Mappa di Oronce Fine
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L’enigma delle mappe

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Le carte geografiche cinquecentesche spesso si basavano su sistemi di rappresentazione simbolici, potevano collocare il nord in basso e il sud in alto, o Gerusalemme al centro del mondo, o enfatizzare la grandezza di una nazione a spese di altre meno importanti. In moltissimi casi, non derivavano da osservazioni dirette ma da altre mappe più o meno congeniali alle pretese di stati come Spagna e Portogallo, che si contendevano il dominio sulle terre di recente scoperta.

Fino al 1507, inoltre, si riteneva che le terre toccate prima da Colombo e poi da Vespucci facessero parte dell’Asia, non di un nuovo continente, e per questo motivo certe mappe le univano all’Estremo Oriente, spesso con l’ulteriore aggiunta di “terre incognite” a sud, e luoghi mitici come il “Regno del Prete Gianni”, l’isola di Brazil, il Paradiso Terrestre, la Torre di Babele o l’Isola di San Brandano…

Non si dovrebbe dunque prendere per testimonianze geografiche assolutamente esatte e attendibili le antiche mappe di navigazione, redatte prima della scoperta di accurati metodi di rappresentazione cartografica e calcolo della Longitudine.

Eppure, cercando in Internet la voce “Piri Reis map”, troverete una quantità di siti – più o meno dedicati ai “misteri” – in cui si afferma che questa carta, datata “anno islamico 919” (il nostro 1513), conterrebbe una rappresentazione precisa delle coste dell’Antartide, all’epoca ancora sconosciuta. Lo stesso dicasi per altre famose mappe: quelle di Orontius Finaeus del 1531 e di Philippe Buache del 1739.

Secondo CHARLES HAPGOOD, autore di Mappe degli antichi re del mare – Le prove di una civiltà avanzata nell’era glaciale, tutti questi documenti riprodurrebbero l’Antartide prima della glaciazione. Del medesimo parere sono ERICH VON DÄNIKEN in Chariots of Gods e FLAVIO BARBIERO in Una civiltà sotto ghiaccio. Chi però in anni recenti ha diffuso maggiormente queste teorie è GRAHAM HANCOCK nel suo best seller fanta-archeologico Impronte degli Dei.

Secondo molti appassionati di misteri, le mappe vennero redatte sulla base di raffigurazioni antichissime, forse risalenti alla mitica Atlantide, o di vedute dall’alto ammissibili solo a bordo di aerei o astronavi extraterrestri, o vennero addirittura riprodotte da fotografie.

Sia Hapgood che Hancock sostengono che la raffigurazione del continente antartico in queste mappe sarebbe precisissima e, indicando fiumi, laghi e montagne, farebbe supporre che la rilevazione cartografica originaria risalisse a 15.000 anni fa; ipotizzano inoltre che tale rilevazione implicherebbe l’utilizzo di un satellite sospeso ad altissima quota sopra… l’Egitto. Il solito Egitto dei misteri!

La spiegazione, naturalmente, è molto più semplice.

LA MAPPA DI PIRI REIS

La carta dell’ammiraglio turco PIRI RE’IS (Hadji Muhiddin Piri Ibn Hadji Mehmed), scoperta nel 1929 quando il vecchio Palazzo Imperiale di Istanbul venne trasformato in museo, è solo una parte della mappa originale, che raffigurava l’intero mondo allora conosciuto (è datata, come accennato, 1513). In questa porzione superstite si vedono l’oceano Atlantico, le coste occidentali dell’Europa e dell’Africa e quelle orientali dell’America.

Secondo quanto dichiarato dal suo stesso autore, fu redatta a partire da “venti carte più antiche e otto mappamondi”. È molto probabile che Reis si sia servito anche dei resoconti degli esploratori del Nuovo Mondo, soprattutto Portoghesi, perché costoro vengono continuamente citati nelle note presenti sulla mappa.

