Le Fantastiche Avventure dell'Astronave Orion (Raumpatrouille - Die Phantastischen Abenteuer des Raumschiffes Orion, 1966) - Terre di confine Magazine #5, pag. 125
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Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion

Guardare una puntata, una sola, de Le Fantastiche Avventure dell’Astronave Orion (Raumpatrouille – Die Phantastischen Abenteuer des Raumschiffes Orion), serie di fantascienza tedesca che nel 2016 celebra il 50° anniversario della messa in onda, non è solo un tuffo nelle origini di questo genere (quantomeno nelle serie televisive), ma una vera e propria esperienza surreale, che assomiglia più a un sogno indotto da certe droghe allora molto di moda o – volendo restare in tema – a un viaggio in qualche universo parallelo, dove l’evoluzione ha preso strade diverse e fantasiose, ma comunque sempre in grado di farci sorridere.

Si dirà: ma allora, Star Trek? Star Trek è un’altra cosa, e non solo per i mezzi impiegati. Aveva alle spalle un’industria cinematografica e televisiva che masticava fantascienza da una ventina d’anni – e saltuariamente da prima ancora. Per quanto a molti la serie classica appaia oggi irrimediabilmente datata, la cura mostrata nei dialoghi, nello svolgersi dell’azione, nella caratterizzazione dei personaggi, nelle soluzioni escogitate per fare avanzare la trama, nel linguaggio utilizzato… tutto questo, ancora oggi, è ‘moderno’. Ed è questa modernità ad aver permesso, anno dopo anno, decennio dopo decennio, la produzione di nuove serie e di un cospicuo numero di film, e soprattutto la nascita di un fandom con pochi eguali nella storia della fantascienza.

La stessa cosa, ahimè, non si può dire della più modesta astronave Orion, che tanto sembrerebbe l’Enterprise europea, ma la cui fama resta confinata all’interno dei paesi di lingua tedesca, tutt’oggi praticamente ignota negli Stati Uniti – che non amano troppo le produzioni estere (se non per farci dei remake) e meno che mai il loro doppiaggio.

A ben vedere, non è del tutto vero che l’Orion sia una versione europea dell’Enterprise: per quanto simili, le due serie sono nate in modo indipendente l’una dall’altra e sono andate in onda contemporaneamente! L’una all’insaputa dell’altra, per quanto possa sembrare strano. Come è possibile? Trasmissione del pensiero? Telenosi, per citare uno degli innumerevoli neologismi della serie europea?

In realtà i due telefilm si assomigliano perché identiche sono le premesse culturali e scientifiche dalle quali nascono: sino agli inizi dell’astronautica, nel 1961, la fantascienza guarda allo spazio come luogo dal quale potrebbero provenire esseri alieni, più o meno ostili. Ancora nel 1963, con Doctor Who, l’approccio non è diverso: la leggendaria serie inglese racconta le avventure di un alieno in viaggio sulla Terra, che si mostra superiore, intellettualmente e tecnologicamente, a noi terrestri (per fortuna non ha cattive intenzioni). Ma nei tre anni che trascorrono tra la messa in onda di Doctor Who e quella di Raumpatrouille cambiano molte cose. Il programma spaziale americano, fermo nel 1963 alla serie Mercury, è passato attraverso una decina di voli della Gemini e sta preparandosi per l’Apollo; Leonov ha ‘passeggiato’ nello spazio; due diverse astronavi (americane) hanno ‘attraccato’ in orbita; da Marte arrivano le prime immagini; sonde hanno già toccato il suolo lunare e persino quello di Venere. L’ottimismo dilaga: la conquista della Luna sembra (ed è) imminente; quella di Marte pure (ma non lo è). La ‘conquista dello spazio’ in generale sembra ormai una certezza, così come lo sono state tante altre conquiste ‘terrene’.

Nel clima di euforia – tutto sembrava possibile, in quegli anni! – è naturale che la fantascienza lasciasse il nostro pianeta e, senza più timore di invasioni aliene, si lanciasse a sua volta nello spazio, anticipando quello che allora sembrava inevitabile; l’Enterprise e l’Orion sono entrambe figlie di quell’epoca, vicina nel tempo ma ormai lontanissima nello spirito.

