Manuale di Zoologia Fantastica
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Manuale di Zoologia Fantastica

Gli animali fantastici sono universalmente presenti nella tradizione popolare, e costituiscono uno degli esempi più precoci di come l’uomo cerchi sempre e comunque di trasformare, attraverso la propria mente, la realtà che lo circonda. In parte Mostro, in parte Meraviglia, la creatura “di là del possibile” popola l’immaginario umano dalle origini, e trova nelle varie mitologie il suo habitat naturale.

Il Manuale di Zoologia fantastica, scritto da J.L. BORGES e dalla sua assistente M. GUERRERO, compie un piccolo e apparentemente semplice excursus in questa terra favolosa, esaminando quasi con discrezione un certo numero di “esemplari” incontrati durante le numerose ed eclettiche letture dell’autore: OMERO e il Talmud, le Mille e Una Notte e la Bibbia, Il Milione, ERODOTO e PLINIO. D’altra parte, lo stesso Borges, parlando della figura del Drago, ci dice: “C’è qualcosa, nella sua immagine, che s’accorda con l’immaginazione degli uomini; e così esso sorge in epoche e latitudini diverse”.

Al di là di quella che potrebbe sembrare un’architettura fin troppo semplice per un autore immenso come Borges, si nasconde un percorso più profondo e carico di significato perché, come lui stesso indica nella sua prefazione: “La zoologia dei sogni è più povera di quella di Dio”. E di conseguenza, gli animali fantastici sono in sostanza molti meno di quelli nati ad opera della Creazione.

Una breve raccolta di creature immaginarie, dalle più classiche alle meno conosciute, costituisce uno spunto per assemblare mitologia e realtà, possibile e impossibile. Accanto ad esseri quasi metafisici, la galleria di Borges presenta veri e propri ibridi mostruosi, creature dell’aria, dell’acqua e della terra in cui l’immaginazione umana sembra aver raggiunto il suo apice: la Chimera e la Manticora, il Grifone e il Drago, il Garuda e il Centauro si ritrovano nelle tradizioni classiche e orientali, e altri esseri ancora scaturiscono dalla creatività di autori come KAFKA, POE, C.S. LEWIS. Accanto a questi, senza altro ordine che quello alfabetico, troviamo esseri a metà tra il mondo vegetale e animale: la ben nota Mandragora il cui urlo porta la pazzia quando viene estratta dalla terra, e il Borametz, simile ad un agnello e divorato dai lupi, che produce un succo del colore del sangue.

Continuando questa visionaria esposizione, appaiono anche immagini di straordinaria bellezza, come le Sirene e i loro incanti, o la levità dei Draghi cinesi, divinità dell’aria, e anche il Simurg, la cui leggenda ricorda quella della Fenice.

Ma non solo. Rappresentando con una mirabile grafia fantastica il pensiero del filosofo GEORGE BERKLEY (secondo il quale non c’è realtà materiale, e il mondo sensibile è solo Idea che esiste fino a quando è percepita) Borges, quasi nascondendosi dietro queste creature meravigliosamente mostruose, illustra come la realtà sia fallace, e le coordinate statiche sulle quali facciamo fondamento siano in realtà illusorie: uno Specchio nello Specchio, e qui il collegamento con un autore surrealista come MICHAEL ENDE è evidente per la dialettica drammatica tra reale e irreale, tra sogno e veglia.

Il Labirinto, l’Infinito, gli Specchi. E il Tempo, non lo spazio, visto come l’unica possibile dimensione. Questi temi onnipresenti nella produzione letteraria di Borges vengono individuati e rappresentati metaforicamente nel “Bestiario” dello scrittore, poeta e saggista argentino, e rivelano nella morfologia comportamentale delle creature illustrate la loro onnipresenza nell’universo.

Il labirinto si ritrova abilmente nascosto tra i ritratti delle creature di questo libro: basta infatti provare a seguire gli indizi che per ciascuno di essi ci vengono indicati, e subito si aprono nuovi livelli di lettura, sempre più profondi, sempre più introspettivi. Alla fine dei quali si potrebbe approdare senza alcun ostacolo proprio alle realtà onirico-surreali del già citato Ende: il Minotauro nel labirinto, in altre parole la paura dell’ignoto (che si rivela poi quella dei nostri lati più oscuri, nascosti nell’ombra e pronti a rivendicare la loro esistenza), è, come dice lo stesso Borges “un abitante mostruoso adatto ad una casa mostruosa”. Sia nella tradizione mitologica narrata nel Manuale, che nella creatura-Hor di Ende, la figura del Minotauro assume il significato di quanto sia solitaria e scura la psiche umana, al punto che la stessa coscienza la rifugge. O meglio “è l’ombra di altri sogni ancora più orribili”. Hor è il Minotauro della nostra mente.

Secondo Borges il Labirinto è anche la metafora del libro, il luogo in cui ci si smarrisce per entrare in un mondo invertito, fatto di mistero e verità superiori. Leggere è un atto creativo quanto lo è scrivere. Il libro esiste nel momento in cui il lettore lo apre e si perde in esso, come la creatura fuggevole che abita la prima stanza della sua esposizione: il ABaoAQu nella Torre di Chitor, vive e si forma se qualcuno si avvicina, si spegne in una forma vaga quando il visitatore si allontana. E non a caso, il giovane Bastian non si limita a leggere La Storia Infinita, ma entra letteralmente nel romanzo fino a diventarne protagonista, una storia nella storia. Ancora Ende, quindi, che senza dubbio è vicino a Borges anche nella creazione della sua personale zoologia fantastica: Ygramul, detta anche Le Molte, assume svariati aspetti fino a diventare un volto con un solo occhio. Uguale ad essa è il Badlanders di Borges, definito un mostro nel tempo, si trasforma in molte cose e in molti esseri.

