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Luminous

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Anteprima testo

Pagliuzze

El Nido de Ladrones – il Nido dei Ladri – occupa una regione approssimativamente ellittica, di cinquantamila chilometri quadri, nella parte occidentale del bassopiano amazzonico, e si estende sul confine tra Colombia e Perù.

È difficile dire dove esattamente termina la foresta pluviale naturale e le specie bioingegnerizzate di El Nido prendono il sopravvento, ma la biomassa totale del sistema deve essere dell’ordine di un trilione di tonnellate. Mille miliardi di tonnellate di materiale strutturale, pompe osmotiche, collettori di energia solare, laboratori chimici cellulari e sistemi biologici di comunicazione e di calcolo. Il tutto sotto il controllo dei suoi costruttori.

Le antiche mappe e i vecchi database di El Nido sono obsoleti; con la manipolazione della idrologia e della chimica del suolo, e influenzando la distribuzione della pioggia e dell’erosione, la vegetazione ha completamente riconfigurato il terreno, ha spostato il letto del fiume Putumayo, sommerso le vecchie strade sotto una palude, e ha costruito nella giungla camminamenti segreti.

Questa geografia di origine biologica rimane in una condizione fluttuante, cosicché anche le testimonianze dirette dei pochi fuggiaschi da El Nido perdono presto valore. Le immagini dal satellite non hanno significato; a tutte le frequenze, la coltre di foglie nasconde o volutamente falsifica le caratteristiche spettrali di quel che sta sotto.

Contro El Nido, tossine e defoglianti chimici sono inutili; le piante e i loro batteri simbionti sono in grado di analizzare gran parte dei veleni e di riprogrammare il proprio metabolismo per renderli innocui, o per cibarsene, in meno tempo di quanto non impieghino i nostri sistemi esperti di guerra agricola per inventare nuove molecole.

Le armi biologiche vengono sedotte, sottomesse e addomesticate; gran parte dei geni dei virus vegetali letali, da noi introdotti, riappare tre mesi più tardi, inglobata in qualche vettore benigno della complessa rete di comunicazioni di El Nido. Il virus killer è stato trasformato in galoppino. Qualsiasi tentativo di dare fuoco alla vegetazione viene subito spento da grandi dosi di anidride carbonica o, se si impiega un combustibile auto-ossidante, da ignifughi molto più sofisticati.

Una volta abbiamo anche iniettato nel Nido alcune tonnellate di sostanze nutritive piene di isotopi radioattivi, inseriti in composti chimicamente indistinguibili dalle loro controparti naturali. Poi abbiamo seguito l’effetto mediante immagini ai raggi gamma: El Nido aveva isolato le molecole radioattive, probabilmente sfruttando il loro diverso tasso di diffusione attraverso membrane organiche. Le aveva isolate e diluite e poi ce le aveva rimandate indietro.

Perciò quando avevo saputo che un biologo di origine peruviana chiamato Guillermo Largo aveva abbandonato Bethesda, Maryland, con alcuni strumenti genetici top secret – frutti delle sue ricerche, ma tecnicamente proprietà dei suoi datori di lavoro – ed era svanito nel Nido, avevo pensato: “Finalmente, una scusa per il Grande Botto”.

La CIA proponeva il recupero termonucleare di El Nido da ormai un decennio. Il Consiglio di sicurezza l’avrebbe approvato senza difficoltà. I governi dotati di un’autorità nominale sulla regione ne sarebbero stati deliziati. Centinaia di abitanti di El Nido erano sospettati di aver violato le leggi degli Stati Uniti, e la presidente Golino non vedeva l’ora di dimostrare che sapeva fare il gioco duro, a sud del confine, indipendentemente dalla lingua che parlava a casa propria.

Una volta lanciata la bomba, poteva andare in in prima serata e dire alla nazione che i cittadini dovevano essere orgogliosi dell’Operazione Ritorno alla Natura e che i trentamila contadini profughi che si erano rifugiati a El Nido per sfuggire alla guerra civile che de facto si svolgeva in Colombia – e che ormai erano per sempre liberi dall’oppressione dei terroristi comunisti e dei baroni della droga – sarebbero stati i primi a complimentarsi con lei per il coraggio e la decisione di quell’iniziativa.

Non ho mai capito perché non lo facesse. Forse per il problema tecnico di assicurarsi che nessun imbarazzante effetto collaterale colpisse più a valle la sacra Amazzonia, e spazzasse via qualche specie molto telegenica in procinto di estinguersi, prima del termine della corrente amministrazione.

O forse per il timore che qualche signore della guerra mediorientale interpretasse quell’atto come una licenza di usare l’atomica su qualche minoranza protestataria, destabilizzando la regione in modo indesiderabile? Timore di sanzioni commerciali da parte dei giapponesi, ora che avevano ripreso il potere gli eco-mercantilisti, rabbiosamente antinucleari?

Non avevo visto i modelli finali dei computer geopolitici; avevo semplicemente ricevuto i miei ordini – codificati nelle fluttuazioni dei tubi al neon del mio supermercato, tra un aggiornamento e l’altro delle etichette dei prezzi – che, decifrati da uno strato extra di cellule gliali della mia retina sinistra, mi erano apparsi come parole di color rosso sangue sullo sfondo chiaro dei banchi.

