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Ladyhawke

Corre l’anno 1239. Ci troviamo nella cittadina di Aquila (in alcune traduzioni riportata come Avignone); attraverso i labirinti fognari, il giovane ladruncolo Philippe Gaston (Matthew Broderick) riesce a scappare dalle locali prigioni, sfatando una leggenda che le voleva a prova di evasione.

Braccato dalle guardie del Vescovo di Avignone, riesce a salvarsi solo grazie all’intervento di Etienne Navarre (Rutger Hauer), solitario e misterioso cavaliere che non tarda a rivelare i propri scopi: usare le doti dell’abile Philippe per entrare di nascosto in Avignone e compiere una vendetta.

La sua storia inizia due anni prima, quando, Capitano delle Guardie innamoratosi (ricambiato) dell’incantevole Isabeau d’Anjou – Isabella d’Angiò – (Michelle Pfeiffer), è costretto a fuggire con lei per sottrarla alle ossessive e sacrileghe attenzioni del Vescovo in persona, follemente stregato dalla bellezza della giovane. Tremenda allora la maledizione lanciata su di loro dall’ecclesiastico, e sostenuta da un patto scellerato con le più empie forze delle tenebre: dall’alba al tramonto lei sarà un bellissimo falco, e lui, dal tramonto all’alba, un temibile lupo nero, almeno “fino a quando esisteranno il giorno e la notte”.

Costretto al seguito di Navarre, Philippe ne scoprirà gradualmente il segreto, divenendo suo malgrado intermediario tra i due sfortunati amanti. Quando, nel corso di uno scontro con gli implacabile armigeri del Vescovo, il falco/Isabeau viene colpita quasi a morte da una freccia, sarà lo stesso Philippe a salvarla, portandola dall’unica persona in grado di curarla e nasconderla: Imperius, il prete che, in preda ai fumi dell’alcool, aveva a suo tempo tradito il segreto del loro amore denunciandolo al Vescovo nonostante il vincolo della confessione.

Roso dal rimorso, proprio Imperius rivelerà l’esistenza di una via di salvezza per i due amanti: da lì a tre giorni, “un giorno senza notte ed una notte senza giorno” avrebbe finalmente permesso loro di affrontare il Vescovo come uomo e donna, e spezzare così la maledizione.

“Sempre insieme eppure eternamente divisi” è forse la frase più suggestiva che riassume la vendetta del Vescovo. Nel film, divenuto ormai un classico, sono affrontati diversi aspetti del lato umano, estremizzati in caratteri ben riusciti che lo rendono una favola da non perdere. La Chiesa ne esce sconfitta nei suoi personaggi: il Vescovo, odiato e temuto perfino dal papa (al tempo Gregorio IX), è un essere malvagio, corrotto dal potere, incapace di amare veramente, e ossessionato da una passione morbosa e proibita; il prete Imperius impersona il vizio, ubriacandosi, lodando i piaceri della gola e tradendo la segretezza del confessionale. Lui si redimerà, cercando di porre rimedio al male che lui stesso ha causato.

Sotto l’aspetto della fede, il film ribadisce come la società dell’epoca avesse plasmato la propria cultura attorno alla religione. Perfino il ladro Gaston si rivolge spesso a Dio, seppure in modo ironico, affermando alla fine: “I migliori risultati li ho ottenuti con le bugie”. I frequenti colloqui del ladruncolo con L’Ente Supremo riempiono in modo divertente alcuni tempi morti del film.

Navarre è il tipico Eroe Combattente, che vince ogni scontro, impavido e risoluto in ogni situazione, abituato a comandare più che a chiedere, un “principe” dagli occhi di ghiaccio, che tuttavia si scioglie fatalmente di fronte a Isabeau, la dolce e incantevole “principessa” che ogni favola deve avere. La spada di Navarre rappresenta un piccolo anacronismo nel film: ha una foggia successiva al XIII secolo, periodo in cui si svolge la vicenda. È una lama che ha servito la famiglia Navarre senza mai perdere uno scontro, ed è legata ad un voto che obbliga ogni suo possessore a compiere un grande gesto, testimoniato da una gemma incastonata nell’elsa: c’è ancora un incavo vuoto, che spetterà a Navarre riempire. Nel film si dice che la spada appartiene alla famiglia da cinque generazioni, ma solamente il padre di Navarre ha incastonato una pietra prima di lui; oltre a quella ve n’è infatti solo un’altra che simboleggia il legame della famiglia con la Chiesa Cristiana di Roma. Una piccola imprecisione, quindi: una sola pietra, un solo atto eroico in cinque generazioni. Anche la balestra è decisamente poco comune: è un’arma a due colpi di una precisione alquanto irreale.

