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Laggiù nella Giungla

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Un pullman carico di gitanti percorre l’autostrada Roma-L’Aquila. Una foratura costringe l’autista ad una fermata imprevista, su un viadotto. I passeggeri vengono fatti scendere in attesa che il mezzo venga riparato. Alcuni di loro si guardano attorno e notano un fiore giallo, di una specie mai vista prima, cresciuto oltre il guardrail. Per raggiungerlo cadono di sotto e, miracolosamente illesi, si ritrovano sulle rive di un fiume impetuoso. Cercano di risalire, ma si perdono nella fitta boscaglia.

Quando la corriera è pronta per ripartire, ben nove turisti mancano all’appello!

I dispersi scoprono di non poter tornare indietro: come per incantesimo, si trovano circondati da una giungla tropicale, con tanto di sabbie mobili, serpenti, animali feroci. Guidati dall’allenatore Farrow e dal geografo Krueger, avanzano cercando di ritornare al punto di partenza aggirando le rapide. Il cammino è difficile, e alla paura per l’ambiente ostile si aggiunge la crescente stanchezza. I disagi esasperano gli animi, emergono individualismi e divergenze di opinione, scoppiano litigi.

I dissapori vengono messi da parte solo quando l’attempata Emma scompare, rapita da un paffuto indigeno che è afflitto dal mal di denti e vuole essere curato. Ritrovata la donna, il gruppo s’imbatte anche in alcuni oggetti: setacci e arnesi da cercatore d’oro, foto ingiallite che ritraggono un esploratore bianco e una mappa con una caverna contrassegnata da una X. Siccome l’indigeno balbetta spesso “polvere gialla”, il gruppo pensa subito con avidità all’oro. Spinti dalla brama, arrivano alla grotta, pronti addirittura ad uccidersi tra loro pur di mettere le mani sul bottino. La misteriosa polvere gialla in realtà non è oro, ma ha ugualmente un valore inestimabile: si tratta di un polline capace di curare ogni malattia, pure le ferite d’arma da fuoco.

Decisi a lasciare la giungla e tornare alla “civiltà” portando con loro la magica cura, i “dispersi” costruiscono una zattera e, dopo varie peripezie, riescono infine a superare le rapide e risalire sul viadotto. Compaiono sulla corsia autostradale proprio mentre un telecronista, che ha intrattenuto i telespettatori nei giorni precedenti, annuncia l’abbandono definitivo delle ricerche.

Giunge pure il pullman, lo stesso utilizzato per la gita, condotto dal medesimo autista. Il guidatore si libera di barba e baffi posticci, e si fa riconoscere. È proprio l’esploratore delle foto, il maestro di Krueger, ed è pronto per partire verso nuove avventure. Un invito che i nostri non mancano d’accettare, anche perché la polvere gialla si è trasformata nel frattempo in cenere priva di valore. Mentre il giornalista pregusta lo scoop e si prodiga con discorsi retorici sulla dolcezza del ritorno a casa, i nostri eroi lasciano la vita d’ogni giorno e risalgono sull’autobus, diretti verso nuove avventure. Gettata via nel viadotto, la cenere torna ad essere polline, rende vita alla giungla che stava inaridendo e fa sbocciare nuovi fiori gialli…

ANNI RUGGENTI AI TROPICI

Ricordate i B-movie di avventura che riempivano le sale durante gli anni Cinquanta e Sessanta e che più tardi vennero riproposti nei palinsesti delle prime televisioni private? Nonostante la palese ingenuità delle sceneggiature, le riprese realizzate in grande economia di mezzi e la recitazione spesso ai limiti del dilettantismo, conquistarono il cuore di molti spettatori.

Lo stesso “Indiana Jones” nasce con lo scopo di attualizzare l’avventura pulp riproponendola in chiave ironica e scanzonata. STEVEN SPIELBERG ha compiuto un’operazione di intelligente revival, creando un eroe le cui peripezie possono affascinare un target di spettatori abbastanza eterogeneo, dato che rielabora i luoghi comuni che la Settima Arte ha reso popolari. Dietro al successo del più famoso archeologo c’è la contaminazione di generi – spionaggio, peplum, guerra… – il tutto rivisitato con humour da slapstick comedy.

