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Le Fontane del Paradiso

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Le Fontane del Paradiso (The Fountains of Paradise, 1979) di Arthur C. Clarke

NOTA INTRODUTTIVA

Dal Paradiso a Taprobane ci sono quaranta leghe. Là si può udire il suono delle Fontane del Paradiso.

(Fra’ Giovanni Marignolli, 1335 d.C.)

Lo scrittore di romanzi storici ha una particolare responsabilità nei confronti dei suoi lettori, specialmente se parla di epoche e posti poco familiari. Non dovrebbe distorcere fatti o avvenimenti, quando essi siano conosciuti. E quando li inventa, com’è spesso costretto a fare, ha il dovere di precisare la linea di demarcazione fra immaginazione e realtà.

Lo scrittore di fantascienza ha la stessa responsabilità elevata al quadrato. Spero che queste note serviranno ad assolvere i miei obblighi, e ad aumentare il divertimento dei lettori.

Taprobane e Ceylon

Il paese di Taprabane non ha riscontro esatto nella realtà, ma coincide al novanta per cento — per così dire — con l’isola di Ceylon, che oggi si chiama ufficialmente Sri Lanka.

Per ragioni narrative, d’altra parte, ho dovuto fare qualche piccola modifica alla stessa geografia di Ceylon. Ho spostato l’isola ottocento chilometri più a sud, in modo che si trovi sull’equatore, dove si trovava venti milioni di anni fa e dove potrebbe, un giorno, trovarsi di nuovo. Al momento sta fra i sei e i dieci gradi a nord dell’equatore.

Inoltre ho raddoppiato l’altezza della Montagna Sacra e l’ho portata più vicino a Yakkagala. Entrambi i posti esistono, molto simili a come li ho descritti.

Sri Pada, ovvero la Cima d’Adamo, è una stupefacente montagna a forma di cono, sacra ai buddisti, ai musulmani, agli indù e ai cristiani, sulla cui cima si trova un piccolo tempio. Nel tempio c’è una lastra di pietra con una depressione lunga due metri; comunque si crede che sia l’impronta del piede del Buddha.

Ogni anno, da molti secoli, migliaia di pellegrini compiono la salita fino alla cima alta 2240 metri. La salita non è più pericolosa, perché esistono due scalinate (che certo devono essere le più lunghe del mondo) che conducono fino alla cima. Una volta vi sono salito anch’io, e per parecchi giorni le mie gambe sono rimaste paralizzate. Ma ne valeva la pena, perché ho avuto la fortuna di vedere il magnifico, stupefacente spettacolo dell’ombra della montagna all’alba. Un cono perfettamente simmetrico visibile solo per i primi minuti dopo l’alba, che si estende quasi sino all’orizzonte al di sopra delle nubi molto più basse.

In seguito ho esplorato la montagna, con uno sforzo notevolmente inferiore, su un elicottero della Sri Lanka Air Force. E sono giunto abbastanza vicino al tempio per osservare le espressioni rassegnate sulle facce dei monaci, ormai abituati a queste intrusioni rumorose.

La fortezza di Yakkagala in realtà si chiama Sigiriya (o Sigiri, “La Montagna del Leone”). Una realtà talmente sorprendente che non ho avuto bisogno di cambiare niente. Le libertà che mi sono preso sono unicamente di ordine cronologico, perché il palazzo sulla cima della montagna (secondo la Cronaca di Ceylon, il “Culavamsa”) è stato costruito sotto il regno del re parricida Kasyapa I (478-495 d.C). Però è poco probabile che un’impresa di tali dimensioni sia stata portata a compimento in soli diciotto anni, da un usurpatore che poteva aspettarsi da un momento all’altro di essere sfidato, e la vera storia di Sigiriya potrebbe risalire a molti secoli prima.