Isabeau è bellissima e chiunque l’abbia conosciuta se ne è innamorato. Ospite dalla cugina ad Avignone per sfuggire alle lotte che impegnavano la famiglia d’Angiò, è una creatura dolce che vive nella speranza di una vita normale. Fragile nell’aspetto ma al tempo stesso coraggiosa e determinata nel carattere, non demorde mai, non si abbatte, trova sempre il momento per un sorriso o una parola gentile. La sua prima apparizione è di grande effetto: è notte e Gaston prende la balestra per uccidere il lupo nero, senza sapere che si tratta di Navarre… Lei allora si frappone, apparendo per la prima volta in forma umana, avvolta nel mantello che divide con il suo uomo, mostrando il suo viso candido e bellissimo, messo in risalto dall’ombra scura del cappuccio. La fede di Isabeau in Navarre è incrollabile, come pure il suo amore, accetta senza dubbi o rimorsi ogni decisione del compagno, anche la più estrema.

Philippe Gaston è il ladro simpatico e scanzonato, capace di trovare il lato ironico in ogni situazione, e timorato di Dio solo quando “gli fà comodo” esserlo. Agile e determinato, affronta ogni situazione trovando nella semplicità il suo modo di essere. Senza ombra di dubbio è lui il personaggio principale intorno a cui ruota l’intera storia. Tutto inizia con la sua fuga, e il suo incontro con Navarre, prosegue con la sua opera di mediazione, con i messaggi inventati che riporta ai due amanti per farli sentire più vicini, con le sue prodezze coraggiose che salvano loro ripetutamente la vita… E termina con lui che abbraccia i due innamorati, finalmente liberi.

Alcune incongruenze nello svolgersi della vicenda riguardano due scene in particolare. Nella prima, si possono individuare due sequenze “anomale”: il falco (Isabeau) è stato ferito in un’imboscata e Philippe cavalca per un tempo imprecisato (ma di certo non breve) per raggiungere le rovine del castello di Imperius. Navarre viene lasciato sul luogo dell’agguato e raggiunge anche lui il castello il giorno seguente, dopo aver viaggiato presumibilmente sotto forma di lupo con spada e balestra… Arriva in tempo per salvare Gaston dalle guardie scoccando una freccia da una distanza abbastanza inverosimile.

Nella seconda sequenza, contemporanea alla prima, Gaston e Isabeau, ferita, hanno passato la notte nel castello: la mattina seguente, all’arrivo delle guardie, i due fuggitivi salgono sull’unica torre ancora intatta, ma qui la luminosità è troppo chiara e prolungata per essere l’alba. Questo piccolo paradosso è tuttavia necessario per creare la scena ad effetto in cui Michelle Pfeiffer cade dalla torre proprio quando il primo raggio di sole la trasforma in falco, permettendole di salvarsi la vita.

L’altra pecca riguarda la scena finale, più per contenuto che per forma: Navarre entra e ingaggia un duello con il soldato che ha preso il suo posto come Comandante delle Guardie: il combattimento è per lo più “uno ad uno”, tipico di stili come quello greco, non certo medioevale. Nessuno osa muoversi, nessuno va a chiamare il drappello di soldati che Navarre supera prima di entrare in città, e, perfino quando il Vescovo viene ucciso, nessuno dei molti uomini di chiesa presenti muove un dito: si arriva così alla scena finale in cui Navarre solleva Isabeau tra le sue braccia sotto gli applausi di tutti. Se si dà per sconato che nessuno conosca la storia della maledizione, appare allora piuttosto irrazionale una trama in cui un uomo entra in chiesa durante la funzione, attacca le guardie, uccide il Vescovo, e per questo viene applaudito.

