L'Uomo che Fuggì dal Futuro
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L’Uomo che fuggì dal Futuro

Il film è preceduto da un trailer del 1938: “Flash Gordon Conquers the Universe”, dove vediamo l’eroe del football alle prese con le terribili minacce del XXV secolo. Il tono ottimistico e le immagini carnevalesche contrasteranno ironicamente con il “vero” futuro che vedremo, introdotto da titoli di testa che scorrono verso il basso…

La popolazione mondiale vive rifugiata nel “Guscio”, una gigantesca rete di gallerie e ambienti sotterranei, in un surrogato di vita basato sull’efficienza, il minimalismo, l’ordine. Le persone sono generate tramite inseminazione artificiale, rasate a zero, vestite con candide divise e immatricolate con sigle alfanumeriche, quasi fossero carcerati o malati di mente. Non ci sono libri, l’educazione viene impartita per via endovenosa, tramite flaconi appesi al braccio.

In questa sorta di gigantesco “ospedale” seguiamo le monotone giornate di THX 1138 (Robert Duvall), operaio in una fabbrica di robot-poliziotti.

I robot sono deputati alla sorveglianza delle masse, costantemente “sedate” per contenere gli istinti aggressivi e sessuali. Ogni crisi viene sbrigativamente affrontata in confessionali elettronici da OMM, una divinità computerizzata che, alle richieste di aiuto, risponde tramite commenti registrati in cui invita al lavoro e al consumismo. Chiunque alzi la testa o pretenda ulteriori spiegazioni è passibile di arresto, o in casi estremi brutalmente pestato dalla polizia (a volte persino in diretta televisiva).

THX 1138 scopre di amare la propria “compagna di appartamento” LUH 3417 (Maggie McOmie) – nata in modo naturale e vista perciò con sospetto –, che gli sottrae i sedativi per “svegliarlo” e renderlo consapevole della propria umanità. Lo smarrimento e il disagio iniziale di THX lasciano il posto a un progressivo proposito di fuga, accentuato dal dolore per la “distruzione” di LUH di cui è responsabile il controllore SEN 5241 (Donald Pleasence), che li ha scoperti a fare sesso e che vede in THX un probabile alleato con il quale evadere. Per avere interferito con il computer, cercando di farsi assegnare THX come nuovo “compagno di appartamento”, anche SEN viene incarcerato insieme allo stesso THX in una sconfinata prigione bianca.

Vari incontri si susseguono nel cammino di THX in questo non-luogo: stralunati personaggi come SRT, stanco di lavorare come ologramma per la TV tridimensionale, sono in grado di ispirarlo e guidarlo nella fuga.

THX resterà infine solo; rubata un’autojet antisommossa, scapperà superando i vari livelli che lo separano dalla superficie, inseguito dai robopoliziotti in una operazione di caccia che verrà tuttavia interrotta stupidamente per “avere superato il budget” stanziatole.

L’emersione dal sottosuolo rivelerà una sorpresa: non ci sono (ci sono mai state?) ceneri nucleari, ma una splendida alba sulla quale si staglia la sagoma di THX, novello Adamo.

Commento

George Lucas, il mitico tycoon, l’inaccessibile creatore di Guerre Stellari, la saga cinematografica più famosa di tutti i tempi (quella che ha aperto finalmente un canale comunicativo “sereno” con il grande pubblico, poco avvezzo fino ad allora alla Fantascienza), qualche anno prima fu l’insospettabile ideatore de L’Uomo che fuggì dal Futuro (THX 1138), un piccolo gioiellino da cui poi sembrò prendere le distanze con film più tranquillizzanti e remunerativi.

È la storia del riscatto di un numero che diventa uomo. La rasatura a zero della società futura, proposta in quest’opera del 1971, più che la paura dei pidocchi rispecchia la paranoia che si respirava alla fine dell’era hippie, la crescente repressione, i disordini e i conflitti dei “capelloni” con la polizia. Ecco allora questo mondo sotterraneo, questa sorta di enorme prigione-ospedale (psichiatrico), dove i “capelloni” non ci sono più, e robopoliziotti sono preposti alla vigilanza e al mantenimento dell’ordine. Sembra che la probabile catastrofe atomica (ma nessuno è davvero a conoscenza di ciò che è successo) abbia finalmente favorito la vittoria dello stato sull’individuo, determinando la “serena” instaurazione di una dittatura morbida, assai simile al rapporto paziente-malato. La salute fisica e mentale delle “matricole”, funzionale al rendimento in sterili occupazioni lavorative (incentrate principalmente sul Controllo), sembra il perno di un ordine disumanizzante. Affinché tutti “cooperino” e non creino problemi, ogni pulsione e desiderio vengono purgati farmacologicamente; e, dove ciò non bastasse, il ricorso alla violenza è ritenuto un male necessario (le bastonate dei robot sono lo specchio degli scontri consumati all’epoca). Il conforto religioso è affidato a una immagine iconografica programmata con pochi vocaboli, il cui compito è lavare il cervello del malcapitato e riportarlo su una asettica retta via di operosità e moralità.

Un mondo “perfetto”, dunque, automatico, in cui fatica, dolore e passione sono annullati e ogni energia è impiegata a sostenere in realtà un asettico e atemporale vuoto pneumatico. È in fondo la degenerazione dell’utopia di perfezione a cui tendiamo anche noi quotidianamente ottimizzando il più possibile la nostra vita e mediandola sempre più con apparecchiature in grado di controllarla.