Il carattere, le idee e l’effettivo destino di Kasyapa hanno scatenato molte ipotesi, tornate d’attualità negli ultimi anni in seguito alla pubblicazione di “The Story of Sigiri” (La storia di Sigiri, Colombo, 1972) del professor Senerat Paranavitana. Gli sono inoltre grato per il suo studio monumentale, in due volumi, delle iscrizioni sulla Parete a Specchio, “Sigiri Graffiti” (Oxford, 1956). Alcuni dei versi che cito sono veri; altri sono parzialmente inventati.

Gli affreschi che costituiscono là maggiore gloria di Sigiriya sono perfettamente riprodotti nel volume “Ceylon: Paintings from Temple, Shrine and Rock” (Ceylon: dipinti del tempio, del reliquiario e della montagna, New York, 1957). La quinta tavola mostra il dipinto più interessante, quello che, purtroppo, è stato distrutto negli anni Sessanta da ignoti vandali. La schiava, chiaramente, sta “ascoltando” la scatoletta misteriosa che stringe nella destra; l’oggetto non è ancora stato identificato, visto che gli archeologi locali si rifiutano di prendere sul serio la mia ipotesi che si tratti di un’antica radio a transistor.

La leggenda di Sigiriya è stata ultimamente trasferita sullo schermo da Dimitri de Grunwald, nel film “The God King” (Il Re-Dio), con Leigh Lawson.

L’elevatore spaziale

Quest’idea apparentemente pazzesca è stata proposta, per la prima volta, all’attenzione dell’Occidente in una lettera sul numero di “Science” dell‘11 febbraio 1966, “È possibile agganciare il cielo coi satelliti”, lettera firmata da John D. Isaacs, Hugh Bradner e George E. Backsus dello “Scripps Institute of Oceanography”, e da Allyn C. Vine del “Wood’s Hole Oceanographic Institute”. Per quanto possa sembrare bizzarro che siano degli oceanografi a cullare un’idea del genere, la cosa non è sorprendente quando si considera che solo loro (dai giorni gloriosi dei palloni di sbarramento) studiano il problema di cavi a lunga distanza sottoposti a un peso enorme (tra parentesi, il nome del dottor Allyn Vine è oggi immortalato in quello di un famoso sommergibile da ricerca, “Alvin”).

Solo più tardi si scoprì che l’idea era già stata avanzata, sei anni prima e su scala molto più ambiziosa, da un ingegnere di Leningrado, Y. N. Artsutanov. Artsutanov progettò una “funicolare celeste”, per usare il suo nome suggestivo, capace di trasportare all’orbita sincrona nientemeno che 12.000 tonnellate al giorno. È sorprendente che un’idea così audace non abbia ricevuto l’accoglienza che merita. Personalmente l’ho vista menzionata una volta sola, nel bel volume d’illustrazione di Alexei Leonov e Sokolov ” Le stelle ci attendono” (Mosca, 1967). Una tavola a colori mostra l‘“elevatore spaziale” in funzione; la didascalia dice: ” …Il satellite, per così dire, resterà immobile in u ncerto punto del cielo. Se abbassiamo un cavo dal satellite alla Terra, avremo pronta la strada. Dopo di che si potrà costruire un elevatore Terra-Sputnik-Terra che potrà ospitare sia materiali che passeggeri, e funzionerà senza la propulsione a razzo”.

Il generale Leonov mi ha regalato una copia di quel volume alla Conferenza di Vienna del 1968 per gli Usi Pacifici dello Spazio. Ma l’idea non mi ha colpito; a prescindere dal fatto che l’elevatore spaziale parte esattamente da Sri Lanka! Probabilmente ho ritenuto che il cosmonauta Leonov, noto umorista e magnifico diplomatico, stesse solo scherzando.