La colonna sonora, molto suggestiva e coinvolgente, anche se poco medioevale, è stata composta da Andrew Powell. Al film sono state riconosciute due nomination agli Oscar, per i migliori effetti visivi e per il miglior suono. Nel 1986, vince due Saturn Award per i migliori costumi e come miglior film fantasy. I panorami splendidi che accompagnano i personaggi in questa storia sono quelli del Parco Nazionale d’Abruzzo in giornate che alternano un forte sole primaverile alla neve.

LADYHAWKE e il Fantasy onirico

Una fuga, un’incontro, una storia d’amore. Sulla commistione dinamica di questi tre temi tradizionali del cinema d’azione, Richard Donner ha costruito il microcosmo fantasy in cui si svolge la storia di Ladyhawke, in un sapiente gioco di ombre e luci, grandi e piccoli sentimenti, magia e astuzia. In un medioevo verosimile senza essere severo, l’atmosfera viene delineata fin dalle prime immagini attraverso uno scenario a sfumature vivaci e colorate, caratteristico di un certo cinema degli anni ottanta, che ricercava un’atmosfera rassicurante e concettualmente incontaminata.

Pur riproponendo lo schema classico bene/male, i personaggi positivi contrapposti senza quartiere a quelli negativi, il risultato è un riuscito esempio di aggregazione di ruoli che arriva a toccare positivamente l’immaginario personale e collettivo. Si intrecciano quattro figure, che riprendono la simbologia tipicamente fantasy: il Cavaliere, la Dama, il Mago e la Bestia, riuniti nel tema essenziale del film che è quello della fuga. Navarre e Isabeau, condannati a fuggire “eternamente uniti, eternamente separati”; Gaston il “mendicante ladro”, un Lazarillo de Tormes ben tratteggiato nei suoi atteggiamenti picareschi, che evade dal donjon di Avignone; il monaco alchimista Imperius, fuggito dalla sua vita ecclesiastica, tormentato dalla più grave delle colpe: il tradimento della confessione, di cui cerca di espiare le crudeli quanto involontarie conseguenze. Di fronte a loro, la figura inesorabilmente malvagia del Vescovo, i cui abiti talari sono una pura formalità sopra le realtà oscure che ne animano pensieri e azioni. “Credo nei miracoli, il mio ruolo lo impone”: in questa frase particolarmente illuminante c’è molto della religiosità medievale, in cui la forma spesso governa la sostanza, e non viceversa. Tuttavia, se mentre al Vescovo saranno sicuramente precluse le porte del Paradiso, sarà grazie al coinvolgimento nella vicenda di Navarre e Isabeau, alla loro ribellione e al loro coraggio, che Imperius e Gaston troveranno il proprio riscatto: dopo un’esistenza ai margini, redenzione per l’uno e maturazione per l’altro.

Il film non ha pause né concede ripensamenti, segue un filo narrativo sicuro e trascinante, in cui la figura scura di Navarre, cavallo nero e falcone, rappresenta il prototipo, assai amato da molta letteratura fantasy, del Cavaliere sans-terre, senza più patria né amico, alla conquista dell’antica e amata esistenza perduta, per la quale è pronto a sconfiggere i propri demoni e vendicarsi dei propri nemici.

Il lupo è animale di metamorfosi per antonomasia, associato a scenari inquietanti: la notte, il gelo, la foresta. Solo in alcuni casi si riveste di un aspetto più rassicurante, mettendo la propria natura di predatore al servizio di creature indifese o amate, come in questo caso, diventandone il paladino. Il cavaliere si identifica nel Lupo, figura altamente rappresentativa in molte mitologie, e porta sul pugno il Falcone, emblema di nobiltà e di prestigio e, soprattutto nel medioevo, simbolo dei privilegi di casta. Non è un caso che Dama Isabeau, il premio più desiderato, sia il falco: legato anima e corpo al suo signore, combatte per lui ma da pari a pari, da compagno e non da servo.