Le note sono state trascritte per la prima volta dallo studioso turco BAY HASAN FEHMI, pubblicate da YUSUF AKÇURA nel saggio Piri Reis Haritasi (1935) e successivamente dalla studiosa turca AYŞE AFETINAN in The oldest map of America (1954).

È da notare che, pur essendo, questa e altre mappe, costellate di testi e di didascalie chiare e leggibilissime, gli “studiosi” che le usano come prove per le tesi fanta-archeologiche citano solo pochissime frasi.

Nella carta di Piri Reis, l’unica area abbastanza particolareggiata dell’America del Sud è la costa dell’attuale Brasile, anche se, sovrapponendo le due linee costiere, quella reale e quella raffigurata, ci si rende conto che la corrispondenza è solo apparente. Altre zone, che pure già erano state esplorate, appaiono invece disegnate in modo molto grossolano e con evidenti errori di proporzioni e orientamento. Laddove dovrebbero esserci i Caraibi, per esempio, viene riportata una grande isola disposta lungo l’asse nord-sud, che è difficilmente identificabile con Cuba anche ruotando la mappa.

In realtà, anche senza essere esperti cartografi, basta osservare con attenzione quella parte per accorgersi che vi è rappresentata semplicemente la costa orientale dell’Asia come veniva immaginata e disegnata nelle carte del XV secolo probabilmente utilizzate da CRISTOFORO COLOMBO. La grande isola è identificabile con il Giappone (Cipango) così come è raffigurato nel mappamondo di MARTIN BEHAIM del 1492.

In quell’epoca, infatti, si riteneva che la Terra fosse molto più piccola di come realmente è: l’Asia veniva collocata al di là dell’Oceano Atlantico, non molto lontana dalle isole Azzorre e dalla leggendaria isola di San Brandano, che compare anche nella mappa di Reis pur non essendo mai esistita se non nei racconti sulle vite dei santi. L’America del Sud era già stata esplorata, prima da AMERIGO VESPUCCI e poi da BINOT PAULMIER DE GONNEVILLE, ma, anche dopo i viaggi di Vespucci, che per primo si rese conto di trovarsi in un nuovo continente e non in Asia, verrà denominata “America” solo quella del Sud. Per diversi anni si continuò infatti a ritenere che le nuove terre scoperte a nord dei Caraibi facessero parte dell’Asia, e che il Giappone si trovasse poco a ovest di Cuba, come possiamo osservare nei mappamondi del primo Cinquecento, ad esempio quelli di GIOVANNI MATTEO CONTARINI e FRANCESCO ROSSELLI.

Il particolare che entusiasma gli appassionati del mistero è però l’estremità inferiore della carta, da loro identificata con l’Antartide. Molti affermano che sia possibile riconoscervi la Terra della Regina Maud e altri territori di quel continente che non sarebbero stati esplorati se non secoli più tardi.

Purtroppo costoro – Hancock compreso – sostengono l’ipotesi senza nessuna verifica o confronto cartografico, solamente prendendo per buone le affermazioni di Charles Hapgood. Nessuno di loro, per esempio, spiega come mai, in una carta che ritengono essere tanto precisa, questa strana Antartide risulta attaccata al Brasile (in luogo dei 2000 chilometri di costa che vanno dal Brasile alla Terra del Fuoco, ossia tutta l’Argentina), anziché trovarsi più di 4000 chilometri a sud.

È evidente che ciò che compare sulla carta è appunto la semplice costa sudamericana.

La raffigurazione è deformata, piegata a destra, molto probabilmente per adattarsi alla particolare forma della pergamena. Occorre del resto ricordare che le carte geografiche in quell’epoca servivano anche come strumenti politici: disegnare una terra da una parte o dall’altra del meridiano chiamato “la Raya”, che faceva da confine tra le aree di influenza rispettivamente di Spagna e Portogallo, poteva servire ad accampare pretese di possesso da parte dell’una o dell’altra potenza marinara. Piri Reis, nelle note, cita continuamente le mappe dei Portoghesi, ai quali avrebbe fatto comodo che la costa dell’America del sud sotto il Brasile curvasse decisamente a est, verso l’Africa, in modo da rientrare nell’area assegnata al Portogallo dal Trattato di Tordesillas del 1494.

