L'Atlantide Svelata (di Emilio Walesko)
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L’Atlantide Svelata

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Anteprima testo

I

Conobbi il dottor Spargirus alcuni anni fa, in occasione d’una festa militare all’aeroporto di B… Chi l’avesse invitato non mi sovvenne mai di chiedergli, per quanto mi fossi proposto di farlo. Ma ora che ci ripenso trovo naturale che il dottor Spargirus si fosse trovato fra noi.

Un generale, sul palco, appuntò le Medaglie sul petto dei piloti e degli specialisti. Dopo la premiazione gl’invitati si sparpagliarono per l’aeroporto. I più vollero vedere da vicino gli apparecchi che erano allineati al limite del campo; gli ufficiali, in mezzo a gruppetti separati, davano spiegazioni.

Il dottor Spargirus capitò vicino a me. A prima vista mi sembrò un uomo qualunque, piccolo, di età indefinibile, vestito come un altro, né sciatto né ricercato. Ricordo, anzi, che pensai rapidamente di indovinarne la condizione dai segni esteriori: nel taschino della giacca portava un fazzolettino bianco orlato di trina. Come aprì bocca, mi resi conto che era anche difficile assegnargli un paese di nascita perché nessuna cadenza dialettale ne offuscava la chiarezza della parlata. Aveva occhi piccoli e chiari, e sorrideva per naturale cortesia.

Eravamo fermi sotto la gondola d’un motore di cui batteva con le nocche la carenatura per indovinarne la sostanza. Poi si portò verso l’elica, passò la mano aperta lungo i bordi, e finalmente fu attratto dal meccanismo dell’incidenza variabile, nascosto in gran parte sotto l’ogiva. Là dove l’elica ha più rapido il passo e la pala nasce dal mozzo come un’ala, rimase lungamente a passarvi la mano seguendo l’invito della curva potente di cui sentiva la forza nascosta, godendone profondamente. Mi sentii attratto verso di lui, e mi avvicinai. Si voltò sorpreso, quasi temendo d’essere parso un po’ ridicolo.

«Scusate» mi disse puerilmente impacciato «io amo molto le eliche. La più bella macchina che l’uomo ha inventato è certamente questa».

Simpatizzammo subito. Parlammo a lungo delle famiglie delle eliche; gl’insegnai a distinguere a prima vista quelle che servono al volo rapido dei cacciatori, corte, tozze, robuste, di grande passo, e quelle che si confanno ai volatori d’alta quota, di pala larga, di grande diametro, di poca incidenza.

Tutto ciò sembrava incantarlo; ma io sentivo che il mio ascoltatore mi faceva la grazia di tenermi per maestro: egli amava forse sentirsi ripetere cose che conosceva da tempo, meglio, infinitamente meglio di me. Il gesto con cui assentiva tacendo era pieno di significato, nei suoi piccoli occhi chiari era una luce ambigua che mi turbava. D’improvviso ebbi il sospetto che mi prendesse in giro; poi la certezza del ridicolo mi avvampò la faccia, e l’impeto di sbatterlo contro il motore mi gonfiò le braccia d’una forza istantanea. Mi fermò (ammetto che sia buffo), mi fermò quel bianco fazzolettino della giacca, orlato d’un velo di trina, che mi parve il vessillo d’una colossale innocenza. Allora tutta l’ira crollò; e sulle rovine della mia collera rimase sola a sventolare la minuscola pezzuola ricamata.

Le parole che seguirono mi diedero la certezza di trovarmi davanti a un uomo singolare al quale il mondo fisico e soprannaturale appariva manifestamente, come in un libro aperto e nitidamente stampato. Per lui non esistevano ipotesi, ma soltanto certezze, teoremi, fatti. Interpretava tutti i fenomeni come la conseguenza infallibile d’un presupposto fondamentale, unico e diverso, che a lui soltanto si mostrava accessibile. La sua voce aveva una straordinaria dolcezza; le parole più logore imparate a scuola, inerbate dalla forza di una lampante verità, prendevano in bocca sua un significato nuovo. Scomparsa come per incanto la sensazione di disagio che prima mi aveva annichilito e quindi irritato, fu piacevole rispondere alle sue domande.