Il tema della Magia, senza essere esasperato, permea tutto il film: l’antica leggenda della Luce e del Buio viene trasformata in un incantesimo diabolico che colpisce i due protagonisti condannandoli ad una vita immersa nella Notte senza Giorno e nel Giorno senza Notte, tema che diverrà risolutivo nel finale. La maledizione, che getta una luce inquietante sull’occulto potere ecclesiastico, e l’Eclissi, vista come momento di forza se non arcana sicuramente “ai confini della realtà”, sono l’alfa e l’omega del film, a riprova della posizione insostituibile dell’elemento magico nel fantasy tradizionale

Di particolare effetto è il momento in cui il piccolo ladro Gaston vede la trasformazione del falco in donna: un improvviso gioco di ombre di luci in cui si svelano lo sguardo azzurro e il cappuccio nero, o forse blu come la notte. Donna e lupo, il raffronto con la “Bella e la Bestia” viene istintivo forse, ma qui il legame è più complesso perché di giorno i ruoli si invertono: la Bella si trasforma in bestia e il Lupo ritorna uomo, eternamente irraggiungibili l’uno all’altra come il giorno e la notte.

La scoperta della magia da parte di Gaston, la sua istintiva negazione di essa per rifugiarsi in una situazione onirica (“Sto sognando”…) abbastanza tipica dell’atteggiamento dell’uomo medievale, che istintivamente teme l’occulto, e la sua successiva accettazione e coinvolgimento nella vicenda costituiscono il vero filo conduttore di tutto il film. Gaston può vedere Navarre e Isabeau nel loro aspetto umano, diventandone il tramite e il protettore, paladino di lei e alleato di lui, in un ruolo altrettanto importante che fa da fulcro al succedersi degli avvenimenti. “Anche tu ci sei dentro, Philip Gaston”, dice Imperius, tra una fiasca di liquore e l’altra, perché “in vino veritas” naturalmente, in perfetta coerenza con l’immagine del monaco medievale che ben apprezza il cibo e il bere. Ma di questo Gaston si renderà conto fino in fondo in un particolare momento, in cui l’intensità del film raggiunge il suo vertice: la Dama e il Lupo vicini in una delle loro infinite albe, vengono colpiti dalla luce impietosa e abbagliante del primo raggio di sole, una scena di inesorabile ed esasperata lentezza, sottolineata dai primi piani in ralenti della macchina da presa, che concede appena il tempo di uno sguardo, nemmeno quello di una carezza.

Anche se tutto il film fa presagire il lieto fine, con il malvagio che viene sconfitto e l’amore che trionfa, questa “consapevolezza” non disturba né rovina l’effetto. Regno dei buoni sentimenti, in conclusione, in cui la Favola viene rivestita dalla giusta dose di pathos e realismo, in modo da non poter essere definita scontata. Il lieto fine è intuito e desiderato dallo spettatore, la vicenda non può che concludersi in un unico modo, senza alternative. La Magia deviata del Vescovo Negromante viene sconfitta dalla sapienza del Monaco Alchimista, dall’astuzia e dal coraggio comico di Gaston, dalla forza e dal valore dei due amanti finalmente riuniti sotto l’aura scura e doppia dell’Eclissi, in cui tutti i mondi, fatati e non, si incontrano. Celebrazione dei buoni sentimenti che vincono sul male, con un effetto rasserenante e desiderato.

Citando le parole del regista stesso alla prima di Ladyhawke, si tratta di “avventura, pura evasione”, tuttavia, grazie alla immediatezza dei contenuti e al calibrato ma professionale uso degli effetti speciali, il film materializza la fantasia e il sogno. Un sogno fantasy, quindi, che si fa perdonare forse la leggerezza di tematiche e i caratteri troppo da archetipo dei protagonisti, ma comunque un sogno da cui si esce rasserenati e di cui si prova nostalgia. E comunque, come si dice, la Vita è Sogno.