Indubbiamente l’elevatore spaziale è un’idea di cui oggi si avverte la necessità. Com’è dimostrato dal fatto che nel giro di un decennio da quella famosa lettera pubblicata nel 1966 è stato reinventato almeno tre volte. Un progetto molto dettagliato, con parecchie idee nuove, è quello di Jerome Pearson della Wright-Peterson Air Force Base, pubblicato da “Acta Astronautica” nel numero di settembre-ottobre 1975 (La Torre Orbitale: una base di lancio per astronavi che utilizza l’energia di rotazione della Terra). Il dottor Pearson è rimasto stupefatto all’idea che fossero già stati fatti studi sull’argomento, non registrati dal suo computer; li ha scoperti leggendo la mia relazione alla “House of Representatives Space Committee” del luglio 1975.

Sei anni prima, A. R. Collar e J. W. Flower erano giunti praticamente alla stessa conclusione, in uno studio pubblicato dalla “Rivista della Società Interplanetaria Britannica”. Stavano esaminando la possibilità di collocare un satellite di comunicazione molto al di sotto dell’altezza naturale di 36.000 chilometri, e non hanno discusso l’idea di abbassare il cavo sino alla superficie della Terra, ma si tratta solo di un’ovvia implicazione del loro progetto.

E ora un piccolo aneddoto personale. Nel 1963, in un saggio pubblicato da “Astronautics”, scrivevo: “Come possibilità a scadenza molto più remota, va notato che esistono diverse possibilità teoriche di costruire un satellite a bassa altitudine, con una rotazione di ventiquattro ore; ma sono necessari sviluppi tecnici che difficilmente si verificheranno in questo secolo. I teorici potranno sbizzarrirsi a calcolarne le possibilità”.

La prima di queste “possibilità a scadenza remota”, ovviamente, era il satellite immobile di cui parlavano Collar e Flower. I miei calcoli approssimativi, basati sulla resistenza dei materiali esistenti, mi rendevano così scettico nei confronti dell’idea che non mi preoccupai di esporla nei particolari. Se fossi stato un po’ meno conservatore, o se avessi avuto a disposizione un po’ più di carta per fare i calcoli, forse sarei arrivato per primo, ovviamente a prescindere da Artsutanov.

Dal momento che questo libro è (o almeno lo spero) un romanzo, e non un manuale tecnico, rimando le persone interessate ai dettagli tecnici ai sempre più frequenti articoli sull’argomento. Tra gli ultimi: “Come usare la Torre Orbitale per lanciare in orbita ogni giorno capsule che sfuggano alla gravitazione terrestre”, di Jerome Pearson (Atti del ventisettesimo convegno internazionale della confederazione astronautica, ottobre 1976), e un notevole articolo di Hans Moravec: “Una stazione orbitale non sincrona” (Atti della riunione annuale della Società Astronautica Americana, 18/20 ottobre 1977).

I Laboratori COMSAT e la “Outer Space Affairs Division” delle Nazioni Unite mi hanno fornito molte informazioni utili sulle regioni stabili dell’orbita sincrona. E mi hanno fatto notare che le forze naturali (in particolare gli effetti prodotti dalla Luna e dal Sole) scatenerebbero oscillazioni di vasta ampiezza, soprattutto in direzione sud-nord. Per cui, “Taprobane” forse non è il luogo ideale che ho descritto nel libro; comunque potrebbe sempre essere meglio di ogni altra località.

È inoltre discutibile l’importanza di un punto così elevato. E se dovesse risultare che la Torre può partire senza il minimo pericolo da una zona a livello del mare, allora può darsi che l’isola di Gan, del gruppo delle Maldive (recentemente evacuata dalla Royal Air Force), possa essere l’angolo di terreno più prezioso del ventiduesimo secolo.

Per chiudere, mi pare una coincidenza molto bizzarra, e addirittura paurosa, che, molti anni prima d’immaginare il soggetto di questo romanzo, io abbia inconsciamente “gravitato” verso quest’isola. Perché la casa che ho comperato dieci anni fa sulla mia spiaggia preferita di Sri Lanka si trova “esattamente” sul punto massimo di stabilità geosincronica.

