Les Revenants - Quando Ritornano (The Returned, di Seth Patrick)
  • L’uomo Stocastico

    L’uomo Stocastico (The Stochastic Man | 1975) di Robert Silverberg Anteprima testo 1 Siamo venuti al mondo accidentalmente in…

    L’uomo Stocastico
  • La Città Labirinto

    La Città Labirinto (The Man in the Maze | 1969) di Robert Silverberg Anteprima testo Da nove anni Muller…

    La Città Labirinto
  • Gilgamesh

    Gilgamesh (Gilgamesh the King | 1984 | aka Gilgamesh) di Robert Silverberg ROBERT SILVERBERG E LA HYSTORICAL FANTASY Silverberg…

    Gilgamesh

Les Revenants – Quando Ritornano

,

Anteprima testo

1

Ferma sulla strada che correva lungo la sommità della diga, la ragazza guardava la città sottostante.

Notò il sole al tramonto che sprofondava dietro i monti, le luci accese alle finestre delle case, i fari delle macchine che serpeggiavano lungo le strade. Come mai era così tardi? Ricordava – ed era il suo ultimo ricordo – di essere stata su un pullman, in gita scolastica, in una bella mattinata. Ricordava anche che, mentre dal finestrino guardava sfrecciare i filari degli alberi, aveva ascoltato della musica per non sentire la voce dell’insegnante, che parlava e parlava.

Quante ore erano passate da allora? Come mai si trovava lì in quel momento? Cercò a fondo nella sua memoria, ma si sentì sopraffare da un’ondata di panico: soltanto tenebre, e poi il nulla.

Era accaduto qualcosa.

Continuò a camminare sul coronamento della diga. Il sole era ormai tramontato e la temperatura stava scendendo rapidamente. Avrebbe dovuto rabbrividire, lo sapeva. Indossava una maglia sottile, si era vestita per il tepore di un giorno estivo, non per il freddo pungente dell’aria notturna. Eppure non tremava, neppure un po’. Aveva invece paura e fame.

Accelerò il passo, ansimando. Pensò ai suoi genitori: sua madre sarebbe stata in preda all’ansia e suo padre in preda alla collera. E poi c’erano sua sorella e Frédéric.

L’aspettavano. L’avrebbero aiutata a capire, a riempire il vuoto di quelle ore. Provò un desiderio struggente, così intenso che le mancò il respiro.

La mia casa, pensò.

Era ora di tornarci.

2

Sul coronamento della diga, Anton Chabou osservava la superficie immobile del lago. La prima volta che lo aveva visto, undici mesi prima, una bassa coltre di nubi che sorvolava lentamente la valle aveva velato la massa d’acqua e, come una cascata spettrale, si era rovesciata oltre il bordo della diga verso le case sottostanti.

In quel momento, un’ora dopo il tramonto, l’aria era nitida, e la distesa del lago sembrava di vetro nero. Alle sue spalle, di tanto in tanto passava una macchina. Il coronamento, che fungeva da ponte per tutti i veicoli in uscita dalla città, tranne i più pesanti, era la via più rapida per quanti si dirigevano a nord e si preparavano ad affrontare i ripidi tornanti lungo i fianchi della valle. Poco prima di andarsene dalla cabina comandi, Anton aveva visto una giovane donna percorrerlo a piedi. Capitava raramente che qualcuno camminasse lì perché quasi tutti quelli che venivano ad ammirare la veduta arrivavano in macchina.

Teneva in mano il cellulare. Non aveva voglia di fare la telefonata, ma sapeva che era necessario, anche se lui era l’ultimo arrivato. Eric, con cui si alternava nei turni e che lavorava lì da dieci anni, aveva scosso la testa e borbottato, non voleva saperne nulla.

«Aspetta la fine del tuo turno» gli aveva detto. «Comportati come se te ne fossi appena accorto e che siano loro a telefonare.» Poi si era sistemato nella cabina comandi, la faccia scura, e aveva rifiutato di discuterne ancora.

Anton aveva già effettuato i controlli preliminari necessari prima di sollevare la questione con Eric. Guardando da lontano la spalla della diga, non aveva notato segni di infiltrazioni, e i dati delle falde acquifere, risultati nella norma, lo avevano rassicurato. Era però fondamentale farsi un’idea più chiara del flusso in entrata, perché non sapeva spiegare l’abbassamento del livello che aveva notato quella mattina arrivando al lavoro. Come se tutti i corsi che si riversavano nell’invaso avessero cospirato per bloccarsi.

