Down - Floodgate, 2015. di Glenn Cooper
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L’Invasione delle Tenebre

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Anteprima testo

L’Invasione delle Tenebre (Down – Floodgate, 2015), di Glenn Cooper

1

Metà dei ragazzi era immersa nella melma fino alle caviglie, mentre gli altri cinque si trovavano sul terreno fangoso a pochi metri di distanza.

Rimasero per qualche istante attoniti e ammutoliti, finché Harry Shipley non iniziò a piagnucolare. Già in condizioni normali era incline ad attacchi di panico, inoltre era più giovane degli altri di quasi un anno: era stato ammesso nella loro classe a tredici anni perché si era rivelato molto precoce negli studi.

«Non iniziare, Harry», ordinò Angus, mentre scrutava il paesaggio desolato alla ricerca di qualcosa di familiare. «Non è il momento.» Angus Slaine era il rappresentante degli studenti del secondo anno. Era alto rispetto ai suoi coetanei e sfacciatamente bello, con il viso spigoloso e i capelli biondi piuttosto lunghi.

Glynn Bond, il suo migliore amico, fu il primo a tirarsi fuori della melma. Angus lo seguì e lui gli tese la mano per aiutarlo. Era un ragazzo ben piantato, con un corpo muscoloso da lottatore e il baricentro basso. «Ma che diavolo?»

Angus si tolse i mocassini e li rovesciò per svuotarli del fango. «È una domanda o un’affermazione?»

«Voglio sapere cosa sta succedendo», replicò Glynn, pulendo a sua volta le scarpe.

Boris Magnusson teneva la bocca spalancata, in un’espressione idiota. «È quello che vogliamo sapere tutti.»

Harry cercava di tenere su i pantaloni di lana che gli erano scivolati a metà sedere. Tra i singhiozzi, annunciò che la fibbia della cintura era sparita.

«Chiudi la bocca», sbottò Angus. «Non voglio ripetertelo un’altra volta. E voi tre smettetela di stare lì come delle mezze seghe e uscite da quella specie di stagno schifoso!»

I ragazzi obbedirono e raggiunsero gli altri sull’erba soffice. Cercarono di ricostruire quello che era appena accaduto. Erano tornati al dormitorio per togliersi la tuta da ginnastica e indossare la divisa per la lezione di matematica. Avevano iniziato da poco il corso di studi per il GCSE1 e, anche se mancava ancora un anno agli esami, gli studenti sentivano crescere la pressione, in particolare quelli caratterialmente più deboli. Alla Belmeade era consuetudine spronare i ragazzi ad affrontare al meglio gli esami che concludevano la scuola dell’obbligo: faceva parte della politica di quel collegio d’élite. Boris Magnusson e Nigel Mountjoy erano tra gli allievi meno brillanti e Angus si era dato da fare per aiutarli. La soluzione era lì davanti a lui, e aveva la faccia brufolosa di Harry. L’irritante Harry. Il genio della matematica con i denti da coniglio. Quello che chiamavano Shitley, «Merdina»,2 il ragazzo che ogni compagno avrebbe preso volentieri a schiaffi. Angus aveva stretto con lui un tacito patto: Harry avrebbe dato una mano a Nigel e Boris in cambio della sua protezione, e l’accordo aveva funzionato. Stavano per lasciare il dormitorio con cinque minuti di anticipo, un tempo più che sufficiente per attraversare il prato, correre su per le scale e sedersi al proprio banco nella classe del professor Van Ness, quando, in un attimo, si erano ritrovati in una radura circondata dagli alberi, alcuni di loro impantanati in uno stagno.

Danny Leung domandò agli altri se anche le loro divise fossero conciate come la sua. Era l’ultimo dei reietti, ma era riuscito a conquistarsi il rispetto dei compagni grazie al suo straordinario talento di calciatore. Suo padre lavorava come addetto culturale presso l’ambasciata cinese. Quando Danny si era iscritto alla Belmeade, il padre di Angus, a cena, aveva commentato con nonchalance che Mr Leung era probabilmente una spia, e il ragazzo aveva subito sparso la voce in classe. Da quel momento Danny era diventato Danny il Rosso.

«Non ho perso solo la fibbia della cintura. Sono spariti anche la cerniera e i bottoni. E non ho più la cravatta.»

Anche agli altri mancavano gli stessi accessori.

Craig Rotenberg chiese se tutti avessero mangiato porridge a colazione.

«Che razza di domande idiote fai?» ribatté Glynn.

«Non è stupida», insistette Craig. «Magari siamo stati drogati. Potrebbero averci addormentati e portati fuori della scuola.»

