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La Stirpe di Elän

La Stirpe di Elän è la seconda miniserie a comparire sulle pagine di Zona X (un quadrimestrale – divenuto mensile dopo il suo crescente successo – edito dalla SERGIO BONELLI EDITORE, uscito per la prima volta nel maggio del 1992 e legato inizialmente alla serie regolare Martin Mystère) dopo la sua ristrutturazione avvenuta nel numero 10, ma è la prima a proporre personaggi e ambientazione completamente nuovi.

(Nota: la precedente miniserie, infatti, racconta del gruppo di intervento Lamda, più comunemente chiamato Magic Patrol, la squadra “risolvi problemi” della famosa base di Altrove, già apparsa anche negli speciali di Martin Mystère)

La storia comincia a San Francisco il 4 aprile del 1998. La Hammond Technologies, fondata da Jessica Hammond circa cinque anni prima, è l’azienda leader nel campo dell’elettronica e dell’informatica: produce tutto ciò che, per funzionare, necessiti di una qualche componente elettronica, dal computer all’aspirapolvere. I suoi articoli sono di altissima affidabilità: da quando è nata, la Hamtech (abbreviazione per HAMmond TECHnologies) non ha mai dovuto sostituire alla clientela prodotti difettosi in garanzia. È pertanto un’azienda che non teme concorrenza; i suoi congegni sono inoltre progettati in modo tale da rovinare l’elettronica interna se smontati, impedendo così ogni riproduzione o congettura sul funzionamento.

La Hamtech, con sede a San Francisco, sta per aprire un’altra filiale all’estero nel piccolo paese di Begorrath, in Irlanda, dove vivono Brent Malone ed Elphin Magee, due operai che lavorano al cantiere di questo nuovo complesso. La loro vita procede nella più totale normalità, finché un giorno, spinta dalla misteriosa scomparsa dello zio e da alcune voci che circolano riguardanti il cantiere, Elphin decide nottetempo d’indagare. Scovata a girare all’interno dello stabile, viene aiutata in extremis dal compagno Brent, finendo ambedue però col varcare inconsapevolmente un portale magico, che li catapulta in un mondo alieno di Elän; precisamente a Tir-Nan-Og, capitale di provincia di un regno chiamato Impero Tarkassiano.

Qui scoprono il segreto del successo della Hamtech: grazie a un accordo col cancelliere Dagon Tarkas, figlio dell’Imperatore, Jessica Hammond, offrendo in cambio rifornimenti di tecnologie provenienti dalla Terra, si è assicurata l’aiuto dei maghi imperiali per “manipolare” i prodotti della sua azienda. Elän è infatti un mondo dove la magia fa da padrona, sopperendo egregiamente agli scarsi progressi nel campo della scienza e della tecnologia.

La sorte dei terrestri è segnata: non possono far ritorno a casa perché solamente i maghi imperiali conoscono il rito di apertura dei portali, ma neppure possono restare su Elän e girarvi liberamente, perché depositari di un segreto pericoloso. Le tecnologie di cui Jessica rifornisce l’Impero Tarkassiano servono infatti per un progetto di conquista totale.

A complicare la vicenda è la figura di Anith, la consigliera personale di Dagon, una creatura malvagia, relegata nei sotterranei del palazzo di Rikengard, la capitale dell’Impero Tarkassiano. In realtà altri non è che la regina dei Demoni, una stirpe delle tenebre evocata da un mago sprovveduto molti secoli prima. Questa razza era stata sconfitta in passato da un altro potente mago, e il portale da cui era scaturita era stato sigillato tramite un incantesimo che aveva scisso il mondo in due realtà parallele: la Terra ed Elän.

Per capirne appieno la trama complessa, questa troppo lunga miniserie andrebbe letta tutta d’un fiato, cosa possibile oggi ma non al tempo della sua uscita. I ritardi tra una puntata e l’altra, dovuti alle tempistiche di stampa (oltre al fatto che La Stirpe di Elän non era presente in ogni uscita), sono stati tali da allentare inevitabilmente la suspense. A ciò va poi sommato il fatto che alcune parti sembrano aggiunte “tanto per aumentare le pagine”, possiamo dunque immaginare quanto sia stato complicato seguire e godersi tutti e 16 gli episodi (1.498 pagine), nell’arco dei 3 anni di pubblicazione, da luglio 1995 a settembre 1998.