Per cui, quando andrò in pensione, spero di vedere i relitti della Prima Era Spaziale orbitare nel Mar dei Sargassi sopra di me.

(A. C. Clarke, Sri Lanka, 1978)

E ora, una di quelle straordinarie coincidenze che ho imparato a dare per scontate…

Mentre correggevo le bozze di questo romanzo, ho ricevuto dal dottor Jerome Pearson una copia del Memorandum NASA TM-75174: “Una collana ‘spaziale’ attorno alla Terra” di G. Polyakov. È la traduzione di “Kosmicheskoye Ozherel ‘ye’ Zemli”, un articolo pubblicato da “Teknika Molodezhi”, 1977.

In questo saggio breve ma stimolante, il dottor Polyakov descrive nei minimi dettagli tecnici l’ultimo sogno di Morgan, un anello teso attorno al globo. Polyakov lo ritiene un’ovvia estensione dell’elevatore spaziale, di cui discute la costruzione e la manutenzione in un modo praticamente identico al mio.

Rendo i miei omaggi al “tovarich” Polyakov e comincio a chiedermi se, ancora una volta, non sono stato troppo cauto. Forse sarà il ventunesimo secolo a costruire la Torre Orbitale, non il ventiduesimo.

I nostri pronipoti sapranno forse dimostrare che, a volte, il gigantesco è bello.

PARTE PRIMA

IL PALAZZO

1

Kalidas La corona diventava ogni anno più pesante. La prima volta che il Venerabile Bodhidharma Mahanayake Thero gliel’aveva deposta sul capo con tanta riluttanza, il Principe Kalidas era rimasto sorpreso al sentirla così leggera. Ora, vent’anni dopo, Re Kalidas era ben lieto di togliersi quella fascia d’oro tempestata di gioielli ogni volta che l’etichetta di corte lo permetteva. E lì, sulla cima della fortezza battuta dai venti, c’era ben poca etichetta. Erano rari i convogli di postulanti che si spingevano a quell’altezza terribile per chiedere udienza.

Molti di coloro che compivano il viaggio fino a Yakkagala si fermavano davanti all’ultima salita, non osavano passare tra le fauci del leone acquattato, che sembrava sempre sul punto di spiccare il balzo dalla parete della montagna. A un re vecchio sarebbe stato impossibile sedere su quel trono che toccava i cieli. Un giorno, forse, Kalidas sarebbe diventato troppo debole per riuscire a raggiungere il suo palazzo. Ma dubitava che quel giorno sarebbe mai venuto: i suoi molti nemici gli avrebbero risparmiato le umiliazioni della vecchiaia. Adesso quei nemici si stavano avvicinando. Lanciò un’occhiata verso nord, quasi riuscisse già a vedere l’esercito del suo fratellastro che tornava a reclamare il trono insanguinato di Taprobane.

Ma la minaccia era ancora lontana, oltre i mari battuti dai monsoni; e se anche Kalidas riponeva più fiducia nelle sue spie che nei suoi astrologi, era confortante sapere che su quel punto le loro opinioni coincidevano. Malgara aveva atteso quasi vent’anni. Aveva preparato i suoi piani e raccolto l’aiuto di re stranieri. Molto più vicino c’era un nemico ancora più paziente e sottile, che lo osservava in continuazione dall’arco di cielo a sud. Quel giorno il cono perfetto di Sri Kanda, la Montagna Sacra che dominava la pianura centrale, sembrava vicinissimo. Sin dall’inizio della storia, aveva ispirato un timore reverenziale a tutti coloro che lo vedevano. E

Kalidas era sempre cosciente della sua presenza minacciosa, del potere che simboleggiava.

