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Labbra Proibite

Il racconto Labbra Proibite di LUIGI MAFFEZZOLI (pubblicato da EDITORI DELLA PESTE) ci porta in un futuro in cui il rischio di epidemia è diventato il supremo terrore della società.

Niente contatti fisici, quindi. Niente abbracci, niente intimità, niente sesso se non on-line. E mascherina sulla bocca, sempre. Togliersela accresce la possibilità del contagio e comporta il ricovero coatto per mano dei temuti “uomini in arancione”.

In questo clima ipocondriaco, il futuro è nelle mani di esseri umani con il volto coperto a metà, labbra nascoste come reliquie proibite.

Il protagonista del racconto conosce l’altra faccia degli “uomini in arancione”, quella di spietati aguzzini legali. Suo nonno, pittore, anima libera che chiamava il nipotino Piccolo Principe, ha beffato il “gigante” in arancione che voleva punire la sua leggerezza nell’uso della mascherina ed è fuggito verso una vita più vera… o forse incontro a una diversa morte. Chissà.

Il ricordo è rimasto nella mente di un giovane uomo che, nel vedere ora una ragazza – splendida nella nudità del corpo e della bocca – domata e rapita dagli uomini in arancione, d’improvviso si riscopre cavaliere senza macchia e senza paura votato a salvarla.

Nel corso dell’impresa cercherà di conoscere il leggendario Comandante, capo di una vecchia rivolta finita in niente; sfiderà il sistema infiltrandosi negli ospedali detentivi della Città Vecchia, dove i libri sono ancora di carta e la morte è nell’aria; infine fuggirà con l’amata, riscattata dalla prigionia, e scoprirà un’oasi di vita antica, lontana dalla paura del contagio, dove potrà vivere in pace con lei e con il nonno ritrovato.

Breve scritto per una storia che avrebbe avuto bisogno di ben più ampio respiro per poter decollare. Risolvendo il racconto in meno di cento pagine, l’autore cade in bidimensionalità e forzature piuttosto evidenti; costella inoltre il testo di note esplicative che interrompono regolarmente la lettura: un eccesso di ragguagli a margine di una narrazione troppo condensata per poterli contenere.

La passione del protagonista per la fanciulla rapita e reclusa è immediata, senza un vero perché, una sorta di predestinazione da poema cavalleresco che stride con il contesto. A un sentimento di tale profondità non corrispondono situazioni di crescita interiore o di confronto tra i due. Si vedono; si amano. Entrambi, senza timori, senza incertezze. Il protagonista è un Principe Azzurro che cerca la sua Principessa, un Orlando che s’invaghisce dopo aver incrociato per un solo istante lo sguardo della sua bella Angelica. Non regge.

Cosa si può pensare di un personaggio che, troppo lanciato verso la liberazione della sua bella, non riesce a indulgere nemmeno a un lutto come l’omicidio dell’amico che l’ha condotto alla Resistenza?

All’interno degli ospedali di ricovero coatto, il contagio è solo una scusa per eliminare gli elementi pericolosi o inutili al Sistema. I reclusi vengono intontiti a suon di psicofarmaci, in attesa che arrivi il momento dell’iniezione letale. Non un colpo di scena, ma l’immagine suscita la giusta inquietudine. Peccato venga liquidata con tanta fretta.

Inoltre, sa troppo di fiaba l’oasi che i nostri ritrovano lontano dalla città, in mezzo alla natura, tra vestigia del passato che fu, cibo vero e non in pillole, sentimenti di amicizia, amore e fratellanza. Perfino il nonno tanto amato è parte di quella comunità di esuli, vivo e vegeto, e ancora dipinge i suoi quadri approfittando delle belle vedute en plein air. La coincidenza è forzata a dir poco.

Dulcis in fundo, il gigante cattivo non sarebbe tale se non sfuggisse alla morte almeno due o tre volte prima di scovare l’oasi di pace e tentare un ultimo attacco, un’eclatante incursione in volo che finirà con l’abbattimento e la definitiva sconfitta per mano di un universitario, una donna e un vecchio.

Una traccia di 1984 di GEORGE ORWELL e un pizzico di Fahrenheit 451 di RAY BRADBURY per costruire una favola risolta troppo in fretta.

Peccato. I presupposti erano incoraggianti.