E ancora, il leone Graogràman, la Morte Multicolore, che produce il nulla e brucia qualsiasi cosa gli si avvicini, è molto simile al Basilisco, che vive nel deserto e crea il deserto con il suo venefico sguardo.

Una presenza più inquietante e sinistra è costituita dagli Animali degli Specchi: la leggenda, originaria della mitologia cinese parla di creature incarcerate negli specchi dalla magia del leggendario Imperatore Giallo, e condannate a ripetere all’infinito tutti gli atti degli uomini. Ma queste imago, in realtà i nostri spettri e fobie interiori, un giorno si riscuoteranno da questo limbo, e invaderanno sanguinosamente la terra.

“Il primo a svegliarsi sarà il Pesce. Nel fondo dello specchio sorgerà una linea sottile(…), poi verranno svegliandosi le altre forme. Gradualmente, differiranno da noi. Gradualmente, non ci imiteranno. Romperanno le barriere di vetro e di metallo, e questa volta non saranno vinte.(…)

Prima dell’invasione, udremo nel fondo degli specchi il rumore delle armi.”.

Molti degli animali (animagi sarebbe meglio dire) proposti da Borges richiamano costantemente la visione dell’infinito: l’Ouroboros, il serpente che si morde la coda rappresenta la circonferenza in cui il principio, secondo Eraclito, coincide con la fine, e quindi è l’immagine che più rappresenta questo concetto. E forse non a caso, l’Auryn di Atreiu è un perfetto ovale, formato da due serpenti legati in un intreccio senza fine. La circolarità in sé esprime la perfezione e l’illusorietà delle dimensioni: esistono nell’immaginario umano creature prive di punti di riferimento, come l’Anfesibena, (doble andadora nelle Antille), uno dei serpenti immaginari descritti nella Pharsalia di Lucano, rappresentata con due teste sprizzanti veleno, gli occhi come candele. Anphisbaena in greco significa “che va in due direzioni”: simbolo dell’inconsistenza della dimensione spazio perché possiede due estremità anteriori. Oppure gli Animali Sferici il cui massimo rappresentante è la Terra stessa, vista da Keplero come un’enorme massa vivente, il cui respiro produce il flusso e riflusso delle maree. Ma se la terra e i pianeti sono il simbolo dell’infinito circolare, il Bahamut, enorme pesce “immenso e risplendente” esprime questo concetto nella sua veste più totale: l’impossibilità dell’infinito di essere percepito nella sua completezza dalla scienza umana.

Altri dichiarano che la terra ha il suo fondamento nell’acqua; l’acqua nella montagna; la montagna nella nuca del toro; il toro in un letto di sabbia; la sabbia in Bahamut; Bahamut in un vento soffocante; il vento soffocante in una nebbia. Il fondamento della nebbia s’ignora.

Le creature della galleria di Borges appaiono nella loro estraneità terribilmente reali e, soprattutto, vive. La narrazione costantemente al presente crea la sensazione di eternità per questi fantasmagorici abitanti del mito, ad esempio l’Idra di Lernia uccisa da Ercole, la cui ultima testa immortale sta ancora sepolta sotto una grande pietra, “odiando e sognando”. Questo probabilmente perché nell’unica dimensione possibile secondo l’autore, il tempo, ogni cosa vive finché è presente nella memoria degli uomini, e scompare quando essa termina. Altri animali, del resto, abitano il tempo di là dalle leggi fisiche: le tre teste di Cerbero, il cane Infernale, rappresentano il passato, il presente e il futuro. Altri ancora consentono i viaggi attraverso il tempo: il Burak, cavalcatura celeste di Maometto, accompagna il Profeta nel suo volo presso l’Unico Dio, e nel farlo rovescia una giara. Al ritorno, da essa non si è ancora versata una sola goccia.

Nell’ultima stanza troviamo un animale apparentemente sconosciuto: lo Zaratàn, un’isola animale, o un’enorme balena, che inganna i naviganti e li trascina con sè nelle profondità degli abissi. Possiede valli e piante verdi, ma è malvagio e astuto: rappresenta l’illusorietà dei sensi, e il Male che si perpetua nel tempo, come del resto ogni cosa. Secondo Borges infatti, questa speciale dimensione è come un fiume che scorre in tutte le direzioni, e il presente è solo l’attimo in cui passato e futuro s’incontrano. E tutti i quadri della sua esposizione fantastica nuotano in questo fiume, assieme a chi li osserva, in ogni tempo e ad ogni latitudine. Sirene, Gorgoni e Ippogrifi forse non potranno più essere considerati con lo stesso distacco dopo aver letto questo Manuale, in quanto possiedono un tacito invito a non fermarsi mai al piano superficiale dell’evidenza. Perché, come dice lo stesso autore:

“Abbiamo sognato il mondo. L’abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, onnipresente nello spazio e fisso nel tempo; ma abbiamo consentito nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdo per sapere che è falso”.