«Io non ho mangiato il porridge», fece presente Nigel.

«Nemmeno io», aggiunse Danny. «Lo detesto.»

«Ciò non significa che non siamo stati drogati», obiettò Craig.

«I materiali naturali.» Tutti guardarono Harry, che ripeté con maggior enfasi: «I materiali naturali!»

«Che cosa stai blaterando?» chiese Nate Blanchard in tono adirato.

«Le camicie, le calze e le mutande sono di cotone», spiegò Harry, tirando su con il naso per ricacciare indietro le lacrime. «Le giacche e i pantaloni sono di lana. Le scarpe sono in cuoio. Invece, tutte le parti di metallo, i bottoni di plastica e le cravatte di poliestere sono scomparsi.»

«Chi se ne frega dei vestiti?» gridò Boris. «Tutta la nostra dannata scuola è scomparsa!»

«Dobbiamo dare un’occhiata qua attorno.» Angus indicò con il braccio il bosco circostante. «Deve pur esserci qualcuno.»

«Ma come facciamo a tenere su i pantaloni?» domandò Boris.

Kevin Pickles era un ragazzino che aveva compensato la bassa statura con la sua arguzia pungente: far ridere i compagni era decisamente meglio che sentirsi dare del nanerottolo. Si era allontanato dal gruppo e adesso li stava chiamando dall’erba alta che circondava lo stagno. «Quanto mi date se vi aiuto a non andare in giro con il pisello di fuori?»

«Cos’hai trovato?» chiese Danny di rimando.

Kevin sollevò sopra la testa due canne da pesca e corse verso i compagni. Angus le esaminò, dichiarando che erano robaccia. Erano solo due lunghi rami tagliati in modo grossolano, con una semplice lenza legata all’estremità. Gli ami ricurvi, su cui si contorcevano dei vermi, erano di osso.

«Fammi vedere», disse Glynn. Prese una canna e scrutò con attenzione la lenza. «Di cosa è fatta? Non è nylon.»

Stuart Cobham era il pescatore del gruppo. Strappò la canna dalle mani di Glynn, fece scorrere la lenza tra le dita e concluse: «Penso che siano budella».

«Disgustoso.» Era la voce di Andrew Pender, un ragazzo pallido e slanciato la cui fortuna era che la vittima preferita dello scherno dei compagni fosse Harry.

Stuart verificò la robustezza della lenza e dichiarò che era perfetta per lo scopo che avevano in mente.

«Ma non abbiamo niente per tagliarla», protestò Nigel.

«Invece sì», ribatté Stuart, infilandosi la lenza in bocca. La strinse tra i denti e sfregò con decisione, finché non riuscì a reciderla. Dopo qualche minuto ognuno aveva un pezzo di lenza per fissare la cintura dei pantaloni, e alcuni ragazzi si annodarono anche le camicie svolazzanti.

Angus sapeva che tutti si aspettavano che fosse lui a scegliere la direzione di marcia. Si guardò attorno in cerca d’ispirazione. Il cielo era una pallida ombra informe di grigio. Il bosco sembrava più nero che verde. La brezza leggera portava con sé un odore sgradevole. «Da questa parte.»

Nessuno gli chiese le ragioni di quella decisione. Lo seguirono attraverso il terreno erboso, in ordine sparso.

Glynn camminava al suo fianco. «Ci deve pur essere una spiegazione.»

«Forse ci stanno facendo uno scherzo», ipotizzò Angus. «Magari siamo in un programma televisivo.»

«Non vedo telecamere.»

Harry aveva ricominciato a frignare.

«Vuoi che lo faccia star zitto?» chiese Glynn.

Angus non gli diede retta: fissava qualcosa a terra. «Guardate.»

Stuart usava una delle canne da pesca come bastone e scostò l’erba nel punto indicato. «Penso sia sangue.»

«Lo credo anch’io», concordò Angus. «Laggiù ce n’è dell’altro. È una scia. Direi che s’inoltra nel bosco.»

«Dobbiamo essere prudenti», intervenne Glynn. «E ci servono delle armi.»

«Cosa potrebbe succedere?» chiese Boris in tono beffardo. «Hai paura che possa sbucare un orso polare come in Lost?»

«Non fare il coglione, Boris», lo ammonì Angus. «State attenti. Se è uno scherzo e ci stanno filmando, finiremo di certo su YouTube. Non riuscirete a scopare per il resto dei vostri giorni, se ogni ragazza del pianeta vedrà che siete solo dei patetici sfigati.»