Laggiù nella Giungla, prova d’esordio di STEFANO REALI, è anch’essa una pellicola che omaggia l’evasione esotica d’altri tempi. Non c’è tuttavia emulazione dei modelli hollywoodiani degli anni Ottanta. Invece di far leva su toni dichiaratamente parodistici, il regista italiano adotta un registro narrativo sospeso tra citazione ed elegia, fin dalle prime inquadrature, con i titoli di testa che scorrono scritti sulle pagine di un libro, riecheggiando Kim e i kolossal di ZOLTAN KORDA.

Gli innocui gitanti si trasformano in altrettanti personaggi delle narrazioni di genere. Tanto che, appena riaffiorati dalle rapide, scoprono di avere un’altra voce ed una diversa personalità. Ciascuno di loro va a incarnare uno degli stereotipi che il pubblico ha conosciuto e amato. Abbiamo lo studioso miope, imbranato con le donne; un allenatore che ha sulla coscienza la morte di un atleta cardiopatico che voleva a tutti i costi gareggiare; un’anziana donna che da adolescente rimase incinta e abbandonò il bambino; un giovane muto, l’uomo e la donna qualsiasi, la femme fatale, un nerd che riesce a farsi male e tace della sua ferita pur di non ostacolare il gruppo, il pericoloso evaso, in realtà figlio di…

Tutti si muovono in una giungla che rammenta un orto botanico visitato nel periodo della chiusura, con sentieri un po’ troppo delineati, capanne ordinate come bungalow di villaggi turistici, caverne degne di attrazioni di Disneyland. Le belve fanno parte di brevi spezzoni documentaristici montati al momento giusto, proprio come avveniva un tempo, quando per risparmiare su location e domatori, il footage dei documentari sugli animali feroci finiva a intervallare improbabili scene di lotta.

Gli effetti speciali sono volutamente rétro, incluse le magnifiche cascate sudamericane. Pure la colonna sonora ammicca alle marce che accompagnavano le peripezie degli eroi dei B-movie.

LA RIVINCITA DEL “PIDOCCHINO”

I virtuosismi narrativi si susseguono, in un gioco di citazioni che pone interrogativi profondi sul significato del fare cinema. Chi ha diritto di dettare canoni estetici? L’élite di intellettuali oppure il largo pubblico? Nel caso specifico della Settima Arte, un film è notevole perché risponde a precisi criteri espressivi, come ad esempio quelli concordati dal gruppo Dogma95*, oppure è bello perché diviene un fenomeno di costume?

Laggiù nella Giungla, pur se realizzato con mezzi piuttosto modesti e con adattamenti nella sceneggiatura non del tutto graditi al regista, anticipa in forma estremamente poetica la rivalutazione del cinema di genere, la stessa che trasformerà titoli ignorati o disprezzati dalla critica in piccoli classici. La dichiarazione d’amore per la cinematografia popolare può tuttavia trarre in inganno, dato che la stessa definizione di “popolare” genera ambiguità. Una forma espressiva deve scopiazzare in modo rozzo modelli imposti dai ceti elevati, oppure può nascere dalla gente comune e dai suoi stili di vita, dai desideri, ed essere volutamente diversa ma non inferiore?

Inoltre, se scrivere una canzone (o dipingere un quadro) richiede investimenti limitati, produrre un film esige ben altro budget, proibitivo per i più: quindi, quanto può essere alla portata di tutti?

Nel caso particolare della pellicola di Stefano Reali, l’avventura esotica diviene pretesto concreto per ricordare la magia che avvolge lo spettatore al momento del buio in sala, la proiezione come forma di rito collettivo. Un’elegia sul cinema tanto privo di pretese artistiche quanto capace di emozionare, quello che riempiva le sale di paese o quelle di città – chiamate con affetto “il Pidocchino”. Ma la poesia, per essere apprezzata, necessita di istruzione e soprattutto di sensibilità.

Si potrebbe obiettare che, sebbene in cinquant’anni il grado d’istruzione raggiunto dagli Italiani sia cresciuto, esistono ancora spettatori dai gusti naif. Quanto colpiva l’immaginario delle platee di un tempo non basta più per stupire, oggi l’ingenuità si esprime nella ricerca di scene esplicite amalgamate a forti dosi di effetti speciali, magari dozzinali ma abbondanti. Quanto al ruolo sociale, ormai i lettori di supporti audiovisivi sono alla portata di tutte le tasche. Ad eccezione di cineforum supportati da associazioni culturali ed happening, dedicati a titoli di saghe famose il cinema ha perso gran parte del forte carattere di aggregazione sociale.