Eppure il Mahanayake Thero non possedeva eserciti, non possedeva elefanti da guerra che si lanciavano in battaglia barrendo, con le zanne protese in avanti. L’Alto Sacerdote era solo un vecchio vestito d’una tunica arancione. Le sue sole ricchezze materiali erano una ciotola per l’elemosina e una foglia di palma per proteggersi dal sole. Mentre i monaci e i prelati di rango inferiore intonavano le scritture attorno a lui, lui sedeva in silenzio, a gambe incrociate, e in chissà quale modo mutava i destini dei re. Era molto strano…

Quel giorno l’aria era così tersa che Kalidas riusciva a vedere il tempio, rimpicciolito dalla distanza alle dimensioni di una punta di freccia sottile, bianca, sulla cima di Sri Kanda. Non sembrava opera dell’uomo. E al re ricordava le montagne ancora più alte che aveva visto da giovane, quando era stato per metà ospite e per metà ostaggio alla corte di Mahinda il Grande. Tutti i giganti che stavano a guardia dell’impero di Mahinda possedevano cime simili, composte di una sostanza cristallina, abbagliante, per cui non esisteva un nome nella lingua di Taprobane. Gli indù credevano che si trattasse di una specie d’acqua cristallizzata per magia, ma Kalidas aveva riso di quelle superstizioni.

Quello splendore latteo distava solo tre giorni di marcia: uno lungo la strada reale, tra foreste e risaie; altri due lungo la tortuosa scalinata che lui non avrebbe mai più risalito, perché al suo termine si troava l’unico nemico che temeva, e che non poteva conquistare. A volte invidiava i pellegrini, quando vedeva le loro torce tracciare una sottile linea di fuoco sulla parete della montagna. Al più umile dei mendicanti era concesso salutare quell’alba sacra e ricevere la benedizione degli dèi; al signore di quell’intera terra era proibito.

Ma lui aveva altre consolazioni, anche se destinate a durare poco. Lì, protetti da fossati e bastioni, c’erano gli specchi d’acqua e le fontane e i Giardini del Piacere in cui aveva profuso le ricchezze del suo regno. E

quando si stancava di tutto quello, c’erano le signore della montagna: quelle in carne e ossa, della cui compagnia godeva sempre meno spesso; e le duecento immortali, immutabili, con cui sovente divideva i suoi pensieri, perché non poteva fidarsi di nessun altro.

A occidente risuonò il tuono. Kalidas distolse gli occhi dalla minaccia incombente della montagna, si volse verso quella lontana speranza di pioggia. I monsoni erano in ritardo. I laghi artificiali che alimentavano il complesso sistema d’irrigazione dell’isola erano quasi asciutti. A quell’epoca, avrebbe già dovuto vedere l’acqua scintillare nel più grande dei laghi, quello che, come sapeva benissimo, i suoi sudditi osavano ancora chiamare col nome di suo padre: Paravana Samudra, il Mare di Paravana. Era stato completato solo trent’anni prima, dopo generazioni e generazioni di lavoro.

Allora, in giorni più felici, il giovane Principe Kalidas teneva fieramente il fianco del padre, e le grandi paratoie si erano aperte e l’acqua che dà la vita si era rovesciata sulla terra assetata. Nel regno intero non esisteva spettacolo più meraviglioso del dolce incresparsi di quel lago immenso, costruito dall’uomo, che rifletteva le cupole e le spirali di Ranapur, la Città d’Oro, l’antica capitale che lui aveva abbandonato per inseguire il suo sogno. Il tuono rombò di nuovo, ma Kalidas sapeva che la sua promessa era falsa. Anche lì, sulla cima della Montagna del Maligno, l’aria era immota, stagnante.

Non c’era traccia delle raffiche improvvise, imprevedibili, che annunciavano l’arrivo del monsone. Prima che giungessero le piògge, forse alle sue preoccupazioni si sarebbe aggiunta anche la carestia. — Vostra Maestà — disse la voce paziente dell’Adigar di corte — i messi stanno per ripartire. Vorrebbero rendervi omaggio. Ah, sì, quei due pallidi ambasciatori giunti dall’altra parte dell’oceano occidentale! Gli dispiaceva vederli partire, perché, nel loro abominevole taprobani, gli avevano portato notizie di molte meraviglie. Anche se nessuna di queste, lo ammettevano loro per primi, poteva competere con quella fortezza-palazzo in cielo. Kalidas voltò la schiena alla montagna coronata di bianco, alla terra secca e bruciata, e prese a scendere gli scalini di granito che portavano alla sala delle udienze.