Dovevo entrare in El Nido e recuperare Guillermo Largo.

Vivo.

Vestito come un locale – fino al telefonino cellulare da polso placcato oro e il peggior taglio di capelli da trecento dollari che si possa immaginare – andai a ispezionare l’appartamento abbandonato da Largo a Bethesda, nella periferia settentrionale di Washington, appena passato il confine del Maryland. Era un alloggio moderno e spazioso, ben ammobiliato ma senza lusso: quello che un qualsiasi programma di software poteva vendergli, sulla base dello stipendio meno gli alimenti che doveva alle ex mogli.

Largo era sempre stato classificato come “brillante, ma non provato”: un potenziale soggetto a rischio, però troppo dotato di talento e produttivo per rinunciare a lui. Era stato sottoposto alla solita routine di controllo da quando il dipartimento dell’Energia – nome altisonante ma un po’ eufemistico – l’aveva assunto, appena uscito da Harvard nel 2005.

Il controllo era un po’ troppo di routine, a quanto era risultato, peraltro era comprensibile che dopo trent’anni di carriera senza macchia poteva essersi allentata un poco la guardia. Largo non aveva mai tentato di nascondere le sue idee politiche – a parte quella discrezione che era più una questione di etichetta che un sotterfugio; quando si va in visita a Los Alamos non si indossano magliette Che Guevara – ma non aveva mai messo in pratica le sue convinzioni, se era solo per quello.

Sulla parete del suo soggiorno c’era un graffito in tonalità di infrarosso. Visibile a qualsiasi quattordicenne di Washington alla moda, ma non ai suoi genitori. Era una copia del famigerato Riempire l’aereo di eroi del nuovo ordine mondiale, di Lee Hing-Cheung, un’immagine digitalizzata che alla fine del secolo era stata diffusa dalle reti di computer: i leader politici degli anni Novanta, nudi e intrecciati fra loro, una sorta di incrocio tra Escher e il Kamasutra, depositavano escrementi fumanti l’uno nella scatola cranica, aperta e vuota, dell’altro, idea tratta dalle opere del disegnatore satirico tedesco George Grosz.

Il dittatore iracheno era mostrato mentre ammirava la propria immagine in uno specchio, e l’immagine era la riproduzione della copertina di una rivista dell’epoca, in cui i baffi erano stati ritoccati per farli sembrare hitleriani. Il presidente statunitense reggeva un vassoio, prossimo a rovesciarsi, pieno degli ostaggi macilenti di cui aveva ritardato la liberazione per non far rieleggere il suo predecessore.

In qualche modo, li aveva cacciati dentro proprio tutti, qua e là, fino al primo ministro australiano, ritratto come un pidocchio che cercava di addentare, senza successo, l’enorme uccello presidenziale. Potevo immaginare senza difficoltà che qualche senatore troglodita neomaccartista avrebbe dato in smanie, se vi fosse mai stato qualcosa di noioso come un’inchiesta ufficiale sulla fuga di Largo, ma cosa potevano fare? Rifiutarsi di assumerlo se avesse posseduto una tovaglia da tè con la riproduzione di Guernica?

Prima di andarsene, Largo aveva cancellato le memorie di ogni computer dell’appartamento, compresa quella del sistema di divertimento, però io conoscevo già i suoi gusti musicali, dato che avevo ascoltato qualche ora delle registrazioni audio della sorveglianza, piene di brutte musiche coreane.

Niente solidarietà rivoluzionaria interetnica, e neppure quei motivi sul flauto andino che ti fanno rabbrividire: una vera vergogna, e io avrei preferito quelle. Sugli scaffali c’erano parecchi testi universitari di biochimica, visibilmente assai consultati, che parevano lì per motivi affettivi, e qualche decina di classici della letteratura ammuffiti, compresi alcuni volumi di poesie in inglese, spagnolo e tedesco.

Hesse, Rilke, Vallejo, Conrad, Nietzsche… Niente di moderno, e niente che fosse stato pubblicato nell’ultimo quarto di secolo. Con un semplice ordine al computer di casa, Largo aveva spazzato via ogni opera da lui posseduta in digitale, cancellando così l’ultimo quarto di…

Luminous - Copertina

Tit. originale: Luminous

Anno: 1998

Autore: Greg Egan

Edizione: Mondadori (anno 2001) Collana “Urania” #1412

Traduttore: Riccardo Valla

Dalla copertina | “Luminous”, il paradosso matematico che costituisce il primo passo per la scoperta di una nuova, inconcepibile forma di vita “astratta”; Nostra signora di Chernobyl”, storia di un’icona ucraina del XVIII secolo e delle sue poco prevedibili proprietà; “Il tuffo di Planck”, dove un buco nero si materializza davanti ai nostri occhi, diventando un oggetto conoscibile e navigabile… Sono alcune delle nuove e affascinanti idee che Greg Egan profonde in questo libro, un salto nella sf più pura tratto dalle prestigiose pagine di “Interzone” e “Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine”.