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Lila Black

“Gli elfi non fanno rock”, Jelly Sakamoto, Ozo Records

2021: sono trascorsi sei anni dallo scoppio del superimpianto di conduzione e collisione in Texas, l’evento noto come “Bomba Quantica”. Il disastro, “alterando su scale infinitesimali il tessuto stesso dell’Universo”, ha posto in contatto – o forse addirittura creato – ben sei realtà alternative.

Su Otopia, ex pianeta Terra, è divenuto ormai usuale potersi imbattere in creature aliene provenienti da mondi favolosi modellati dalla magia. Alcune sono riuscite a integrarsi nella società umana, e talmente bene da occupare ruoli mediaticamente influenti. Un caso clamoroso è quello dell’elfo Zal, cantante solista dei “The No Shows”, stella di prima grandezza del X-Mode Rock e artista di punta del colosso musicale Ozo Records.

I rapporti tra queste dimensioni parallele, con i loro delicati risvolti politici, sono regolati da appositi “protocolli d’interazione”, e tutelati da organizzazioni altrettanto particolari: su Alfheim, l’autarchico e xenofobo reame degli elfi, questa funzione di controllo è affidata alla setta segreta del Jayon Daga; su Otopia, analogo ufficio viene svolto da apparati spionistici come la INCON (Otopian Security Agency’s Intelligence and Reconnaissance Division).

Nulla sfugge all’occhio vigile di questi organismi, nulla che possa anche solo potenzialmente turbare gli equilibri fra i mondi. Non fanno eccezione le inquietanti lettere minatorie indirizzate proprio al leader dei The No Shows, alla vigilia di un tour importante. Ecco perché, quando la Ozo Records decide di affidarsi a un’agenzia privata di sicurezza, l’incarico di proteggere l’elfo dall’ugola d’oro viene assegnato a un agente speciale… molto speciale.

Il suo nome è Lila Amanda Black: un passato da delegata diplomatica, un presente sotto copertura come guardia del corpo; nella realtà, è uno dei più validi agenti della INCON, precisamente il miglior cyborg della Divisione IA.

Capelli scarlatti e ricci ribelli, occhi d’argento che celano sofisticate telecamere, fisico atletico, arti rimpiazzati da potenti protesi metalliche, ghiandole riadattate per rilasciare droghe e farmaci, cervello connesso in wireless con la rete di Otopia tramite l’innesto di una IA che filtra i suoi sogni, coordina le sue reazioni controllando le sue funzioni endocrine e, all’occorrenza, in “modalità battaglia”, altera o sovrascrive i suoi stati emotivi e cognitivi… Lila Black è insomma un’arma letale superaccessoriata, e con un caratterino niente male.

Una rockstar non potrebbe aspettarsi angelo custode migliore, non fosse che per due trascurabili particolari: Lila non ama gli elfi, e gli elfi notoriamente detestano la tecnologia – figuriamoci se innestata in un corpo umano. Quando poi, a complicare il lavoro, ci si mette pure la Magia in persona, quasi fosse un’entità dotata di coscienza… Loro malgrado, elfo e umana sono costretti a sottostare a quell’inesprimibile “gioco” fatato che le creature eteriche chiamano “Sfida”, e che, nel caso di Lila e Zal, si traduce in una gara di seduzione dove in palio c’è la perdita stessa del libero arbitrio in amore.

Oppressa da una Tecnologia che spesso la domina, e da una Magia che non le risparmia colpi bassi, Lila dovrà destreggiarsi tra sentimenti e nevrosi, spingendo al limite estremo ogni suo ingranaggio per riuscire a salvare Zal dal pericoloso intrigo elfico che lo vuole agnello sacrificale sull’altare dell’esterofobia. Una missione spericolata che troverà su Alfheim il suo parossistico epilogo, sul filo di una possibile catastrofe di proporzioni… quantistiche!

Lila Black, comincia la Sfida (Keeping it Real, nella versione originale) è il libro iniziale della serie “Quantum Gravity” di JUSTINA ROBSON, presentata come un’innovativa commistione di Fantascienza e Fantasy. Questo primo volume è per buona parte costruito sulla solida presenza scenica della conturbante protagonista – tuta nera in sella alla sua Kawasaki –, un’eroina a metà strada tra Robocop e Lara Croft; una sorta di Motoko Kusanagi in versione emotiva, meno filosofeggiante e più cinica.

Occorre premettere che l’incontro tra il Fantasy e la Fantascienza in Letteratura è un fatto tutt’altro che nuovo, ma la convivenza equilibrata tra questi due generi è un risultato non tanto semplice da ottenere. Scienza e magia propendono infatti per escludersi reciprocamente: in chiave narrativa svolgono sovente la stessa funzione, quindi l’utilizzo dell’una rende superfluo o ridondante quello dell’altra. Per potersi esprimere in modo coerente con se stessa, la Fantascienza tende ad assegnare una fisionomia scientifica ai possibili elementi fantastici, mentre, per lo stesso motivo, il Fantasy a contaminare di magia gli eventuali elementi tecnologici.