La narrazione si snoda attraverso flashback e continui avanti e indietro nel tempo, nel tentativo di dare spessore – risultato mai veramente raggiunto se non, forse, nel caso dell’incantatrice Jakara – ai tanti, troppi, personaggi che si sono avvicendati uno dopo l’altro in un coacervo di storie difficili da far collimare tra loro. Il lettore comincia leggendo di Elphin e Brent, domandandosi se riusciranno mai a tornare sulla Terra… senza immaginare che l’introduzione continua di nuove figure farà scemare l’importanza dei due fin quasi ad annullarla. Oltre a loro, altri personaggi impossibilitati a trovare un loro spazio a causa del sovraffollamento avrebbero meritato maggior considerazione, come Belenos il maestro di Jakara, o come il mercante Kirin che aiuta Elphin e Brent nella loro fuga.

Queste considerazioni non devono però far credere al lettore che l’opera in sé non sia valida. Tutt’altro! La storia è originale e i disegni sono eccellenti, considerando l’alternarsi di una decina di disegnatori differenti. Nulla è mai lasciato al caso, ogni minimo particolare è funzionale alla comprensione del finale apocalittico (dal titolo, appunto, “Armageddon”).

Occorre ricordare che il progetto rappresentò una sorta di apripista in Bonelli, che prima di allora, nonostante tutti i suoi personaggi, da Dylan Dog a Martin Mystère, avessero avuto spesso a che fare con tematiche fantastiche, non aveva mai pubblicato un fumetto di stampo prettamente fantasy. Considerando l’assenza di precedenti punti di riferimento, La Stirpe di Elän ha svolto bene il suo compito e, con qualche aggiustatina, nel senno di poi, sarebbe potuto diventare un classico, non solo italiano.

Da poco meno di un anno, l’autore FEDERICO MEMOLA è riuscito a riprendere le storie di Elän nella rivista Altrimondi, per il momento con cadenza annuale, scegliendo stavolta come protagonista assoluta Jakara. Per capire meglio come è andata la vicenda e come evolverà in futuro, poniamo alcune domande direttamente al creatore…

Federico, puoi accennarci una tua breve presentazione personale?

Sono nato a Milano nel 1967 e ho iniziato a lavorare in questo campo nel 1990, quando sono diventato redattore di Fumo di China, su cui (l’anno seguente) ho esordito come sceneggiatore, con una breve storia di fantascienza disegnata da Teresa Marzia (creatrice grafica e copertinista di Jonathan Steele). Nel 1993 sono entrato in Bonelli come redattore, e dal 1995 sono stato curatore e principale sceneggiatore della collana Zona X, su cui sono state pubblicate La Stirpe di Elän e Legione Stellare. Nel 1999 è uscito il n. 1 di Jonathan Steele, la serie da me ideata e tuttora curata, anche se oggi per la STAR COMICS. Nel frattempo ho scritto qualche storia autoconclusiva, qualche episodio di Nathan Never, Legs Weaver e Martin Mystère.

La Stirpe di Elän è stata una delle prime miniserie a comparire su Zona X, ma mentre Magic Patrol presentava dei personaggi già conosciuti grazie agli speciali di Martin Mystère con Altrove, SDE (Stirpe di Elän) nasceva nuova. Da cosa scaturisce questa idea?

Se devo essere sincero, non ricordo esattamente da dove scaturì (in fondo sono passati più di 12 anni!). Secondo il programma dell’epoca, io, oltre a curare Zona X, avrei dovuto scrivere solamente il primo episodio di Magic Patrol (giusto perché avevo avuto un’idea per il signor Rogers che era piaciuta a Castelli, e le altre storie, nel frattempo, procedevano a rilento per vari motivi) e una mia serie molto più sporadica, Legione Stellare. Quando nel programma si creò un buco e per riempirlo mi vennero “prestati” i fratelli Esposito – che, oltre a essere bravi erano anche veloci – l’unico sceneggiatore libero su cui contare al momento ero io stesso, così mi misi all’opera e mi venne in mente quest’idea, un po’ fantasy generalista, un po’ Flash Gordon, che però proponeva un tema nuovo, quello del commercio (illegale) di magia in cambio di tecnologia terrestre. Procedendo (a passo di carica) con la sceneggiatura, la storia mi venne fuori come l’esordio di qualcosa di più complesso. Fortunatamente piacque molto al direttore, Decio Canzio, che approvò l’idea di darle un seguito e di trasformarla quindi in una delle serie di Zona X. Anche se al momento non immaginavo che ne sarebbe divenuta una delle due colonne portanti (l’altra era Magic Patrol).

SDE è stata la prima opera completamente fantasy della Bonelli; come mai fu deciso di “scoprire” questo nuovo filone? Fu un esperimento oppure si voleva aprire la strada al futuro Jonathan Steele?