Di Star Trek si sa tutto; ma come è nata l’astronave Orion? E perché proprio in Germania? Vale la pena ricordare che nel 1966, in Europa, nessuno aveva ancora prodotto una serie di fantascienza, BBC a parte; la mitica Belfagor – Il Fantasma del Louvre (Belphégor ou le Fantôme du Louvre, Francia, 1965) e Historias para no Dormir (Spagna, febbraio del 1966) ne avevano pochi accenni, ma entrambe erano essenzialmente di genere horror. La Germania, tuttavia, reduce dalla spaventosa crisi seguita alla guerra, si stava avviando più di altri paesi sulla strada della ripresa culturale ed economica. Nel 1962, col Manifesto di Oberhausen, nasceva quello che oggi viene chiamato Nuovo Cinema Tedesco, movimento che guadagnò i primi riconoscimenti nel 1966, a Cannes (con Der Junge Törless, di Volker Schlöndorff). La spinta innovatrice della Germania arrivò sino alla televisione, e lo sconosciuto Rolf Honold, ex ufficiale della Wehrmacht, ex attore di teatro, si mise in testa di realizzare una serie di fantascienza. I finanziamenti giunsero nel 1965, anche grazie all’aiuto dell’emittente francese ORTF, e nell’autunno 1966 andarono in onda sulla rete pubblica ARD i 7 episodi di Raumpatrouille, con indici di ascolto che oggi farebbero crepare d’invidia qualsiasi network televisivo: dal 37% al 56%. Erano altri tempi: niente emittenti private a contendersi l’audience, e di fronte a una serie così innovativa resistance was futile (tanto per citare proprio Star Trek).

Ma, rivista oggi, l’astronave Orion fa sorridere. L’impostazione, in effetti, ricorda quella di Star Trek: il coraggioso capitano (anzi, maggiore) Cliff McLane, al comando dell’astronave Orion, come il suo omologo James T. Kirk percorre gli spazi interstellari vivendo avventure di ogni genere e salvando spesso e volentieri la Terra da gravissimi pericoli; il più grave di questi, senza ombra di dubbio, è rappresentato dai Frogs (‘rane’), una razza aliena (unica conosciuta, nella serie) che mostra grande ostilità nei confronti dei terrestri e non esita di fronte a nulla pur di invadere o, in alternativa, distruggere il nostro pianeta. Telenosi (ipnosi telepatica), lavaggio del cervello, lancio di planetoidi contro la Terra: le rane le provano tutte, e ogni volta sarebbe finita, per noi, se non ci fossero McLane e il suo indomito equipaggio a salvarci (aiuta anche il fatto che l’Orion è l’astronave più veloce della flotta terrestre). Altri pericoli derivano dall’uso eccessivo dei robot, sempre pronti a ribellarsi agli esseri umani, e dalle colonie terrestri più o meno ostili nei confronti del pianeta madre.

Allo spettatore bastano i primi minuti, dopo l’introduzione dell’indomito McLane (assegnato per indisciplina alle ‘pattuglie spaziali’ e non più ai ‘reparti spaziali’), per notare come gli effetti speciali lascino molto a desiderare, anche per l’epoca. L’Orion altro non è che un piatto agitato da fili davanti a qualche schermo nero o qualche sfondo di cartapesta pseudorocciosa, con una plancia fatta di sagome di legno, ferri da stiro, temperamatite, bicchieri di plastica e altri oggetti di uso comune; le armi laser sembrano dei cacciaviti dall’aria innocua… e così via. I numerosi ‘planetoidi’ di cui pullula la galassia hanno tutti l’atmosfera respirabile, la stessa gravità della Terra e persino la pioggia e un po’ di vegetazione (ma, in barba ad ogni logica, un cielo perennemente buio); mentre i terribili alieni sono solo delle figure avvolte da tutine sbrilluccicanti, e le astronavi nemiche si riducono a delle frecce bianche che si muovono a scatti. E pensare che Kubrick stava già lavorando a 2001!