Per identificare i luoghi descritti nella parte sud della mappa di Piri Reis, possiamo ruotare di 90 gradi in senso antiorario una carta del Sudamerica.

Teniamo presente comunque che, mancando precisi strumenti di misurazione, il disegno di queste coste appena scoperte avveniva sulla base dei primi resoconti di viaggio, che parlavano di promontori, isole, estuari di fiumi, golfi… informazioni e riferimenti geografici non ancora correttamente misurati e messi in scala.

Si riconoscono comunque nella carta di Piri Reis, pur deformati, alcuni particolari come il golfo San Matias e la penisola di Valdes, e la parte finale potrebbe essere la Terra del Fuoco. Volendo azzardare, si potrebbe perfino identificare l’imboccatura dello Stretto di Magellano, con il caratteristico piccolo golfo.

L’estremità inferiore a destra reca il disegno di un serpente, e nella nota di Piri Reis si legge: “Questa terra è disabitata. Tutto è rovina e si dice che siano stati trovati grossi serpenti. Per questa ragione gli infedeli portoghesi non sono sbarcati in queste terre che si dice siano molto calde”. Certamente una descrizione del genere non ha niente a che fare con l’Antartide.

Sempre in basso, compare un arcipelago con un’isola più grande delle altre, chiamata “il de Sare”. La didascalia recita: “Queste isole sono deserte ma la primavera qui dura a lungo”. Potrebbe trattarsi di una primitiva rappresentazione delle isole Falkland o Malvinas (la più grande delle quali si chiama Soledad); ciò può sembrare strano, perché il piccolo arcipelago venne “ufficialmente” scoperto nel 1592. Ma un gruppo di isole nella stessa posizione è visibile anche nella carta del Circolo Antartico di PEDRO REINEL, del 1522. Anche questa si trova a Istanbul, nella Biblioteca del Museo Topkapi.

Isole al largo del 50° parallelo sono peraltro già presenti nella carta di MARTIN WALDSEEMÜLLER del 1507 (il primo documento in cui compare la parola “America”), derivata dalle esplorazioni di Vespucci e dai suoi resoconti.

Nulla di “misterioso” dunque.

LA CARTA DI ORONTIUS FINAEUS

Dopo l’ultimo viaggio di Vespucci le spedizioni alla ricerca di un passaggio verso l’Asia si moltiplicarono, sempre con risultati negativi fino al 1520, anno in cui FERDINANDO MAGELLANO (Fernão de Magalhães) riuscì, con grandi difficoltà, ad attraversare lo stretto che da lui prese poi il nome.

Il territorio più a sud veniva all’epoca ritenuto l’estremità settentrionale di quel grande continente che, secondo la tradizione tolemaica, doveva trovarsi attorno al polo australe per equilibrare la quantità di terre emerse nell’emisfero nord. “Terra Australis Incognita” è la dicitura che si legge in molte carte e planisferi di quel periodo.

Una di queste mappe, anch’essa annoverata tra le presunte prove che l’Antartide fosse già conosciuta e cartografata secoli prima della sua effettiva esplorazione, è quella pubblicata nel 1531 da ORONCE FINE (chiamato Oronzio Fineo in italiano e Orontius Finaeus in latino), un importante matematico che disegnò carte geografiche basate su studi geometrici dei diversi tipi di proiezione sferica o cordiforme.

Pure in questo caso – anzi, soprattutto in questo caso – dovrebbe apparire molto evidente che questo continente, separato dall’America del Sud dallo stretto di Magellano, non è l’Antartide ma la rappresentazione della terra mitica, composta unendo le scarse informazioni reperibili sulle terre da poco raggiunte all’estremo sud del mondo conosciuto.