Non si capacitava che si stesse svuotando.

Il consiglio di Eric, il tecnico anziano, era quasi un ordine, ma Anton sapeva di doverlo ignorare. Aveva passato l’ora successiva ad accertarsi che niente fosse fuori posto. Il che voleva dire scendere lungo il pozzo di manutenzione per raggiungere le due gallerie di ispezione, superiore e inferiore.

“Galleria”, aveva sempre pensato, era una strana parola per indicare quello che in realtà non era più di uno stretto cunicolo grigio, che correva nella struttura della diga, scarsamente illuminato da luci su un solo lato e con appena lo spazio sufficiente per stare diritti. Doveva tenere la testa china per evitare di grattare con l’elmetto il soffitto di calcestruzzo.

Ancor prima di arrivare in fondo alla galleria superiore, gli doleva il collo ed era di cattivo umore. A denti stretti era sceso in quella inferiore che, in teoria, era identica all’altra: lo stesso spazio angusto, la stessa fioca illuminazione, lo stesso grigiore freddo. Ogni volta che scendeva a quel livello, provava uno spasmo claustrofobico. Aveva la vivida percezione del peso dell’acqua sovrastante; e quando si girava per raggiungere l’estremità del cunicolo, la sua mente veniva sempre attraversata dalla stessa immagine: una massa scura che gli si avventava addosso, gelida e vendicativa.

L’ispezione improvvisata non rivelò alcun guasto. Il passo successivo sarebbe stato di registrare le misure di ciascuno dei novanta giunti di dilatazione nelle gallerie e confrontarle con gli ultimi valori rilevati. Normalmente era un controllo settimanale che occupava un’intera giornata e toccava al malcapitato che pescava la pagliuzza corta. Si preparò a scendere ancora una volta per mettersi al lavoro. Prima però si sarebbe concesso un breve intervallo e una boccata di aria fresca.

E avrebbe fatto la telefonata.

Ed eccolo di nuovo sul coronamento della diga, telefono in mano. Cercò il numero che gli era stato dato circa un anno prima, quando aveva accettato il posto. La brezza si intensificò, all’improvviso pungente; folate secche e taglienti, preferibili tuttavia al freddo umido di quei cunicoli, che penetrava nelle ossa ed era difficile togliersi di dosso.

Compose il numero.

«Sì?» disse una voce maschile.

«Sono Anton Chabou, signore. Il livello dell’acqua scende rapidamente. Non capiamo la ragione.»

Dopo un attimo di silenzio: «Ne è sicuro?».

Anton fu lì lì per reagire da tecnico qual era: esaminare le possibili cause, spiegare le procedure necessarie ad accertare l’integrità della diga. Ma il suo interlocutore sapeva già tutto. Quello che voleva da lui era un’unica parola: sì o no.

«Sì.»

«Arriverò tra due ore.»

«C’è la possibilità che si tratti soltanto…» Ma l’altro aveva già riattaccato.

Anton si infilò il cellulare in tasca preparandosi a scendere nelle gallerie per raccogliere i dati. Infreddolito, batté i piedi e si mosse nel tentativo di togliersi il gelo dalle ossa. Fu inutile.

Volse lo sguardo all’invaso e si chiese cosa potesse esserci lì sotto. Pensò a quanto gli avevano detto ufficialmente al momento dell’assunzione e a quanto aveva sentito raccontare nei mesi successivi – dicerie inconsistenti, contraddittorie. Si chiese che cosa credeva lui. Rabbrividendo, cominciò a scendere.

3

Seduto nella sua macchina davanti alla Locanda del Lago, Jérôme Séguret si chiedeva cosa diavolo avesse fatto di male per meritarsi tanti guai.

Deluso e confuso, aveva appena lasciato Lucy Clarsen nella camera al primo piano, sopra la locanda.

«Mi dispiace» gli aveva detto. «Non funziona sempre.»