Stefano Reali è ben lontano dall’esaltare il trash contemporaneo, anzi, ripresentando in chiave fantastica il vecchio cinema di avventura, celebra la bellezza dell’intrattenere con trovate semplici, dirette all’emotività dello spettatore.

Ma, pur se privo di scene di nudo, parolacce o situazioni “esplicite” (e nonostante Il Giornalino gli abbia dedicato a suo tempo un paio di pagine), Laggiù nella Giungla non è dedicato a bambini o famiglie. Un minore può senza dubbio assistere alla proiezione, ma l’apprezzerà meno di quanto meriti, perché appare “povera” di effetti speciali, lenta nel montaggio delle sequenze, con personaggi lontani anni luce dai beniamini dei videogiochi.

D’altronde è un film volutamente rétro; le citazioni sono dirette a uno spettatore adulto che ricorda i film di genere della sua giovinezza – o ai cinefili incalliti che apprezzano i virtuosismi inscenati – e che può sentire propri i toni di accorata nostalgia. È una pellicola d’essai, che parla di cinema piuttosto che di giungla attraverso il linguaggio della fantasia, e che può risultare “difficile” proprio perché rimane in bilico tra evasione e riflessione.

REALISMO MAGICO

Pochi effetti speciali, mezzi contenutissimi e creatività sfrenata (elementi avventurosi vengono assimilati a invenzioni fantasy); la polvere gialla è portentosa, anzi è magica, guarisce non solo i malanni naturali, ma anche gli stessi danni prodotti dalla cattiveria umana, un po’ come il sacro Graal… La giungla diviene insomma palcoscenico dello straordinario, e coesiste con il resto del mondo in modo analogo al magico regno di Landover di TERRY BROOKS, o al mondo dei maghi della saga di Harry Potter.

La lunga marcia è ben introdotta da un prologo realistico (la corriera con i suoi passeggeri) che fa risaltare l’evento straordinario, un incipit che ha il sapore delle migliori pagine della letteratura fantastica italiana, Dino Buzzati in testa. Poi l’evento impossibile (la giungla sotto il viadotto) irrompe nella vita quotidiana dei protagonisti, che conducono esistenze grigie, tra rimpianti e ricordi. Il viaggio nella dimensione parallela li trasforma da persone qualsiasi in personaggi eroici, sospesi tra Emilio Salgari ed il feuilleton; e tali rimangono fino all’ultimo, uscendo completamente cambiati tanto da non poter più accettare di tornare indietro, alla tranquilla borgata.

Di solito i film fantastici e d’avventura terminano con un prevedibile ritorno alla concretezza che viene riscoperta o apprezzata proprio grazie alle peripezie vissute. E.T. vola verso il suo pianeta, i ragazzi di Narnia si ritrovano fuori dall’armadio, il sogno prima o poi finisce. Un modo per rasserenare indirettamente lo spettatore medio, che quasi certamente ha alle spalle esperienze tutt’altro che straordinarie. Laggiù nella Giungla non offre quel genere di consolazione, sprona anzi a riscattare una vita da mediocri affrontando l’ignoto, pronti a cogliere la magia che si nasconde nelle piccole cose e in quelle grandi. Il mondo in cui viviamo non è un modello positivo; meglio l’utopia dell’avventura. Lo dimostrano anche i periodici interventi del cronista, che anticipano profeticamente una certa tv del nostro presente, costruita romanzando disgrazie e stragi, sbattendo in primo piano particolari truculenti. Nelle ultime battute a lui riservate dal copione, esalta il desiderio di casa e famiglia e vita serena. Sermone inutile: il gruppo risale sulla corriera, diretto verso nuovi orizzonti.

Vero protagonista, nella giungla dei tropici immaginari o della incolore realtà, è il desiderio di evadere, di poter cambiare la propria vita anche quando ormai lo si riterrebbe impossibile.

Anche nelle fiction dirette in seguito, Stefano Reali ha resistito alla voglia di assecondare mode, miti e mediocrità contemporanee: un regista intelligentemente scomodo, che talvolta ha pagato in prima persona per il coraggio della sua espressione, faticando a distribuire le sue pellicole. A lui tutta la solidarietà di quanti attendono che passi una sgangherata corriera e li porti verso orizzonti perduti.