I ritmi, visti con l’occhio odierno, stancano invece di appassionare, con dialoghi interminabili e poveri di contenuti, spesso ridotti a una serie di battibecchi che si ripetono a ogni episodio (soprattutto fra i superiori di McLane, in perenne disaccordo sulle misure da prendere per fronteggiare le varie crisi). Ogni operazione richiede un conto alla rovescia, da -10 se non da -20 (in quell’epoca di frequenti missioni spaziali la cosa doveva affascinare l’immaginario collettivo); decolli e atterraggi sono mostrati dall’inizio alla fine, con sequenze replicate, sempre uguali; non c’è azione, neanche il minimo indispensabile, e, nelle pochissime sequenze in cui ci si agita un po’, gli attori non riescono in modo convincente nemmeno a tirare un pugno o puntare un’arma. I buchi nelle sceneggiature non si contano, la regia è mediocre (i movimenti di macchina sembrano sconosciuti), le scenografie povere e ulteriormente penalizzate dalla mancanza del colore. Il technobabble raggiunge punte di comicità involontaria: tra le espressioni più memorabili, i robot che funzionano al contrario (aggrediscono gli uomini invece di obbedirgli) perché “i gruppi numerici possono essersi mescolati”, a cui segue il surreale commento del più stupido dei membri dell’equipaggio, che esclama “sono invertiti!” (magistrale doppio senso!). O anche “hanno i congegni sovraccarichi”. E che dire dei “campi di alterazione vaganti” che disturbano le comunicazioni radio (sempre istantanee, qualunque sia la distanza fra la Terra e l’astronave)? O delle “onde gravitazionali divergenti a rapida alternanza”, micidiale arma usata dalle rane contro i terrestri? O dei ‘planetoidi’ che vengono chiamati indifferentemente ‘stelle’ e persino ‘supernove’, anche all’interno dello stesso episodio? Dulcis in fundo, il sessismo di questa serie supera persino quello americano, all’epoca ancora molto evidente, e non solo in Star Trek: le due donne che fanno parte dell’equipaggio dell’Orion passano il tempo punzecchiandosi a vicenda per amore del comandante o enunciando qualcosa di ovvio, del tipo “se restiamo qui a lungo il calore ci ucciderà”. Una delle due, oltretutto, ha il compito di fare da ‘governante’ all’indisciplinato McLane, contestando ogni ordine del suddetto e facendo così apparire sé stessa come una perfetta idiota e lui come un genio incompreso; naturalmente alla fine i due si innamoreranno e vivranno felici e contenti, dopo l’ultima memorabile battuta della fanciulla: “nella vita privata non ti serve una governante?”. A ribadire la loro totale mancanza di personalità, le due donne neanche si distinguono fra loro, identiche nell’abbigliamento, nel trucco, nell’acconciatura (tutto in pieno stile anni ’60). Per fortuna una è bionda, l’altra bruna. E che dire della proposta di sostituire l’intero personale femminile (peraltro quasi esclusivamente composto da addette alle comunicazioni) con dei robot? O della sprezzante osservazione di McLane, quando, capitato su una colonia terrestre governata da sole donne (gli uomini vengono ritenuti – giustamente – troppo aggressivi per occuparsi di politica), se ne esce con un “questo circo di amazzoni” dopo avere più volte chiesto, incredulo, di parlare col vero capo del governo locale. Pare impossibile, ma negli stessi giorni, sulla inglese ABC, vanno in onda The Avengers (Agente Speciale in Italia), dove brilla fulgida la stella di Mrs Peel, prototipo di una lunga serie di autentiche eroine che arriva sino ai nostri giorni, alla Vedova Nera della Marvel. Del resto, l’intuito anglosassone nel capire da che parte tira il vento è ben altra cosa rispetto alle solide, ma in genere antiquate, tradizioni tedesche.