In alcune opere in cui il connubio ha funzionato in modo egregio, s’è stabilito spontaneamente una sorta di compromesso, in ossequio al quale uno dei due generi ha dovuto prevalere sull’altro, integrandone magari solo alcuni specifici fattori. Nella meravigliosa saga di Guerre Stellari, per esempio, la contaminazione fantasy è molto evidente, eppure l’opera rimane decisamente fantascientifica.

L’ambizione reclamizzata nel lancio di “Lila Black” puntava forse un po’ più in alto, a una combinazione paritaria di generi ognuno dei quali mantenesse integri i propri connotati. Ma – lo si poteva prevedere – utilizzare contemporaneamente due elementi non significa riuscire a fonderli in un composto.

Il romanzo della Robson si separa in due parti piuttosto distinte tra loro, sia come toni che come ambientazione; la prima ha tenore d’indagine, condotta sulla pragmatica e metropolitana Otopia, articolata tra strumentazioni futuribili, tecnologie digitali, reti informatiche e fantascientifici interventi medici; la seconda migra come avventura classica sull’eterea Alfheim, tra boschi senza fine, laghi incantati e creature favolose.

È un espediente che può anche risultare originale, quello di assemblare un romanzo con una metà fantascientifica e una metà fantasy, ma l’etichetta di precursore di un nuovo genere “fantasyscientifico” andrebbe usata con prudenza.

Sono in fondo circoscritti i passi in cui i due elementi (fantasy e fantascientifico) giocano insieme a un livello in teoria paritetico, anziché da eccentrici “intrusi” l’uno in casa dell’altro. Accade per esempio quando Lila combatte fianco a fianco con Zal contro le varie minacce magiche. Ma, anche in quei casi, non si tratta di un’armoniosa associazione di generi, quanto piuttosto di una sovrapposizione. L’elemento scientifico, rappresentato dalle ipersofisticate dotazioni dell’agente Black, viene in verità quasi sempre fagocitato dalle tipiche logiche narrative del Fantasy, dove la magia diventa un territorio senza regole a cui attingere all’occorrenza, un escamotage pronto all’uso per risolvere qualsiasi impasse narrativa o per inserire coreografiche schegge di azione senza il fastidio di dover sottostare all’onere della verosimiglianza.

Così, in quei frangenti, Lila finisce per ricordare un coltellino svizzero high tech formato bambola a grandezza naturale, tanto seducente quanto improbabile.

Solo a patto di avere prima ben chiari questi limiti, il lettore potrà poi immergersi in questo romanzo “insolito”, lasciandosi semplicemente trascinare dai ritmi incalzanti dei combattimenti, dall’eterogeneità delle atmosfere e dall’indubbio appeal dei due personaggi principali.

In quanto a charme, infatti, il melodico Zal regge il confronto con la sua cyberdigitale guardia del corpo; merito della sua caratterizzazione da elfo indisciplinato e transfuga insofferente alle restrizioni del suo mondo conservatore, e a trovate fascinose come quella dell’andalune, il “corpo etereo” degli elfi, una sorta di aura invisibile che, come una seconda pelle, è capace di ricevere – e donare – sensazioni indefinibili e meravigliose.

Accanto all’abbondanza di azione e alla piacevole tenuta dei protagonisti, appaiono invece un po’ superficiali certi approfondimenti psicologici che dovrebbero fare da filo conduttore nelle relazioni tra alcuni personaggi: nella fattispecie, l’evolversi del rapporto tra Lila e il suo carnefice di un tempo, Dar, l’elfo che, straziandole orribilmente il corpo con i suoi poteri magici, l’ha ridotta a una semi-macchina, sconvolgendole la vita e creandole non pochi conflitti interiori. Anni di covato risentimento spariscono senza lasciare più traccia, sostituiti da un crescendo affettivo che brucia ogni tappa, passando nello spazio di qualche pagina dal rispetto, all’amicizia, alla complicità, poi (forse) all’amore, e infine al sesso, sia fisico che “eterico”.

Se si presumesse che Lila, con la stessa fulminea volubilità, fosse in grado di compiere anche il percorso inverso, passare cioè dall’infatuazione all’odio, trovandosi nei panni di Zal ci sarebbe di che guardare con apprensione al secondo capitolo della serie, uscito quest’anno in Inghilterra col titolo Selling Out.

Noi che invece Zal non siamo, aspettiamo con una certa curiosità la nuova avventura della nostra Emma Peel robotizzata, immaginando la ripresa di alcuni personaggi finora abbandonati (primo fra tutti Sarasilien, il paterno ma un po’ enigmatico agente elfo, diretto superiore di Lila), e l’ingresso in pista delle altre quattro dimensioni parallele che, in questo primo volume, hanno dovuto cedere l’intera scena a Otopia e Alfheim.