INTERVISTA A STEFANO REALI

Il film Laggiù nella Giungla da un lato richiama con affetto il cinema di genere, dall’altro sfugge a una catalogazione. Credi nei generi e/o nella loro commistione?

Ho sempre amato i generi. Li ho talmente amati da non poter fare a meno di dirlo, in giro. E questo, quando ho cominciato a fare cinema, era considerato una specie di reato (amare il cinema di genere).

Dalla fantasia alla realtà: quali trasformazioni rispetto all’idea originale, e quali eventuali compromessi hanno accompagnato la realizzazione di Laggiù nella Giungla?

Diciamo che il film che avevo in mente io sarebbe costato dieci volte di più, se fosse stato realizzato come era scritto. La realizzazione “a basso costo” ha nuociuto molto, all’idea.

In quale dei personaggi del film ti rispecchi maggiormente ?

Il geografo Kruger, interpretato da Robert Powell.

Il fiore giallo cresciuto sulla scarpata del viadotto rammenta i girasoli che Van Gogh rappresentava in forma impressionista nei suoi quadri. C’è un parallelo tra la rappresentazione del pittore e il tuo fiore che spinge i protagonisti a vedere il mondo con occhi nuovi?

È proprio una citazione da uno degli ultimi dipinti di Van Gogh, complimenti.

Parecchi dei film fantastici prodotti nel corso degli ultimi anni sono in realtà remake di titoli del passato. Cosa pensi di questa tendenza?

Già nel 1937, un grande produttore americano, Irving Thalberg, diceva che i film non si fanno, ma si “ri-fanno”.

In Italia si producono pochissimi film fantastici. Gran parte di essi rimane confinata a rassegne di importanza locale, e non arriva in sala. È colpa del livello artistico amatoriale, oppure c’è un radicato atteggiamento di rifiuto verso il fantasy, l’avventura, la fantascienza e l’horror?

La colpa è sicuramente del livello artistico amatoriale, come dici tu, ma questo livello artistico basso dipende dal fatto che in Italia non c’è mai stata una vera cultura del fantasy. Non so spiegarmi il perché, ma noto la stessa cosa in tutti i paesi di forte matrice cattolica, come la Spagna e la Francia. Sarà un caso?

Quali caratteristiche, secondo te, dovrebbe avere il fantastico made in Italy?

Costare poco e avere un po’ di umorismo “made in Italy”, oltre a grandi idee.

Gli effetti speciali, almeno nelle pellicole del fantastico, uccidono troppo spesso la sceneggiatura?

No, se la sceneggiatura “c’è”.

Molti film fantastici, soprattutto se non prodotti a Hollywood, vengono liquidati come “film per bambini” oppure “trash”. È una nomea meritata?

Direi di sì, visto che a Hollywood si sviluppano sceneggiature per anni, prima di essere certi che possano riguardare il pubblico più largo possibile.

Le nuove tecnologie permettono a un maggior numero di persone di avvicinarsi all’arte cinematografica. Credi che l’avvento dei computer e delle tecniche digitali possa aiutare gli appassionati del fantastico ad esprimersi, magari con produzioni “alternative”?

Sta già accadendo da almeno cinque anni. Dappertutto tranne in Italia.

Nelle tue opere, il tema del riscatto da una vita ordinaria e mediocre si ripropone spesso. La fantasia è strumento di evasione, è una forma di consolazione per l’uomo comune, è uno strumento per plasmare la realtà… Qual è per te il valore del fantastico?

È la possibilità che i propri sogni si possano realizzare in maniera sorprendentemente rapida.

Spesso il linguaggio del fantastico offre uno spazio e un modo concreto per affrontare e rielaborare problematiche sociali e filosofiche. Osservando la costante omologazione di gusti e stili di vita presentata dai film fantastici che affollano le sale, c’è da ravvisare un aumento della loro funzione d’intrattenimento rispetto al ruolo sopra descritto?

Purtroppo sì. Una volta, film anche considerati “di genere”, come ad esempio Il Pianeta Proibito, nascondevano dei messaggi e dei valori etici fortissimi, dietro il loro apparente lato di puro intrattenimento. Ed è per questo che quei film ancora oggi sono considerati dei capolavori immortali. Oggi il fantasy si consuma talmente in fretta che ci ricordiamo a stento di produzioni megagalattiche di appena un paio di anni fa.

Ringraziamo Stefano Reali per la squisita disponibilità.