Ma gli Androidi sognano Pecore Elettriche?
  • L’uomo Stocastico

    L’uomo Stocastico (The Stochastic Man | 1975) di Robert Silverberg Anteprima testo 1 Siamo venuti al mondo accidentalmente in…

    L’uomo Stocastico
  • La Città Labirinto

    La Città Labirinto (The Man in the Maze | 1969) di Robert Silverberg Anteprima testo Da nove anni Muller…

    La Città Labirinto
  • Gilgamesh

    Gilgamesh (Gilgamesh the King | 1984 | aka Gilgamesh) di Robert Silverberg ROBERT SILVERBERG E LA HYSTORICAL FANTASY Silverberg…

    Gilgamesh

Ma gli Androidi sognano Pecore Elettriche?

“If you’re not human, then it’s all different.”

San Francisco – Gennaio 2021

Rick Deckard è un cacciatore di taglie. La sua è una vita squallidamente ordinata, in una città affondata nella polvere radioattiva di un pianeta ormai semi-deserto e coperto di macerie. Dopo il disastro atomico, chi vuole sopravvivere deve emigrare su altri pianeti, e chi resta è condannato ad una lenta morte da radiazioni.

Emigrate o Degenerate, è l’appello impietoso delle autorità. I sintomi sono l’alterazione delle capacità intellettive, che rende “chickenhead” (cervello di gallina), seguita dalla deviazione genetica, spettro di possibili mutazioni della specie. La sorte di chi viene colpito, nonostante l’uso della Braghetta in Piombo Montybank, è la sterilizzazione e la conseguente cancellazione dalla società; poi, inesorabile, sopravviene la totale disgregazione fisica e mentale. Rick Dekard vive in un mondo inchiostro e cenere, in cui il sole non è più visibile e il genere umano è ormai alla fine, destinato a scomparire sotto i rifiuti, la “palta” che giorno dopo giorno implacabilmente soffoca ogni cosa. Il suo bersaglio sono gli androidi, costruiti per rendere accettabile ai coloni la vita su altri pianeti, il cui capostipite è naturalmente un soldato-robot figlio del conflitto di cui nessuno ricorda più il vincitore. Questi “mecha” sono nient’altro che sofisticati congegni bio-elettronici sempre più perfetti, dotati di esistenze plausibili e falsi ricordi, il cui desiderio è tuttavia tornare clandestinamente sulla Terra. Rick Deckard ha il compito di individuare e “ritirare” questi scomodi figli della tecnogia umana, troppo simili ai loro creatori e quindi pericolosamente indistinguibili; l’unico particolare che li differenzia è la mancanza di empatia, cioè di consapevolezza e di partecipazione emotiva verso qualsiasi cosa. Almeno così sembra. Ma ad un certo punto questo equilibrio si spezza, quando Deckard riceve l’incarico di ritirare, “terminare” si potrebbe dire, un gruppo di replicanti particolarmente evoluti e… praticamente umani.

In un mondo in cui tutto muore, l’unico valore a cui quel che resta dell’umanità rimane tenacemente attaccato è proprio il senso empatico di condivisione dei sentimenti, ricreato e rafforzato artificialmente mediante le scatole del Predicatore Wilbur Mercer. Oppure attraverso la cura di animali elettrici, copie robotizzate di quelli veri ormai quasi del tutto estinti. Quello che l’Agente Deckard non può prevedere, che nessuno può prevedere, è la odd ratio del fattore umano: se una pecora elettrica è sufficiente per affermare il proprio stato sociale o per ricreare artificialmente quello che prima dell’armageddon era un normale e comune sentimento dell’uomo, allora è possibile affezionarsi e forse amare anche un androide.

È una lunga giornata quella che aspetta il protagonista di questo romanzo (scritto da Dick nel 1968, in piena guerra fredda e neo-sviluppo tecnologico), giornata in cui la realtà sembra disgregarsi in un mosaico confuso all’interno del quale i replicanti sembrano più umani, per certi versi, degli uomini veri e propri. Deckard perde a poco a poco la sua capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale, compresa la sua stessa natura: l’incontro con Rachael, androide senza saperlo, lo porterà alla scoperta di un nuovo e angosciante modo di essere “vivi”, tema che compare anche in un altro racconto assai vicino a questo, “La formica elettrica”, in cui il protagonista, un confuso presagio di The Matrix, scopre di non essere un uomo ma un androide.

L’interrogativo di fondo è, infatti: “se Dio ha creato l’uomo a sua immagine, cosa succede quando è l’uomo a creare sé stesso?” O meglio: “cosa significa essere umani?” La confusione di ruoli che ne deriva provoca nel protagonista di D.A.D.O.E.S. una catena di pensieri secondari, in cui la sua stessa umanità viene messa in discussione: androidi che hanno paura ammirando per l’ultima volta l’Urlo di Munch; umani incattiviti e schiavi dei modulatori d’umore, senza i quali la sopravvivenza nervosa è impossibile; replicanti che, in una delle scene più crudeli del libro, si mettono a mutilare per curiosità un preziosissimo ragno vero; impiegati statali che sognano di arrivare a possedere una pecora viva al posto di quella elettrica, finta, che hanno sul tetto di casa. E, accanto a questi, la tenera figura di Isidore, contaminato, cervello di gallina e subumano, tuttavia con una sua altissima dignità; forse l’unico capace ancora di provare sentimenti come simpatia, compassione, amicizia. Isidore è il solo che ha il coraggio di ascoltare il “rumore del silenzio”, la voce del vuoto sconsolato che lo circonda come un’infinita scarica elettrostatica, in cui nulla è in grado di opporsi all’entropica avanzata della palta, del disordine indifferenziato che tutto inghiotte; ed è l’unico che cerca, disperatamente, di combattere per il proprio spazio di vita. Disprezzato dagli stessi androidi, Isidore rappresenta l’ultimo esempio di umanità perduta, capace di spegnere il televisore e cercare, faticosamente, un contatto reale.