«Voi sapete che due sono i fattori della potenza d’una macchina semovente: il peso e la velocità; e ciò vale naturalmente anche per l’aeroplano. Questo apparecchio che pesa, in assetto di guerra, ottanta quintali, ha bisogno di duemila cavalli per volare alla velocità di quattrocento chilometri orari, trasportando venti quintali di bombe, il carburante, gli apparecchi ausiliari, nonché le armi per la sua difesa. Se volessimo aumentarne la velocità disponendo degli stessi motori occorrerebbe ridurne il carico, e, quindi, la velatura delle ali. Al contrario, un aumento del carico porterebbe alla riduzione della velocità. Le cose non stanno precisamente così, beninteso; ma il criterio fondamentale resta valido».

Il dottor Spargirus mi sorrise benevolmente, e io fui contento di aver terminato il mio dire.

«E non vi pare che una spesa di tanta energia per portare non più di tre grosse bombe sul nemico sia un poco eccessiva?»

«Forse lo è, egregio, signore; ma le limitate conoscenze dell’aerodinamica, le forme attuali degli aerei e i motori di cui si dispone non consentono, per ora, rendimenti maggiori».

Egli sorrideva appena. Forse gli brillava ancora nelle pupille un piccolo fuoco maligno, quello che dianzi mi aveva esasperato; ormai ero affascinato da quell’uomo, e non mi accorsi di nulla. Disse dolcemente:

«Se avrete la cortesia di farmi una visita vi dimostrerò che i vostri aeroplani non servono a nulla».

Andai a trovarlo appena mi fu possibile. Abitava alla periferia della città, in una stradina fuori mano, dove arrivai facendo un lungo tratto a piedi. Il caldo della giornata era opprimente, e invano mi ero proposto di camminare adagio per non giungere trafelato a casa del mio ospite; l’ansia mi tirava le gambe, sicché arrivai davanti alla porta del dottor Spargirus grondante sudore e col fiato grosso, imbarazzatissimo di presentarmi in quello stato. L’idea di sostare qualche minuto sul pianerottolo cominciava a persuadermi, quando la porta si aprì, senza che avessi bussato, e il mio amico apparve, sorridente come sempre, dichiarandomi di essere arcicontento di vedermi in casa sua, dove, una volta entrato, fui immediatamente presentato alla madre, una vecchia signora dai bei capelli bianchi (erano di una bianchezza nivea) che si mostrò molto affabile.

«V’interessate alle esperienze di mio figlio?»

«Signora, sono soltanto un curioso della scienza».

Il laboratorio aveva un aspetto diverso da quello che avevo immaginato. C’era una tenda di velluto nero che divideva in due la stanza. Nella parte in cui ci fermammo erano collocati due tavoli massicci, col piano di vetro nero; e al centro del più grande era un apparecchio non più voluminoso d’una ordinaria macchina fotografica. Garofani bianchi abbellivano la stanza. Alle pareti erano appesi bellissimi ritratti a penna di scienziati di chiara fama. Il mio ospite mi tolse subito d’impaccio principiando il suo dire:

«Suppongo che siano di vostra conoscenza le più accreditate teorie della fisica atomica moderna. Comunque, quello che io vi esporrò non esige, per essere capito, un indirizzo esoterico. È stato Planck il primo a supporre che la materia incandescente fosse la sede di oscillatori elettromagnetici, generatori di onde mediante le quali si propaga nell’etere la cosiddetta energia radiante, cioè il calore. Questa ipotesi, che è alla base della teoria dei “quanti”, ha una portata enorme, di cui il mondo scientifico non apprezzò subito il significato. L’energia, nei suoi diversi aspetti, altro non è se non la manifestazione di sconvolgimenti che accadono in seno alla più piccola parte della materia eccitata: l’atomo. Io vi ripeto cose notissime. Ciascuna forma d’energia irradia dalla sorgente con oscillazioni specifiche caratteristiche. Dalle radiazioni marconiane a quelle cosmiche è una gamma non discontinua di vibrazioni, suddivisa in zone a ciascuna delle quali si associa una manifestazione energetica. Le radiazioni del calore si trovano, come sapete, fra quelle hertziane e quelle luminose. In che cosa tali radiazioni sono diverse? Nella lunghezza d’onda. Sorge allora spontanea l’idea di poter passare dall’una all’altra forma d’energia modificando la elongazione dell’oscillazione fondamentale: così sarà possibile ottenere calore sia dalla luce sia dalle radiazioni hertziane. Io ho ottenuto energia termica da un circuito radioricevente».