Dietro di lui, il ciambellano e i suoi aiutanti portavano doni d’avorio e di pietre preziose per gli uomini alti, fieri, che attendevano di salutarlo. Presto i doni di Taprobane avrebbero solcato il mare, sarebbero giunti a una città di molti secoli più giovane di Ranapur; e forse, per un po’, avrebbero distolto dai suoi pensieri l’Imperatore Adriano. Il Mahanayake Thero s’incamminò lentamente verso il parapetto nord. La sua tonaca arancione spiccava, vivacissima, contro l’intonaco bianco delle pareti del tempio.

Molto più in basso si stendeva la scacchiera delle risaie che correvano da un orizzonte all’altro, le forme scure dei canali d’irrigazione, lo splendore blu del Paravana Samudra; e, oltre quel mare interno, le sacre cupole di Ranapur si ergevano in cielo come spettri, smisurate fino all’incredibile quando ci si rendeva conto della loro distanza. Aveva osservato quel panorama sempre diverso per trent’anni, ma sapeva che non sarebbe mai riuscito ad afferrare ogni dettaglio della sua sfuggente complessità. Colori e linee di confine mutavano ad ognf stagione, anzi, al passare di ogni nube. “E quando anch’io sarò passato” pensò il Bodhidharma

“vedrò qualcosa di nuovo”.

C’era un solo elemento fuori posto in quel paesaggio dalle linee squisite.

Per quanto minuscola apparisse da quell’altitudine, la massa grigia della Montagna del Maligno sembrava precipitata da un altro mondo. E infatti la leggenda raccontava che Yakkagala era un frammento di una montagna dell’Himalaya, ricca di erbe medicinali, caduta dalle mani del dio scimmia Hanuman che correva in soccorso dei suoi compagni feriti, al termine delle battaglie del “Ramayana”.

Da quella distanza, ovviamente, era impossibile scorgere il minimo particolare della follia di Kalidas, tranne una linea sottile che indicava i bastioni esterni dei Giardini del Piacere. Eppure, bastava sperimentare una volta sola l’impatto della Montagna del Maligno, ed era impossibile dimenticarla. Con gli occhi dell’immaginazione, come se davvero si trovasse lì, il Mahanayake Thero vedeva le immense fauci del leone che sporgevano oltre l’orlo a strapiombo del dirupo; e più in alto incombevano i bastioni su cui (non era difficile crederlo) passeggiava ancora il…

Le Fontane del Paradiso (The Fountains Of Paradis) - Copertina

Tit. originale: The Fountains Of Paradise

Anno: 1979

Autore: Arthur C. Clarke

Edizione: Modadori (anno 213), collana “Urania Collezione” n. 123, versione eBook

Traduzione: Vittorio Curtoni

ISBN-13: 885203675X

Dalla copertina:
Un gigante della fantascienza’ è definito Arthur C. Clarke, il profeta dell’Odissea 2001, nell’autorevole e severo Who’s Who in Science Fiction di Brian Ash.” Così scrivevano, nel 1979, gli allora vati della sf in Italia, Carlo Fruttero e Franco Lucentini, presentando la prima edizione di questo celebre romanzo. E poco importa se il critico citato non era, in realtà, né severo né tantomeno autorevole. Prendiamolo come un gesto munifico dei Nostri verso tutto quanto è british, per un impeto d’entusiasmo nato dalla lettura delle Fontane del Paradiso. Che non è solo un libro ricercatissimo, e qui proposto per la prima volta dopo trentaquattro anni, ma è la realistica, insuperata storia del prometeico elevatore spaziale.