La fuga di THX 1138 verso la superficie possiede i germi dei futuri, contorsionistici inseguimenti spaziali di Guerre Stellari, insieme a una particolare qualità onirica: ricorda molto i sogni, con la progressiva liberazione dall’angoscia e fuga verso la libertà. L’ultimo livello, popolato da creature primitive, testimonia l’emancipazione di THX dalla sovrastruttura tecno-farmacologica, il recupero di uno stadio primordiale: oltre, sarà la giungla, la natura primigenia, il nuovo inizio.

L’Uomo che fuggì dal Futuro più che un film sul futuro è un film dal futuro. Un reperto, secondo le intenzioni di Lucas, in grado di fornirci informazioni sul nostro presente. In 35 giorni e con un budget ridotto all’osso, sotto la supervisione di F.F. Coppola (di cui si sente in più momenti l’influsso) Lucas compie un miracolo stilistico tuttora insuperato e insuperabile. L’ansia di rendere spettacolare, di forte impatto, quel poco a disposizione, porta il giovane regista a sperimentare ogni soluzione possibile, estetica e tecnica: labirinti sotterranei ricavati da una metropolitana in costruzione, spazi comuni che in realtà sono centri commerciali o centrali nucleari… e poi l’utilizzo del Techniscope, un particolare procedimento fotografico della Technicolor praticamente in disuso, che era in grado di simulare una immagine panoramica tramite suddivisione di un normale fotogramma in due fotogrammi rettangolari “pseudopanoramici” (con un notevole risparmio di pellicola). La granulosità risultante dall’anamorfizzazione forzata, e l’uso di veri interni imprimeranno ancor più realismo a questo “documentario” che rifiuta però ogni casualità e imprecisione, concentrando in ogni inquadratura un rigore riscontrabile solo in maestri come Kurosawa. Anche la colonna sonora è innovativa; Walter Murch crea un sottofondo dove musica ed effetti sonori si fondono senza un confine preciso: brani dal repertorio classico sono rallentati, velocizzati, stravolti con suoni naturali o artificiali. Il risultato è un film la cui atmosfera “orientale” non consente una immediata comprensione di tutte le immagini, da decodificare secondo lo spirito di ciò che si osserva.

I futuri, dispendiosi progetti hollywoodiani di Lucas ricordano solo a tratti quell’“oscuro scrutare” così tipico di un film come L’Uomo che fuggì dal Futuro, la cui visione risulta ancora adesso in grado di sbalordire per lucidità e modernità espressiva. Oggi quel “minimalismo spettacolare”, quella povertà cromatica e sonora (talvolta necessaria per gli scarsi mezzi, ma genialmente “invisibile”) è imitata sempre più da film sci-fi indipendenti. Probabilmente Lucas all’epoca non ne fu consapevole: non credette allora (o forse sì, inconsciamente) di realizzare il suo personalissimo capolavoro, e di questo film non si sentì parlare più per oltre trent’anni, relegato in rarissime visioni televisive notturne e ancor più rare apparizioni in sperduti Cineclub. L’Uomo che fuggì dal Futuro cadde nell’oblio, ma la sua fama crebbe esponenzialmente. Persino durante le riprese, Lucas si era reso conto di aver dato vita alle sue pulsioni più nascoste (quasi come THX!), la cui rappresentazione era talmente perfetta e compiuta da spingerlo a cambiare poi direzione, verso film più di cassetta; la sua opera più sperimentale, probabilmente quella in cui la sua personalità emerge con grande potenza visionaria e violenza espressiva, era tale da obbligare a una immediata corsa ai ripari con i più rassicuranti American Graffiti e appunto Guerre Stellari, operazioni anche più gratificanti sul piano commerciale, e tutto sommato di eccellente fattura. Il proseguire su una strada tanto reazionaria avrebbe spaventato e forse tuttora spaventa Lucas, che solo recentemente sembra aver compreso di aver dato vita a un classico: la recente riedizione cinematografica del 2004 comprende un sontuoso restauro digitale con la reintegrazione di sequenze a volte molto forti e disturbanti.

Come per eccessivo zelo, forse per la paura di aver osato troppo, ecco allora l’aggiunta – visivamente eccitante ma probabilmente inutile – di scene ad alto tasso di effetti speciali, poiché “George Lucas” ora vuol dire prodotti a effetti speciali, è un marchio di fabbrica dovuto e atteso. Ma non lamentiamoci, il film ora ha la veste che si merita e non è “moribondo” come tanti sfortunati prodotti dimenticati dai loro autori.

L’avventura commerciale di questa pellicola, la sua parabola temporale, testimonia la lotta di due uomini per la conquista della libertà: THX infine ci è riuscito, Lucas ancora no. Infatti, subito dopo l’edizione in DVD e le dichiarazioni di un sospirato ritorno a un cinema puro e semplice, il regista si è rifugiato di nuovo in costosi e oramai ripetitivi progetti. Che il paravento del kolossal e i muscoli delle superproduzioni nascondano forse una personalità ipersensibile, le cui paure e ossessioni più nascoste (e più efficacemente espresse, se lasciate libere) non debbano assolutamente vedere la luce? Meglio non scandalizzare troppo l’opinione pubblica con prodotti ribollenti di creatività ma reazionari?

Dopo la creazione de L’Uomo che fuggì dal Futuro esistono dunque, a guardar bene, due Lucas, il cui conflitto a volte è combattuto all’interno degli stessi singoli film. Ci sono schegge, segnali, momenti disseminati ovunque nel suo repertorio cinematografico successivo, di una certa “pericolosità” (per un prodotto hollywoodiano): ma subito dopo ritorna l’azione, e ci dimentichiamo che Luke è entrato nella grotta a incontrare il suo più grande nemico, se stesso. Scene come questa all’interno di un blockbuster come L’Impero colpisce ancora sono piccole perle di ciò che Lucas sarebbe potuto essere, ma non è stato. L’incontro con la sua parte oscura è rinviato, e forse per sempre.