La Stirpe di Elän è nata da una mia idea, senza alcuna strategia dietro (per quanto ci fosse un’intenzione – mia e degli autori di Zona X – di puntare sul genere fantasy, proprio perché mancava in Bonelli). Tieni presente che su Zona X esisteva una sorta di felice anarchia creativa: io coordinavo le storie e i disegnatori, ma non c’erano direttive precise sulle tematiche (a parte che dovevano essere di carattere fantastico o fantascientifico), ognuno gestiva la propria serie come meglio credeva. Di certo Jonathan Steele non era ancora in programma all’epoca: è un personaggio che ho inventato addirittura nel 1991 e lo avevo già proposto in Bonelli, sotto forma di miniserie, qualche tempo prima, ma fu rifiutato perché (all’epoca) le miniserie non rientravano nella filosofia della casa editrice e io, data la mia inesperienza, non me la sentii di azzardare addirittura una serie regolare.

Zona X chiuse per scarse vendite; fortunatamente ci fu il tempo per concludere tutte le miniserie presenti (La Stirpe di Elän, Magic Patrol, Legione Stellare e Robinson Hart), anche se l’imminente chiusura della testata determinò dei finali rapidi, lasciando magari fuori dei filoni che non hanno mai visto la luce…

La chiusura della testata ha influito sul finale, ma non l’ha anticipato, tant’è che avevo già iniziato a scriverlo, prima della ferale decisione, e almeno una trentina di pagine sono state tagliate perché preparavano sviluppi successivi che non ci sarebbero stati. O meglio, introducevano la serie di Jonathan Steele che, nei miei piani, avrebbe dovuto essere pubblicata su Zona X come seguito de La Stirpe di Elän.

Tornando al finale: alquanto tragico. La morte della maggior parte dei personaggi principali tocca veramente il cuore, soprattutto il sacrificio di Ran e Selene per risvegliare Friel e sconfiggere così Anith. In qualità di autore, come ti senti a crescere nel tempo un personaggio, sia narrativamente che psicologicamente, a dargli uno spessore per poi vederlo morire?

Il finale di Elän è figlio della frustrazione che provavo in quel momento. Lo so, avrei dovuto essere contento per l’approvazione di Jonathan (e lo ero, sia chiaro), ma per me la chiusura di Zona X rappresentava una sconfitta personale e la fine di un momento lavorativo felice che – sapevo già – non si sarebbe più riproposto. E questo si è riflesso sulla storia finale che stavo scrivendo. A freddo, riconosco che non dovrebbe mai accadere, ma d’altro canto occorre constatare che il finale apocalittico (del tutto inimmaginabile in un albo Bonelli, anche oggi) è stato uno degli elementi che ha colpito moltissimo i lettori, rendendo la serie memorabile. Nel bene e nel male.

So che tutti gli autori dicono di amare ogni loro personaggio allo stesso modo, ma io sono solito non crederci, quindi… se tu dovessi sceglierne solamente uno, quale sarebbe e perchè?

Chiedere una cosa simile a un autore è come chiedere a un genitore quale sia il suo figlio prediletto. Non si può. Eppure… Eppure confesso che il mio personaggio preferito in assoluto, quello che sta un gradino al di sopra degli altri, è inevitabilmente Myriam (una delle due coprotagoniste di Jonathan Steele). La maggior parte delle idee che mi vengono coinvolgono lei e mi rendo perfettamente conto che questa mia preferenza traspare dalle storie. Ma non ci posso fare nulla. La sua vitalità, la sua carica di erotismo e simpatia la rendono il personaggio per cui scrivo più volentieri.

I disegnatori che si sono succeduti in SDE sono stati molti, alcuni eccellenti come i fratelli Esposito o Rossano Rossi, altri un po’ meno, ma tu hai sceneggiato la serie completamente da solo. Cosa successe in quell’unico 11° episodio dove compare al tuo fianco Francesco Donato?

Nulla di strano, in realtà. Arrivò un momento in cui stavo lavorando troppo e avevo bisogno di una mano su quella storia, così mi sono rivolto a Francesco, solitamente impegnato sui “classici” (le storie autoconclusive). Passata l’emergenza, tutto è tornato alla normalità. Di quella storia io ho scritto le prime trentanove pagine e la scena casalinga con la poliziotta divorziata, il resto è opera di Francesco.

Ci puoi raccontare qualche aneddoto riguardante il periodo nella Zona X? E qualcuno ora alla Star Comics?