Le aveva dato la solita somma, anche se le cose non erano andate come nelle previsioni. Quando le aveva chiesto se fosse possibile rivederla la settimana successiva, Lucy gli aveva risposto in modo evasivo con un’alzata di spalle, nient’affatto a disagio per una situazione che per lui era dolorosamente imbarazzante. Evitando di incontrare il suo sguardo, Jérôme si chiese come potesse prendere in giro se stesso illudendosi che ci fosse del buono in quei loro incontri. Mentre si avviava alla macchina, aveva scorto sua figlia Léna al bar con gli amici. Si era mosso con circospezione, ma lei lo aveva visto, e aveva visto anche con chi era. Nei suoi occhi era apparsa un’espressione di irritazione mista a ripugnanza. Lui se l’era svignata quasi di soppiatto, arrabbiato con se stesso.

Abbassò il visore e si guardò nello specchietto. Non era passato molto tempo, si disse, da quando ogni cosa era sembrata a posto, normale: solida situazione finanziaria, una moglie adorabile, due figlie che lo inorgoglivano, anche se erano ormai prossime ai difficili anni dell’adolescenza. Sorrideva pensando a quei tempi.

Gli occhi che in quel momento lo fissavano dallo specchietto gli restituivano l’immagine di un uomo diverso. Aveva quarant’anni. Quattro anni prima, si era sentito più giovane della sua età e lo era stato anche nell’aspetto. Adesso? Diavolo, era invecchiato di dieci anni, forse di più. Aveva perso molti capelli, la pelle era chiazzata, e lo sguardo…

«Cristo» mormorò e rialzò il visore. Non riusciva più a guardare nessuno negli occhi. Soprattutto se stesso. Nei suoi leggeva vergogna e rimorso, in parti uguali. Ecco quello che esprimevano. La speranza e il sorriso erano scomparsi da tempo. Spenti il giorno in cui avevano perduto Camille.

Sua figlia era rimasta vittima di un incidente stradale in cui erano morti il conducente del pullman, un’insegnante e trentotto alunni della più grande scuola della città, tutti coetanei. Soltanto due studenti, iscritti al gruppo di biologia, non erano partiti. Uno, David Follin, che si era rotto la caviglia due giorni prima mentre cercava di scendere sullo skateboard la più lunga scalinata della città, facendosi filmare col cellulare dal suo amico Martin. Il quale aveva messo le immagini su YouTube la sera prima di morire lui stesso nell’incidente.

Anche Léna, gemella di Camille, non era andata in gita. Quella mattina aveva detto di non stare bene; Claire, la moglie di Jérôme, aveva avuto il sospetto che la figlia fingesse, ma le aveva concesso il beneficio del dubbio. Non sapeva quale fosse la verità, ma era un argomento del quale preferiva non discutere. Era stata Claire a seguire le sedute di psicoterapia con Léna, era stata Claire a starle vicino nelle lunghe notti successive alla morte di Camille. Jérôme aveva visto accentuarsi la distanza tra sé e sua figlia, tra sé e sua moglie, e sopraffatto dal…

Les Revenants - Quando Ritornano - Copertina

Tit. originale: The Returned

Anno: 2014

Autore: Seth Patrick

Edizione: Piemme (anno 2015)

Traduttore: Gianna Lonza

Pagine: 448

ISBN: 8856647842

ISBN-13: 9788856647846

Dalla copertina | In un paesino francese tra le montagne, la diga che circonda le case ha, inspiegabilmente, cominciato a cedere. E mentre l’acqua sale in modo quasi impercettibile, Camille, morta in un incidente stradale con l’autobus della scuola quattro anni prima, torna a casa. Non è invecchiata di un solo giorno, ha fame, molto sonno, e pensa di essere di ritorno da una gita scolastica. Lo stesso accade a Simon, morto il giorno del suo matrimonio, che torna da Adèle e la trova sposata a un altro. E poi c’è il piccolo Victor, comparso dal nulla, che non sa dove andare e segue una ragazza per strada, perché gli ricorda la fatina delle favole. Les Revenants – Quando ritornano è la storia di Camille, di Simon, di Victor e di molti altri, ma è anche la storia dei vivi, di un’intera comunità che deve fare i conti con la sorpresa e la gioia di rivedere i propri cari, ma anche con la paura che qualcosa di ultraterreno, di terribile, si stia impossessando delle loro vite. Una grandissima invenzione narrativa, che ha funzionato nella serie tv rivelazione degli ultimi anni, e ancor più funziona in questo romanzo ispirato alla serie, una narrazione avvincente che mescola thriller, mystery, suspense, dramma e affronta il tema della morte in modo assolutamente inedito.