La Terra Australis Incognita doveva esistere già secondo i filosofi greci, a partire da Pitagora. Essi avevano già immaginato che la Terra fosse sferica, ne avevano anche calcolato con buona approssimazione il diametro (Eratostene nel III secolo a.C.) e avevano postulato che, essendoci terre emerse a nord, altrettante dovessero essercene a sud, altrimenti il mondo sarebbe risultato sbilanciato.

Dalle prime esplorazioni seguite alla scoperta dell’America, i navigatori portarono notizie su nuove terre a sud, e questo rafforzò l’idea che il continente mitico esistesse davvero, ragion per cui venne rappresentato in molte mappe cinquecentesche.

Sul mito della Terra Australis sono stati scritti moltissimi libri; in tutti gli studi sulla storia della cartografia sono pubblicate le carte geografiche che raffigurano questo fantastico continente, che tuttavia, si ribadisce, non è “l’Antartide privo dei ghiacci” ma una terra immaginaria, un mito non diverso da quello del Paradiso Terrestre (anche questo compare spesso nelle carte medioevali) o del Regno del Prete Gianni (che nelle carte viene di solito localizzato nell’Africa Orientale) o dell’El Dorado.

Oltretutto, come già ricordato, la vera Antartide non si trova a “diretto” contatto con l’America del Sud: a separarle non è lo stretto di Magellano ma i circa 650 chilometri del Canale di Drake.

Il mappamondo di Finaeus è quindi una carta approssimativa, idealizzata, dove le terre solo intraviste o lambite dai navigatori vengono unite tra di loro fino a formare un grande continente australe.

Una di queste è sicuramente la Terra del Fuoco; ma ve n’è un’altra che cominciava a essere visitata dai navigatori europei, soprattutto dai Portoghesi…

Si tratta naturalmente dell’Australia, ubicata proprio a sud est delle isole di Giava e Timor, riconoscibili nella carta di Finaeus.

Il grande golfo evidenziato nella Terra Australis può quindi essere una primitiva rappresentazione del Golfo di Bonaparte – caratterizzato dalla piccola baia di Darwin – oppure di quello più grande di Carpentaria.

La costa nord dell’Australia, e in particolare la regione chiamata “Regio Patalis” è riconoscibile anche in molte carte della metà del Cinquecento, e certamente era stata raggiunta dai Portoghesi ben prima del noto viaggio dell’olandese ABEL JANSZOON TASMAN nel 1642 o della scoperta “ufficiale” da parte del capitano JAMES COOK.

Su questo argomento sono stati pubblicati di recente diversi studi; tra i più conosciuti vi sono quelli di ROGER HERVÉ (Découverte fortuite de l’Australie et de la Nouvelle-Zélande par des navigateurs portugais et espagnols entre 1521 et 1528, Comité des travaux historiques et scientifiques, Paris, Bibliothèque Nationale, 1982) e di KENNETH GORDON MCINTYRE (The Secret Discovery of Australia: Portuguese Ventures 250 Years before Capt. Cook, Sydney, Pan, 1977).

A quei tempi, i viaggi e le esplorazioni non venivano intrapresi per desiderio di conoscere ma per aprire nuove rotte e trovare terre sfruttabili, spezie, metalli preziosi. Quella “Terra Australis Recenter inventa sed nondum plene cognita” (come scritto nella mappa di Oronce Fine, ovvero “Terra Australe scoperta di recente ma non completamente esplorata”) rimase per molto tempo inviolata perché non offriva all’apparenza “altro che coste aride, abitate da pochi selvaggi in condizioni così arretrate che non era possibile intendersi con loro neppur vagamente” (da Storia delle Esplorazioni, di Ugo Dettore, De Agostini).

LA CARTA DI PHILIPPE BUACHE

A sostegno delle sue tesi, Hancock prende in esame anche una terza mappa, quella di PHILIPPE BUACHE, pubblicata sicuramente dopo il 1739 (Hancock invece riporta il 1737).

In effetti la carta pare assai strana: il Polo Sud si trova al centro di un Mar Glaciale ed è circondato da due grandissime isole che formano un immenso continente australe. In questo caso però la somiglianza con l’Antartide è scarsissima.