«Ah, è bellissimo!»

Il dottor Spargirus lasciò che sfogassi la mia rumorosa ammirazione, e continuò:

«Analizzando lo spettro emesso da un corpo incandescente, se si disegna una curva rappresentante la ripartizione dell’energia raggiante fra le varie lunghezze d’onda, la curva assume una forma campanata, la quale presenta un massimo per una certa radiazione mediana. Questo era già noto alla fine del secolo scorso. Ma fu ritenuto che sulla configurazione dello spettro non influisse la specie della sostanza analizzata, mentre io ho accertato il contrario. La frequenza della radiazione mediana è il limite, come vi dimostrerò fra poco, tra le due forme d’energia; e ciascun elemento ha la sua radiazione caratteristica, legata da una relazione molto semplice al proprio numero atomico».

«Vi è stato dunque possibile riscaldare i corpi a distanza?»

«Certamente, signore: ma non tutti i corpi simultaneamente. Ogni molecolare della materia che si desidera eccitare termicamente, e accordare con quella il circuito radiotrasmittente. L’effetto è istantaneo. Ho dato alla mia macchina il nome di “entropotrone” o, più brevemente, “entrone”».

«Ma» obbiettai «vi occorrono quantità enormi di energia. Se voglio riscaldare una parete di questa stanza col termosifone che si trova in quell’angolo, occorre riscaldare tutta l’aria che esiste in questa stanza oltre alle pareti».

«Mi accorgo di non essere stato chiaro. Le radiazioni dell’entrone non eccitano termicamente l’ambiente, cioè il mezzo interposto fra la sorgente delle vibrazioni e il bersaglio. La trasformazione in calore avviene soltanto sulla sostanza che si trova in condizioni di risonanza con l’entrone; perciò l’oscillazione si propaga nello spazio come una semplice oscillazione hertziana, senza essere assorbita da eventuali ostacoli».

«È meraviglioso, dottore. E fino a quale distanza è efficace l’entrone?»

«Per ora la gittata è di circa dieci chilometri, ma spero di ottenere molto di più».

«Vi sarà dunque possibile far esplodere i proiettili a distanza?»

«Precisamente. Voi sapete che gl’inneschi dei detonatori oggi generalmente usati negli eserciti sono formati essenzialmente di fulminati di mercurio e di due sali del piombo: lo stifnato e l’azotidrato. Questi composti hanno una diversa sensibilità rispetto alle onde emesse dall’entrone. Montando sopra un aeroplano tre delle mie macchine ciascuna delle quali sia accordata con l’onda radiotermica caratteristica dei tre diversi inneschi e volando alla quota di diecimila metri (dove l’aereo è praticamente invisibile) esplodono tutti i proiettili sottostanti investiti dal flusso dell’entrone, entro una striscia che raggiunge un massimo di otto chilometri. Il peso dell’entrone è di tre chilogrammi. Esso esclude ogni altro armamento difensivo dell’aeroplano: puntato l’entrone contro un apparecchio avversario, le cartucce esploderanno nei nastri delle sue mitragliatrici. Liberato l’aereo dal peso delle bombe ormai inutili, tutta la sua potenza sarà sfruttata in velocità. Avremo ottenuto un bolide che navigando ai limiti della stratosfera sconvolge e polverizza in pochi minuti la più…