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La Terra di Thule

La Terra di Thule è un cortometraggio ispirato alla canzone “Terra di Thule” contenuta nell’omonimo album composto da La Compagnia dell’Anello, gruppo musicale vicino al folk progressive, noto per gli omaggi a J.R.R. Tolkien e al mondo celtico, e per l’impegno politico verso la destra alternativa.

Il video è stato diretto da Daniele Malfatti e sceneggiato da Giancarlo Casagrande e Matteo De Metri. L’idea di realizzare una storia trasposta dalla canzone è nata durante una vacanza in Irlanda. Al ritorno, le ispirazioni si sono concretizzate nel cortometraggio, che ha vinto il Premio Miglior Fotografia e il Premio Speciale Giuria del Pubblico al Concorso “Ciak si Gira” di Merano.

La trama ricalca il testo della canzone, con qualche necessario adattamento.

In un’epoca passata, storicamente indeterminata, un bambino incontra un saggio viandante che gli offre in dono uno strano amuleto. Il bambino accetta il regalo senza rendersi ben conto che il possesso del talismano è legato a precisi doveri… Qualche tempo dopo, un manipolo di soldati invasori mette a ferro e fuoco la fattoria nella quale il ragazzino era fino a quel momento vissuto sereno, e uccidono tutta la sua famiglia.

Rimasto solo, il ragazzino cresce, diviene un giovane uomo e un giorno incontra di nuovo il viandante, che lo pone di fronte ai suoi obblighi: è iniziata una guerra, proprio contro i crudeli invasori, ed è compito del giovane scendere in battaglia in difesa della sua terra e del popolo che la abita.

Il filmato dura un quarto d’ora: la prima parte è recitata e include l’uccisione dei genitori del protagonista, episodio taciuto nella canzone ma inserito nel corto per dare motivare maggiormente le azioni e le scelte del personaggio. La parte conclusiva accompagna la canzone ispiratrice.

È un video musicale vero e proprio, analogo a certi curatissimi videoclip degli anni Ottanta (vedasi Thriller di Michael Jackson, o Stranger in Town dei Toto) che, diversamente da molti clip odierni nei quali primeggiano balletti o coreografie surreali, narravano una storia vera e propria in tema con il testo della canzone. La Terra di Thule introduce un viaggio nel passato anche grazie a questa somiglianza di linguaggio espressivo: le sonorità celtiche e progressive e le parole della ballata ben si fondono con le lente inquadrature della scialuppa funebre calata nel torrente, o dei momenti più significativi della vita dello sfortunato guerriero.

Il cortometraggio è stato realizzato con mezzi molto contenuti e grande professionalità. È costato circa cinquecento euro, una cifra irrisoria in rapporto al risultato. A contenere le spese ha concorso la disponibilità dei partecipanti, che hanno fornito gran parte degli accessori di scena: oggetti pregevoli, artigianali, anche se eterogenei per materiali, fattura, stile.

È stato impossibile ricreare un quadro vivente di un’epoca precisa, o di un’etnia definita, almeno secondo i rigidi standard del Consorzio Europeo Rievocazioni Storiche. Né gli Autori aspiravano a tanto rigore; i protagonisti assomigliano ai Celti, ai Longobardi o ai Camuni, tuttavia non appartengono a un ben definito popolo del nostro passato o del Medioevo barbarico. Sobri abiti da montanari, scarponi e sandali vengono indossati dalla famiglia del protagonista; i guerrieri sfoggiano rosse tuniche prive di brache, calzari di corda, rare cotte di maglia.

Le armi sono costituite da semplici ‘lame’ pitturate, spade di legno oppure di lattice; di metallo se ne vede ben poco, nonostante la canzone descriva le schiere del Nord con gli elmi d’argento. Il regista e la troupe hanno deciso di rinunciare alle armi ‘vere’ e, così facendo, lasciare agli attori maggiore libertà di combattere in completa sicurezza. La scelta è comprensibile, dato che l’impiego di armi esige molta preparazione: i figuranti possono faticare a memorizzare le sequenze di colpi e parate, o eseguirle senza il necessario tempismo; né l’eventuale goffaggine può essere corretta ricorrendo a effetti speciali aggiunti in postproduzione, che velocizzino i movimenti o li rallentino per enfatizzare la lotta (ne risulterebbero sequenze degne de La donna bionica o L’uomo da sei milioni di dollari, in ritardo di trent’anni sul gusto della gente). Assoldare comparse specializzate, equipaggiate, magari attingendo alle compagnie di rievocazione storica, poteva essere una soluzione, ma avrebbe sottratto il divertimento ai partecipanti, oltre che far lievitare le spese.

L’impiego di spade finte, e l’estrema semplicità degli abiti possono tuttavia lasciare perplessi, e le ingenuità risaltano perché gli aspetti più tecnici sono invece impeccabili. La regia e la fotografia sono professionali, il montaggio (anch’esso di Daniele Malfatti) è di qualità, la colonna sonora incantevole. Tanti pregi possono facilmente far dimenticare che il corto è stato recitato da attori non professionisti, impegnati a dar vita al mondo di Thule supportati solo da tanta passione.

Condizionate dalla necessità di risparmiare sui costi e sui tempi e dal desiderio di coinvolgere i giovani, le sequenza riflettono le suggestioni della canzone e la rappresentano con toni fiabeschi, così come l’immaginazione suggerisce.

Il regista si è concentrato sulla fotografia, le location sono state scelte con cura e valorizzano gli splendidi panorami delle Alpi.

Gli effetti speciali sono limitati alle ferite, realizzate con trucchi di scena. Budget ridotto all’osso, abilità nell’ottimizzare i costi e le necessità: ingredienti semplici ma genuini. La Terra di Thule è anche questo. Un corto da vedere.