La folta erba del prato lasciò il posto a un sentiero battuto che attraversava una macchia di rovi. Poco oltre si ergeva una fitta foresta. Mentre avanzavano, il maglione di Glynn s’impigliò sulle spine. Il ragazzo lo liberò con uno strattone, lasciandoci un brandello di stoffa blu-Belmeade e qualche filamento dorato, con cui era ricamata la S di «School». Entrarono nel bosco: gli alberi non lasciavano quasi filtrare la fioca luce del giorno e scricchiolavano nella brezza. Il sottobosco era un tappeto di aghi, felci e grandi funghi piatti. Angus perse di vista la scia di sangue, poi la ritrovò: macchioline rosso porpora su una distesa di funghi color crema.

I ragazzi camminavano in silenzio. Persino Harry se ne stava zitto, ma il vistoso pomo d’Adamo andava su e giù ogni volta che deglutiva con la bocca impastata.

Angus si fermò e si voltò, facendo segno agli altri di fare lo stesso.

Lo sentirono tutti. Un gemito sommesso.

Danny raccolse da terra un pezzo di legno e altri seguirono il suo esempio. Davanti a loro c’era un albero caduto: l’enorme tronco giaceva a terra con le radici divelte.

È qui che gli studenti degli ultimi due anni ci vogliono cogliere di sorpresa, pensò Angus. Salteranno fuori all’improvviso e ci filmeranno con i telefonini per poi farsi delle gran risate. Dobbiamo evitare a tutti i costi di fare la figura degli stupidi. Fece un respiro profondo e si avvicinò al tronco. «Merda!»

Al suo grido gli altri ragazzi indietreggiarono, mentre Glynn, sospettando che fosse un trucco, diede una pacca sulla schiena ad Angus e guardò oltre il tronco. «Gesù!»

Un giovane macilento li fissava con occhi imploranti. «Aiutatemi.»

«Che succede?» gridò Nigel da dietro.

«È ferito», disse Glynn. «È messo piuttosto male.»

Gli altri ragazzi si fecero avanti a piccoli passi, quasi troppo impauriti per guardare. Si misero in fila lungo l’albero caduto e si costrinsero a dare un’occhiata dall’altra parte. Kevin era così basso che dovette arrampicarsi sul tronco.

«Dobbiamo aiutarlo», commentò Stuart.

Angus trovò il coraggio di rivolgere la parola al giovane. «Cosa ti è successo?»

«Erranti», disse quello rantolando. «Pugnalato… pancia.»

«Sei stato pugnalato?» chiese Glynn.

Il giovane scostò le mani dall’addome. Dalla ferita aperta si vedevano le…

L'invasione delle tenebre - Copertina

Tit. originale: Down – Floodgate

Anno: 2015

Autore: Glenn Cooper

Ciclo: Trilogia Dannati #3

Edizione: Editrice Nord(anno 2015)

Traduttore: Monica Bottini

Pagine: 504

ISBN-10: 8842924679

ISBN-13: 9788842924678

Dalla copertina | Londra è una città fantasma. I pochi che non hanno voluto – o non hanno potuto – dare seguito all’ordine d’evacuazione del governo sono barricati in casa, nella vana speranza che tutto quello che stanno vivendo sia un incubo da cui presto si sveglieranno. Ma è tutto reale. Perché sono reali le vetrine infrante, i negozi saccheggiati, i cadaveri lasciati per strada. E, soprattutto, sono reali le bande di uomini violenti e spietati che, dopo essere comparsi all’improvviso dal nulla, stanno mettendo a ferro e fuoco la città e alcuni suoi sobborghi. E che continuano ad arrivare senza sosta, come l’onda di piena di un fiume immenso. Un fiume che ha la sua sorgente all’Inferno, come sanno bene John Camp ed Emily Loughty. Dal loro ultimo viaggio nel mondo dei Dannati, infatti, i varchi interdimensionali non soltanto si sono moltiplicati, ma sono anche rimasti aperti, portando letteralmente l’Inferno in Terra e catapultando centinaia d’innocenti «dall’altra parte». E c’è solo una persona che sa come chiudere per sempre le Porte delle Tenebre: Paul Loomis, l’ex capo di Emily. Purtroppo Paul Loomis è morto, si è suicidato sette anni fa, dopo aver ucciso la moglie e l’amante di lei con due colpi di fucile. Ma Emily e John sanno dove trovarlo e come mettersi in contatto con lui. Perché lo hanno già incontrato all’Inferno…

Dannati #1 – Dannati

Dannati #2 – La Porta delle Tenebre

Dannati #3 – L’Invasione delle Tenebre