegarsi e spostare la gamba con le mani. Il tessuto strappato e la carne lacerata erano resi scivolosi dal sangue che stava già incominciando a coagularsi nel freddo. Quando toccò il metallo frastagliato, le sue mani nude bruciarono come fuoco, ma guidò in avanti la gamba ferita, evitando l’estremità più appuntita. Ansimando di sollievo e d’agonia, riuscì finalmente a liberare il piede: coperto di sangue, tagliato fino all’osso, ma libero. Si rizzò a fatica, per essere di nuovo abbattuto sulle ginocchia da una folata del vento ghiacciato e carico di nevischio che soffiava intorno a un angolo della sporgenza di roccia.

Strisciando per ripararsi meglio dall’aria battente, si insinuò nella cabina dell’aereo che oscillava pericolosamente, tanto da fargli subito abbandonare qualsiasi pensiero di rifugiarsi lì dentro. Se il vento fosse peggiorato, tutta quella maledetta cosa sarebbe stata catapultata almeno trecento metri più in basso, nella valle invisibile che si stendeva al di sotto. Parte di esso, pensò, era già sparita con il primo urto. Ma trovandosi ancora vivo al di là di ogni aspettativa, doveva assicurarsi che non ci fossero altri sopravvissuti.

Stanforth era morto, naturalmente. Doveva essere rimasto ucciso proprio al primo colpo, con quel buco aperto sulla ronte. Andrew chiuse gli occhi alla vista spaventosa del cervello dell’uomo, congelato e sparso su tutto il volto. I due perlustratori (uno si chiamava Mattingly; dell’altro, lui non aveva mai saputo il nome) erano contorti e inanimati sul pavimento, e quando strisciò cautamente nell’equilibrio oscillante della cabina per scoprire se una qualche scintilla di vita rimanesse in uno dei due, fu solo per sentire i corpi già freddi e irrigiditi nel gelo. Non c’era segno del pilota.

Doveva essere caduto con il muso dell’aereo, in quel terribile baratro sotto di loro.

Così, era solo. Cautamente arretrò per uscire dalla cabina; poi, armatosi di coraggio, rientrò di nuovo. C’era del cibo nell’aereo, anche se non molto: razioni per un giorno e la scorta di Mattingly di dolci e canditi, che lui aveva così generosamente fatto circolare e che tutti avevano rifiutato ridendo; le riserve di emergenza si trovavano in un pannello contrassegnato dietro il portello. Le tirò tutte fuori e, tremando di terrore, si costrinse a strappare il pesante soprabito di Mattingly dal corpo che si stava irrigidendo.

Ciò gli fece rivoltare lo stomaco… Derubare i morti!… Ma il soprabito di Mattingly, un indumento di pelliccia molto costoso, non era ormai di nessuna utilità al suo proprietario, mentre per lui poteva rappresentare la differenza tra la vita e la morte nella terribile notte imminente.

Quando uscì per l’ultima volta dalla cabina che traballava in modo spaventoso, tremava e si sentiva male; la gamba lacerata, non più pietosamente intorpidita, cominciava a tormentarlo con artigli di dolore. Arretrò con cura contro il limite interno del dirupo, ammucchiando vicino alla parete di roccia le provviste conquistate con tanta fatica.

Gli venne in mente che avrebbe dovuto fare un tentativo finale dentro l’aeroplano: Stanforth, Mattingly, e l’altro uomo di cui non sapeva il nome avevano con sé i documenti di identificazione, le piastrine del Servizio dell’Impero Terrestre. Se fosse sopravvissuto, una volta ritornato al porto, gli sarebbero servite come prova della loro morte e avrebbero avuto un qualche significato per i loro cari. Stancamente, si trascinò in avanti.

E lei fu di nuovo lì, la ragazza, il fantasma, il demone che l’aveva portato in quel luogo, bianca di terrore, in piedi esattamente sul suo percorso. La sua bocca sembrava tesa in un urlo.

— No! No!

Involontariamente, Andrew indietreggiò: sapeva che non si trattava di una presenza reale, sapeva che era soltanto aria, tuttavia indietreggiò, e il piede storpiato cedette sotto di lui; cadde contro il dirupo roccioso mentre una folata di vento lo colpiva, ululando in modo agghiacciante. La ragazza era sparita, non più visibile da nessuna parte, ma prima che lui potesse sollevarsi di nuovo in piedi, ci fu una grande raffica di vento e di nevischio accompagnata da un suono simile a un tuono. E con uno scossone finale la cabina dell’aereo distrutto si staccò dal punto su cui poggiava e, perso l’equilibrio, puntò il muso in basso, scivolò sulle rocce, schiantandosi poi nel baratro sottostante. Ci fu un grande ruggito, simile a quello di una valanga, come la fine del mondo. Andrew si aggrappò ansimante alla parete del dirupo, cercando di incollare le dita alle rocce.

Poi il rumore si attenuò e ci furono soltanto il ruggito basso della tempesta e gii spruzzi della neve; Andrew si rannicchiò nel soprabito di pelliccia di Mattingly, aspettando che il cuore si calmasse fino a tornare a battere normalmente.

La ragazza lo aveva salvato di nuovo, gli aveva impedito di entrare nella cabina, per l’ultima volta.

Sciocchezze, pensò. Inconsciamente, dovevo sapere che era sul punto di cadere.

Accantonò quel pensiero per rifletterci più tardi. Si era appena salvato, grazie al secondo di una serie di miracoli, ma era ancora molto lontano dall’essere al sicuro.

Se il vento era riuscito a spingere un aereo giù da un dirupo, poteva spingere anche lui, rifletté: doveva trovare un riparo, qualche posto più sicuro dove poter riposare.

Cautamente, aggrappandosi alla parte interna della sporgenza, strisciò lungo la parete. Tre metri e mezzo oltre il luogo in cui giaceva, essa si restringeva da un lato fino a sparire e terminava in un oscuro precipizio, reso scivoloso dal nevischio che cadeva. Dolorosamente, con il piede che gli produceva fitte lancinanti, tornò sui suoi passi. Sembrava che l’oscurità s’infittisse e che il nevischio diventasse neve bianca, soffice e spessa. Dolorante e stanco, Andrew avrebbe desiderato distendersi, avvolgersi nel soprabito di pelliccia e dormire lì. Ma dormire significava la morte, se lo sentiva nelle…

La Spada Incantata - Copertina

Tit. originale: The Spell Sword

Anno: 1974

Autore: Marion Zimmer Bradley

Ciclo: Ciclo di Darkover (Darkover Series)

Edizione: TEA (anno 2004), collana “TEADue” #1133

Traduttore: Nicoletta Vallorani

Pagine: 206

ISBN: 8850205171

ISBN-13: 9788850205172

Dalla copertina | Andrew Carr, terrestre di passaggio su Darkover, vede il volto della bellissima Guardiana Callista Alton riflesso in una sorta di sfera di cristallo. Per trovare la ragazza decide di fermarsi sul Pianeta. Durante una missione di ricognizione, il suo aereo precipita e Andrew, unico superstite, viene salvato proprio da Callista, che si mette in comunicazione con lui telepaticamente e lo guida ad Armida, la residenza degli Alton. Una volta a destinazione, Andrew scopre che Callista è stata rapita…