LUPO E FALCO, LA SIMBOLOGIA DEL PREDATORE

Il Falco

Il falco è una creatura dell’aria e tutto ciò che vola ha sempre affascinato l’animo umano. È visto nell’immaginario collettivo come un essere quasi sovrannaturale, in cui la natura del predatore è associata alla crudeltà e alla freddezza, ma anche alla maestosità e alla forza. Ha un impatto visivo fatto di artigli, becco e fisionomia rapace, dotato di un’eleganza perfetta e di una picchiata letale; inoltre, almeno anticamente, nasce libero. Tutti elementi che hanno portato il Falco a suggestionare profondamente l’immaginario umano, che lo collocano con simbologie e significati spesso contrapposti in strutture mitologiche appartenenti a civiltà anche infinitamente distanti tra loro da un punto di vista storico, geografico e culturale. Nella cultura dell’antico Egitto, caratterizzata da un pantheon zoomorfo per eccellenza, il Falco è in primo luogo l’immagine simbolica di Horus, il dio del cielo, di Ra, il dio del sole, e di Sokar, il dio della morte. Simbolo regale per eccellenza, il suo Occhio è la vista del faraone. Presso i Persiani, la costellazione dell’Aquila veniva chiamata Shaihin Tarazed, cioè “falco che colpisce le stelle”, una idealizzazione del falco come animale vicino al cielo, e quindi agli dei. Analogo significato, in un altro tempo e in un altro luogo, viene ripreso presso gli Indiani d’America, cultori di una religione profondamente naturistica: il Falco è Cetan, uno degli animali-totem, paragonabile al messaggero degli dei della mitologia greca, che trasmette il volere degli dèi e indica i regali del Grande Spirito. Infatti il volo, estremo legame con l’elemento aria, rappresenta la capacità di elevarsi ad un livello superiore e di sondare oltre le capacità umane, riportando poi indietro la conoscenza. Il Falco compare anche in uno dei miti indiani della creazione: I Gemelli della Guerra, capostipiti della razza umana, portano alla luce dal caos delle tenebre quattro animali sacri, tra cui appunto il Falco, che con il battere d’ali dirige le acque verso gli oceani.

Sempre nel quadro di una concezione animistica della natura, abbiamo un dio preincaico dell’acqua, adorato nelle Ande centrali, nato con le sembianze di falco.

Il legame falco-divinità compare con un significato molto stretto anche presso i germani del nord: Loki e Odino avevano la facoltà di assumere la forma di falcone, e su Yggdrasil, il Sacro Frassino, è appollaiata un’aquila che possiede molta saggezza; tra i suoi occhi sta Veorfolnir, un falco.

Profondamente animista e legata alla natura è anche la tradizione celtica. Nelle favole del folclore britannico pre-cristiano, figure di animali volanti sono soliti rappresentare gli “spiriti migranti”, sia dei morti che dei vivi. La zoomorfosi si trova nei miti celtici più antichi, come ad esempio la Storia di Tuan: Tuan, figlio di Carell, prolunga la propria vita per tre volte, trasformandosi in cervo, in cinghiale e in falco “sempre nel medesimo luogo”. E anche nella tragica storia di Llew, l’eroe, per sfuggire alla morte, si trasforma in falco. E Ceridwen la dea-strega si tramuta in falco per concepire il bardo Taliesin. Inoltre, il mago per eccellenza della saga arturiana è Merlino/Myrddyn, il cui nome può essere fatto risalire, tra le tante ipotesi, al nome dello “smeriglio”, che è una tipologia di falcone.

Nel Medioevo, il falco è considerato un simbolo di casta, un privilegio della classe nobiliare, e, più in generale, l’emblema della cavalleria e della nobiltà: la sua figura alata si ritrova in un’infinità di simboli, stemmi e racconti, anche di epoche più tarde. L’addestramento del falco dà vita ad una vera e propria corporazione, la Falconeria, che acquista un notevole peso sociale e politico.

Concettualmente più negativo è il significato del falco nelle allegorie di stampo cristiano: nei bestiari allegorici, diventa il predatore dei deboli, l’uomo che si preoccupa di soddisfare unicamente i propri istinti, colui che si contrappone al bene. Queste due concezioni opposte (ma comunque inesorabilmente legate) sono rappresentate in due quadri di epoche diverse, il Cavaliere Thyssen (1510) di V.Carpaccio e L’Adorazione dei Magi ( 1422) di Gentile da Fabriano. Il primo ritrae, in una profusione allegorica di animali, fiori, e castelli, un misterioso e giovane cavaliere, secondo l’iconografia consolidata del miles christianus, la cui morte precoce in battaglia viene simboleggiata in un lato del dipinto dal falco che uccide l’airone. Nel secondo, i Magi, personaggi evangelici, vengono raffigurati come nobili signori in viaggio, circondati da tutto il loro fasto, e uno di loro (in veste nera e oro) tiene sulla spalla un falcone.