Oddio, che cosa potrei dire? C’è stata quella volta in cui Alessandrini ha disegnato 120 tavole in due mesi e mezzo (record assoluto tuttora imbattuto, per quanto ne so) per un’emergenza (e si è anche fatto una settimana di ferie nel mezzo, perché eravamo d’estate!). Oppure di quell’altra volta in cui un disegnatore aveva consegnato due terzi di una storia, tranne un paio di tavole iniziali… Dopo un po’ io lo chiamo e gli chiedo come mai stia tenendo indietro quelle due tavole. E lui, candidamente, mi risponde: “perché è una scena notturna in cui piove, e allora sto aspettando una notte di pioggia per vedere com’è!”. Per la cronaca, era lo stesso disegnatore che si ricostruiva le scene di dialogo con dei tasselli di legno per avere sempre presente dove fossero i personaggi nelle varie inquadrature. Oppure, aneddoto per me emblematico (ognuno lo interpreti come preferisce): nel 1994 fui chiamato nell’ufficio di Decio Canzio, il quale mi fece questo discorso: “Memola, volevo comunicarti che, in accordo con Castelli, abbiamo deciso che d’ora in avanti sarai tu ad occuparti di Zona X. Perciò ora siediti perché l’ultimo numero uscito faceva davvero schifo e quindi, in veste di curatore, ne devi rispondere tu!”. In effetti fu una grande lezione sul concetto di responsabilità, per me! Oggi, lavorando in casa, di aneddoti ne ho molti di meno, a disposizione!

Altrimondi 2006, attualmente edito dalla Star Comics riporta in vita SDE oltre a Legione Stellare, con uno dei personaggi a mio avviso meglio riusciti della serie: l’incantatrice Jakara. Vedremo mai anche gli altri sopravvissuti? Sono previste solo storie a sé stanti, oppure si vedrà una saga completa come la precedente? E, se così sarà, l’uscita annuale della rivista non comporterà qualche problema, magari obbligandovi a staccare SDE dedicandole finalmente uno spazio tutto suo (diciamo che questa è una mia speranza)?

In realtà, questi sono argomenti su cui sto riflettendo e di cui sto discutendo con la Star Comics. Difficilmente quest’anno ci sarà un nuovo Altrimondi, mentre invece vedrà la luce (non so ancora quando, di preciso, ma non prima dell’estate) un albo speciale di Legione Stellare. Per quanto riguarda Jakara e La Stirpe di Elän, sono tuttora in lavorazione nuove storie e stiamo proprio discutendo su dove e come proporle. La formula scelta influenzerà chiaramente la struttura della serie. Un’eccessiva dilatazione delle uscite precluderebbe una forma stretta di continuity, anche se già nelle storie in lavorazione alcuni personaggi della vecchia serie fanno una fugace apparizione o vengono citati.

C’è una domanda particolare che vorresti ti facessi?

La domanda è: a chi pensi quando scrivi una storia? La risposta di un buon professionista dovrebbe essere “al pubblico”. In realtà non è così. Non del tutto, almeno. Chi fa questo lavoro lo fa prima di tutto per se stesso, per una sorta di bisogno interiore di esprimersi in qualche modo (necessità che tutti sentiamo e poi estrinsechiamo in maniera diversa, a seconda delle inclinazioni, delle strade che prende la vita…). Lavorando su un prodotto seriale da edicola, devo tenere per forza conto di alcuni “canoni” entro cui rimanere (anche se io tendo purtroppo a svicolare sempre dalle regole, anche quelle che mi impongo io stesso!): ho un numero preciso di pagine a disposizione, ho un’ambientazione e delle caratterizzazioni da rispettare e devo scrivere storie che siano leggibili per il maggior numero possibile di persone, quindi anche per la massa di lettori che non è appassionata di fumetti, ma li legge solo per passatempo. Poi è chiaro che nessuno possiede la formula del fumetto “che piace”, altrimenti saremmo tutti ricchi, e quindi la maggior parte delle scelte va compiuta sulla base del proprio “intuito” e del proprio giudizio. Quindi l’idea è che uno scriva per se stesso, rivolgendosi a un pubblico in sintonia con la sua sensibilità. E sperando che questo pubblico sia numeroso!

Un’ultima domanda un po’ personale: qual è il tuo fumetto preferito e perché? Ti tolgo da possibili imbarazzi nella scelta, dicendoti che non valgono quei fumetti a cui hai collaborato.

Cavolo, questa è più difficile di quella sul personaggio preferito! Quindi non ti dirò qual è il mio fumetto preferito, ma piuttosto quale fumetto mi ha influenzato più di ogni altro, ed è certamente Il Principe Valiant di Hal Foster.

Ringraziando Federico Memola per la sua collaborazione, volevo terminare con un breve commento personale. Federico è una persona che rimane molto coinvolta da ciò che fa, e lo si può notare dalle ottime pubblicazioni a cui ha lavorato. Nell’intervista parla di Myriam, la principessa delle fate della serie Jonathan Steele. Chi segue quella serie, si sarà accorto che spesso Myriam diviene protagonista, conferendo alle storie un tale spessore da renderne quasi palpabili le realtà. La stessa passione la si ritrova ne La Stirpe di Elän.