I livelli di lettura di questo romanzo sono molteplici, da quello avventuroso-futuristico, perfetto per la trasposizione hollywoodiana di Blade Runner, passando dal cyberpunk fino a quello mistico religioso. Il denominatore comune, nell’universo sgretolato di Dick, è che tutto è falso, diverso da quello che sembra e che dovrebbe essere: gli androidi sono l’imitazione fasulla dell’uomo, a metà tra una nuova forma di schiavitù e una minaccia disumana per i loro stessi costruttori; il conduttore dell’unico e onnipresente programma televisivo, Buster Friendly and his Friendly Friends, è in realtà un androide, e rivela l’inganno che lui stesso rappresenta; gli uomini, i poliziotti, come Phil Resch, appaiono più freddi e cinici dei loro “obiettivi” da ritirare, e anche l’identità umana di Deckard, in un passo del libro, viene messa in discussione. Anche la religione è un trucco, o meglio un trucco nel trucco, perché il predicatore virtuale Mercer e la sua rassegnazione cosmica sono in realtà il frutto di un vecchio studio cinematografico ormai inghiottito dalla palta, e tuttavia l’attore-Mercer esiste ed ha una sua verità religiosa da rivelare:

“Questa è la condizione della vita: essere costretti a violare la propria identità. Prima o poi, ogni creatura vivente deve farlo. È l’ombra finale, la sconfitta della creazione.”

Leggendo il romanzo, sembra di affondare in sabbie mobili fatte di specchi, dove le cooordinate sfuggono e cambiano in continuazione. Fantascienza, sicuramente, ma la componente fantascientifica è, in ultima analisi, superficiale, un vestito duttile per rendere corporee le incertezze della psiche. Le ingegnose tecnologie non vengono spiegate, hanno il loro senso solo nell’evocazione della non-realtà dickiana, di cui l’androide costituisce l’esempio più ricorrente, il lato più oscuro, il simbolo della definitiva perdita d’identità.

È curioso come gli aspetti marcatamente tecnologici del romanzo di Dick, antecedente all’era del computer, ne preannuncino alcuni aspetti verosimili e inquietanti: la empathy box (con schermo e manopole) – per connettersi in rete si potrebbe dire – la televisione che si insinua ad occupare il vuoto lasciato dalla vita tangibile, la creazione di un vero e proprio mondo alternativo virtuale che implacabilmente si fonde con quello reale fino a prenderne il posto. In Modello Due, l’androide ha come obiettivo crudele e immotivato la spietata estinzione della razza umana, e in Impostor ne è l’inconsapevole strumento, ma in D.A.D.O.E.S. si osserva una svolta: le “intelligenze artificiali” capiscono di essere tali pur sognando di essere umane, tuttavia rimangono comunque e sempre un’imitazione della Creazione. Se in Asimov troviamo un positivismo tecnologico che prevede comunque un progresso, il futuro di Dick non concede scampo: con i suoi androidi e i loro sogni artificiali, egli descrive i lati più oscuri della psiche umana, l’intrusione sempre più pressante di altre realtà parallele. In un saggio del 1976, l’autore californiano scrive: “…l’intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità, che ci sorridono tendendoci la mano. Ma la loro stretta è quella della morte, e il loro sorriso è di un gelo tombale.”

Si perde quindi il contatto con il mondo “vero “ (come viene detto angosciosamente ne Il mondo di Jon), le visioni diventano sempre più tangibili e rendono la realtà un universo di ombre vaghe e indistinte, offuscato da qualcosa di “altro” che, inesorabilmente, cresce.

Nel momento in cui Deckard si rende conto di provare pietà (e non solo) per gli androidi che deve eliminare, l’empatia esclusivamente umana si è dilatata e il salto è compiuto: il senso stesso dell’amore ne viene contaminato, e il possesso della donna androide, in uno slancio disperato e “contro natura” che lo porterà a tradire la sfinita e nevrotica moglie, rappresenta il culmine di questo processo.

I simulacri moriranno tutti, come vuole la legge, tranne Rachael, che sparirà nel nulla dopo aver ucciso la tanto agognata pecora nubiana del suo amante-persecutore. Ma, quando la lunga giornata di Rick Dekard arriverà alla fine, la sua unica possibile consolazione sarà la ricerca di una qualsiasi forma di vita, reale o elettrica forse non importa, nella solitudine del deserto. La condivisione empatica della sua sofferenza con il resto del mondo è perduta, assieme alla certezza della propria identità e dei propri sentimenti e anche di un ultimo contatto umano con chi ne è stato escluso: persino Isidore, inorridito dal massacro finale, lo rifiuta. All’Eroe non rimane che tornare a casa, e quel che resta dell’umanità proverà ancora a sognare.