In epoca più moderna, l’immagine di questo uccello predatore ha forse perso la maggior parte della sua carica simbolica, che pure non sparisce del tutto, ma riaffiora laddove lo spirito dell’uomo riesce ancora a rivolgersi alla sua componente fantastica e primitiva: nel Dedalus di Joyce, fortemente caratterizzato dalla familiarità dell’autore con la mitologia celtica, esiste un profondo legame tra creature volanti e anime individuali: e una di queste creature che compaiono nel finale è, ancora, un falco.

Il Lupo

“…Il lupo divorerà il sole e l’altro lupo la luna… Il gigantesco lupo Fenrir, nemico peggiore degli dèi, loro prigioniero, si libererà dalle sue catene e anche gli dèi saranno in grave pericolo.”

(Volospà – Carme eddico XI sec. Circa)

Nell’immaginario collettivo, il lupo ha sempre avuto una valenza particolarmente complessa e contraddittoria: associato a simbologie variegate ma comunque legato a incarnazioni di potere e a scenari inquietanti (la notte, il gelo, la foresta), da sempre considerato il nemico dell’uomo in forma animale, il lupo riveste comunque il significato di forza se non di minaccia. È la belva malvagia delle favole, contro la quale tutto è lecito. È il predatore crudele che vive nell’oscurità della foresta, che caccia nella notte, che ulula e provoca i temporali. È l’immagine di forze selvagge, spesso commiste all’elemento umano (come vuole la tradizione universale del Loup Garou), o a quello demoniaco (il diavolo prende a volte la forma di lupo), o divino. È forse la personificazione del nostro lato selvaggio, e per questo probabilmente non può far a meno di comparire in uno spettro ampio di culture e tradizioni.

Nella mitologia più antica, il Lupo possiede due polarità distinte: una solare e maschile, legata ai culti di Zeus e di Apollo e Marte, e una lunare, femminile, legata al culto di Artemide e delle altre grandi dee del neolitico; mentre nei popoli di religione sciamanica, come gli Indiani d’America, diventa guida e simbolo di saggezza. Anche presso altre culture, il lupo costituisce il totem della tribù, come nel caso delle popolazioni delle steppe asiatiche: avevano vessilli e stendardi con la testa di lupo, e Gengis Khan si diceva discendesse da un lupo azzurro generato dal cielo. Inoltre, già autori classici (Erodoto e Plinio) parlano di tribù sciite i cui componenti si trasformavano in lupi una volta l’anno, per poi riprendere l’aspetto umano: tema della licantropia, in questo contesto più con significato totemico che malvagio. Le prime credenze su questo tipo di metamorfosi, organizzate in forma di mito, si potrebbero trovare nelle saghe nordiche (anche se alcune tracce esistevano già presso i greci): nella saga irlandese dei Volsung (XIII sec. circa) e in quella di Egill viene narrata la trasformazione di uomini in lupi, attraverso la pelle dell’animale. Nella mitologia slava si racconta del principe stregone Vseslav, che di notte correva in forma di lupo incontro al grande dio Chors.

Animale “spettrale” dell’antichità, con connotati quindi anche in palese contraddizione tra loro, il lupo è presente nella mitologia germanica nella figura di Fenrir, che nella battaglia finale spezza le catene e divora il Sole prima di scontrarsi in duello con Odino, ma altrove può anche essere considerato un simbolo solare (Apollo Liceo). Esisteva anche un culto totemico di Zeus-lupo al quale, in caso di carestia o siccità, si sacrificavano vittime umane. Presso gli Spartani inoltre, la comparsa di un lupo che divora le greggi prima della battaglia di Leuttra (371 a.c.) venne considerata presagio di sventura , mentre presso i Romani presagiva la vittoria .