Eppure, nonostante tutto, malgrado le risate e anche il fastidio che può generare la visione di una serie così datata, bisogna pur sempre ricordare che cinquant’anni fa la fantascienza, specialmente quella televisiva, era solo agli inizi. E in Europa, come già ricordato, praticamente sconosciuta. Se ci si sforza di immergersi nel contesto degli anni ’60, l’astronave Orion diventa una serie almeno discreta, e si comincia a notare che gli episodi migliorano progressivamente mentre il sessismo si attenua, con le donne dell’equipaggio capaci di risolvere, da sole, situazioni difficili, e con McLane che finisce per apprezzare il circo di amazzoni; il ritmo si fa più serrato, le situazioni meno prevedibili, i conflitti più drammatici. Un po’ di suspense, negli ultimi due episodi, inizia a farsi vedere. E, anche se occasionali, non mancano spunti brillanti, spesso inaspettati: come la citazione delle ‘tre leggi della robotica’ nel terzo episodio (il cervello dei robot vi è ‘ancorato’), gli accenni alle guerre contro le colonie terrestri e alla repressione delle loro rivolte (tema molto di moda nella fantascienza attuale, basti pensare a Firefly o al recentissimo Killjoys), un equipaggio internazionale (nonostante l’aspetto assolutamente teutonico di tutti gli attori), l’uso dell’iperspazio sia pure ancora in forma rudimentale, e di armi laser (novità assoluta al di fuori degli USA). Anche il modo di ballare, tocco davvero originale nella generale povertà delle scenografie (si balla spesso e volentieri nel ritrovo frequentato dall’equipaggio prima e dopo ogni missione), è eccentrico persino per il 1966.

Gli attori, inoltre, si mostrano all’altezza (scene d’azione a parte), probabilmente consci della novità di quanto stavano realizzando (non a caso hanno spesso un’aria divertita e rilassata), primo fra tutti Dietmar Schönherr (Cliff McLane); al suo fianco Eva Pflug (Tamara Jagellovsk, la ‘governante’), Wolfgang Völz (l’addetto alle armi Mario de Monti), Claus Holm (il ‘macchinista’ Hasso Sigbjörnson), Friedrich Beckhaus (il navigatore Atan Shubashi), che più che un pilota giapponese sembra un bancario tedesco, Ursula Lillig (l’addetta alle comunicazioni Helga Legrelle), Benno Sterzenbach e Charlotte Kerr (i generali Wamsler e van Dyke, superiori di McLane), Friedrich Joloff (il colonnello Villa, superiore della ‘governante’). Tutti volti noti della TV tedesca, per quanto ignoti all’estero. Menzione particolare alla sigla del compositore Peter Thomas, il Morricone tedesco: accattivante e molto moderna per l’epoca, viene tuttora suonata in pubblico, anche sotto la direzione del suo autore.

Morale? La serie è godibile, a condizione di cancellare dalla memoria ogni altro telefilm di fantascienza visto dopo il 1966 e rivivere così le emozioni dell’epoca, ben sapendo che non torneranno più. Così come non tornò l’astronave Orion: un misto di problemi, dai costi elevati alla mancanza di una vera programmazione, alle striscianti accuse di militarismo rivolte alla serie (i militari vi appaiono come l’élite dominante), determinarono la chiusura del progetto. Eppure, come dimostrò poco tempo dopo la mitica UFO, si poteva osare ancora. Almeno, in Germania, l’astronave Orion è oggi un piccolo cult, col suo fandom e i suoi siti. L’Italia, invece, ancora aspetta e ancora aspetterà.

Raumpatrouille - Locandina

Tit. originale: Raumpatrouille – Die Phantastischen Abenteuer des Raumschiffes Orion

Anno: 1966

Nazionalità: Germania Ovest

Regia: Theo Mezger, Michael Braun

Autore: Michael Braun, Hans Gottschalk, Rolf Honold, Helmut Krapp, Mezger, Oliver Storz (scritto da)

Cast: Dietmar Schönherr (Cliff Allister McLane), Eva Pflug (Tamara Jagellovsk), Wolfgang Völz (Mario de Monti), Claus Holm (Hasso Sigbjörnson), Friedrich G. Beckhaus (Atan Shubashi), Ursula Lillig (Helga Legrelle), Benno Sterzenbach (Generale Wamsler), Friedrich Joloff Friedrich Joloff (Colonnello Oberst Villa), Charlotte Kerr (Generale Lydia van Dyke)

Fotografia: Kurt Hasse, W.P. Hassenstein

Montaggio: Anneliese Schönnenbeck , Hannes Nikel

Musiche: Peter Thomas

Rep. scenografico: Werner Achmann, Rolf Zehetbauer (art direction)

Costumi: Margit Bárdy, Vera Otto

Produzione: Bavaria Atelier, Bavaria Film, Norddeutscher Rundfunk (NDR), Office de Radiodiffusion Télévision Française (ORTF), Süddeutscher Rundfunk (SDR), Südwestfunk (SWF), Westdeutscher Rundfunk (WDR)