Ancora una volta la verità è molto più semplice e rivela il modo di operare di questi autori di best-sellers fanta-archeologici. Come nel caso della mappa di Piri Reis, Hancock (e Hapgood prima di lui) non si è minimamente curato della pur evidente quantità di testo, descrizioni, didascalie, note, presenti nel documento, le quali, se lette, spiegano chiaramente che cosa voleva rappresentare il cartografo.

Inoltre tiene nascosta al lettore un’informazione molto importante: il fatto che di questa carta esistono due versioni. La prima contiene solo le indicazioni reali sulle nuove terre recentemente scoperte all’estremo sud del mondo: l’Australia, la Tasmania, la Nuova Zelanda, l’isola di Bouvet con il Capo della Circoncisione, un’altra terra a sud della Terra del Fuoco (forse una delle isole Shetland); nella seconda, invece, l’autore ha disegnato un continente immaginario – e ha scritto chiaramente conjecturée (ovvero congetturale, ipotetico) – unendo tra loro quelle poche parti di costa effettivamente esplorate o avvistate fino a quel periodo (disegnate in rosso), arrivando a creare così l’ultima erede della mitica Terra Australis Incognita.

In particolare, Buache, nel tracciare la forma della Terra Australis, si è ispirato al Mappamondo di CORNELIUS DE JODE del 1593 e a quelli di ABRAHAM ORTELIUS, mentre alcune denominazioni (ad esempio la Terre Des Perroquets) derivano dal mappamondo di GERARD MERCATOR del 1541, che a sua volta, per nominare quelle terre sconosciute, citava i racconti di Marco Polo.

La carta, nelle sue due versioni, è doviziosa di informazioni, tutte relative a viaggi compiuti all’estremo sud. In particolare viene citato il capitano BOUVET (Jean Baptiste Charles Bouvet de Lozier), che scoprì il 1° gennaio del 1739 un nuovo territorio a sud del Capo di Buona Speranza (Capo della Circoncisione) e lo descrisse parlando di una grande montagna di ghiaccio, aspra e inaccessibile. Ma anche lui, come già Magellano con la Terra del Fuoco, non si rese conto che si trattava di un’isola, pensò che fosse una parte settentrionale del mitico continente australe.

Nelle carte di Buache il viaggio di Bouvet è segnato in modo preciso, con le date e la rotta seguita. Inoltre sono descritti gli iceberg spesso incontrati in queste traversate, per cui era facile presumere che più a sud il mare fosse ghiacciato, come puntualmente congetturato nella mappa.

A PROPOSITO DI CHARLES HAPGOOD

Tutte le leggende sulle “mappe misteriose” di Piri Reis, Finaeus, Buache hanno preso origine dal libro Maps of the ancient sea kings, pubblicato nel 1966 da Charles Hapgood. L’autore, nella prefazione, dichiarava di essersi però ispirato alle idee del capitano ARLINGTON MALLERY che scrisse nel 1951 Lost America: The Story of Iron-Age Civilization Prior to Columbus.

Entrare nei dettagli dell’opera di Hapgood è superfluo, basti dire che, per poter dare il senso voluto a mappe come quella di Piri Reis – nella quale, come è stato ricordato, in caso di identificazione con l’Antartide sparirebbero lunghissimi tratti di costa e mancherebbe l’enorme spazio di mare tra la Terra del Fuoco e la Penisola di Palmer -, ne vengono ruotate alcune parti in un senso, altre nel senso inverso, cambiando scale, misure, distanze, inserendo “omission of coastline”, ignorando tutte le annotazioni “scomode”…

Ci si stupisce di come uno studioso, per quanto “dilettante” in campo cartografico come lui stesso si definisce, possa presentare un lavoro così in apparenza meticoloso ma che si rivela invece estremamente superficiale e disinformato.


Articolo nella versione integrale: http://www.diegocuoghi.com/Piri_Reis/PiriReis.htm