Nell’antica Cina il lupo rappresenta avidità, ma compare anche come protettore di creature indifese: leggende di lupe che allattano e allevano neonati si ritrovano in più culture, cinese e indiana oltre a quella classica: accanto a Romolo e Remo allattati da una lupa, troviamo in Grecia la ninfa Tiro, che aveva generato i gemelli Pelia e Nereo nutriti da una giumenta e da una cagna. Però, nella mitologia greca, troviamo anche la Lupa Mormo, o Mormolyke, divinità infernale, e il dio degli inferi Ade, che porta un mantello di pelle di lupo. E qui l’animale viene allora accostato all’idea della morte, con la funzione di accompagnatore delle anime dei defunti.

Il simbolo del lupo era già presente presso gli etruschi: sulle tombe di Golini I ad Orvieto e di Orco II a Tarquinia è raffigurato il dio Aita, che veste una pelle di lupo. Ancora un lupo era simbolo di Soranus, divinità sabina del monte Soratte, e Cicerone nel De Divinatione ce la illustra come assimilabile a Marte, dio della guerra. Nella lupa romana si ritrovano, allora, diversi simboli che appartengono a più culture e questa, in sintesi, sembra essere la tesi più accreditabile, visto che questo animale fondeva insieme le caratteristiche etrusche e sabine con quelle romane: anche nel nome Luperco/ Luperca, (figure divine), era rintracciabile la radice lup della lingua etrusca.

Col Medioevo inizia la fase conflittuale con la Natura, e il lupo diviene il Predatore di Agnelli e quindi di anime: nell’iconografia cristiana e paleo cristiana, si torna infatti all’immagine del lupo come animale “cattivo”, simbolo del potere diabolico che attenta alla salute spirituale del gregge: l’incontro/scontro tra il Santo e il Lupo è riscontrabile in una miriade di esempi, le streghe lo usano come cavalcatura e le porte dell’Inferno vengono a volte raffigurate con fauci di lupo.

Nei primissimi esempi di bestiari allegorici viene usata la simbologia per definire delle categorie di emarginazione: lo stereotipo animale raccoglie molti simboli creando una parentela automatica tra significati animali e minoranze da respingere. Lupo opposto all’Agnello, come da citazioni evangeliche. Simbolicamente rappresenta il diavolo che rapisce e disperde le pecore, o l’eretico o i falsi profeti, unendo i temi dell’aggressività sanguinaria e della dissimulazione.

Nel Bestiario Medievale, il lupo è ancora un animale diabolico, che gira di notte con occhi luccicanti come lanterne, capaci di annebbiare l’intelletto, fino a confluire nella già citata credenza del lupo mannaro sulla cui esistenza anche l’uomo medievale non ha dubbi: all’inizio del XIII sec. Gervaso di Tillbury attesta la diffusione di questa leggenda (J.Verdon – La notte nel medioevo) parlando della metamorfosi in modo quasi scientifico, senza riferimenti divini o diabolici come si riscontra in altre fonti: “Abbiamo visto di frequente in Inghilterra, mentre la luna splendeva, uomini trasformarsi in lupi”.

L’atavica paura del lupo nasce comunque da un pericolo concreto, (non dimentichiamo che Francois Villon, poeta maledetto, narra che in un inverno particolarmente duro i lupi arrivavano alle porte di Parigi), ma è rimasta stratificata nel nostro subconscio. In ogni epoca, questo sfortunato animale è diventato un simbolo dagli aspetti prevalentemente malvagi, a causa di ciò che ha sempre rappresentato nella società antica, prettamente agricola e pastorale: una creatura selvaggia e istintiva che valica il confine passando dal mondo incontrollabile della natura a quello ordinato e sicuro degli uomini, portandovi tutto il suo carico di forza primordiale e la sua competizione di carnivoro primario; homo homini lupus, è un detto comune per indicare la ferocia dell’uomo verso i suoi simili, anche se spesso verrebbe da chiedersi quale sia in realtà la specie più crudele.

“…….Il lupo apparirà davanti a te… Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste… Egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso.” (Anonimo)

Crediti

I nove mondi e l’albero che li sostiene: www.bifrost.it
Le garzantine: Simboli
Falconeria e medioevo…: Giovanni Goj, www.storiamedievale.net