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Matadora

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Anteprima testo

Matadora (1986) di Steve Perry

1

La morte venne a cercarla da un angolo della sala giochi.

Questa volta si trattava di un uomo solo, ma Dirisha — la donna dalla pelle nera — capì che era bene addestrato da come si muoveva; sicuro di sé, e con un perfetto equilibrio. Non lo conosceva ma sapeva che era un ronin come lei, un giocatore della Musashi Flex. Forse l’aveva vista in azione, oppure aveva sentito parlare di lei da qualcuno che la conosceva. E ora voleva metterla alla prova. La solita storia.

Maledizione.

Qualcuno poteva rimetterci la pelle, Dirisha lo sapeva, e la morte aveva solo due contendenti tra cui scegliere. Ma non era un campo di battaglia quello su cui lei avanzava verso il suo potenziale assassino, soltanto una sala buia delimitata da file di proiettori olografici e padiglioni di tiro. A parte lei e il suo avversario l’ambiente era completamente deserto. Era per questo che l’aveva scelto. Si muoveva bene, quel gigante dalla pelle gialla come il tè e i capelli biondi, ma per una donna con la sua esperienza era un bersaglio praticamente immobile.

Dirisha fece un cenno con il capo, rassegnata. — Armati? — chiese.

Lui scosse la testa. — No. Facciamolo a mani nude.

— D’accordo. — Se quel tipo era veramente in gamba doveva avere portato almeno una mezza dozzina di armi. Poteva avere un disco rotante, una lama ricurva, capsule esplosive, forse addirittura una penna a proiettili come quella che aveva lei. Ora teneva le mani aperte e vuote davanti a sé, ma ciò non significava nulla. Se le cose si fossero messe male poteva sempre ricorrere all’aiuto di qualche mezzo esterno. Lei stessa non avrebbe esitato a farlo. L’importante era sopravvivere, non combattere lealmente, ma prima di tutto bisognava studiarsi…

Faccia-di-tè fece scivolare il piede sinistro in avanti di qualche centimetro e ruotò lentamente il corpo. Sollevò le mani, la sinistra più in alto rispetto alla destra, e irrigidì le dita, piegando i pollici all’ingiù. Era a quattro metri da lei.

Dirisha si rilassò in una posizione neutrale e osservò con calma Faccia-di-tè, cercando di capire il suo stile. Era chiaro che intendeva usare una delle tecniche di assalto classiche… probabilmente l’unica che conosceva. Forse era molto esperto, ma la sua posizione rivelava più del necessario; un ronin veramente abile avrebbe tenuto nascoste le sue intenzioni fino all’ultimo momento.

Faccia-di-tè avanzò di mezzo metro, muovendosi con il tipico passo lento della boxe militare. “Karate o Kung-fu” pensò Dirisha. O una delle innumerevoli varianti. Doveva essere molto forte, a giudicare dalle dimensioni dei muscoli. Probabilmente colpiva con grande potenza, affidando alla forza le sorti del combattimento. Molto bene. Dirisha non doveva aspettarsi niente di speciale. Le sarebbe bastato semplicemente attendere le sue mosse in uno stato di trance autoindotto, abbastanza leggero da non annullare le sue tecniche di combattimento. Se non si era sbagliata avrebbe avuto ragione di lui con facilità, forse addirittura senza ucciderlo o ferirlo in modo permanente.

Faccia-di-tè si avvicinò ancora di mezzo metro, scivolando sulle mattonelle polverose. Il lampo azzurro di uno stroboscopio olografico gli sferzò il viso costringendolo a strizzare gli occhi. Lo stesso bagliore si rifletté scintillando contro la pelle scura di Dirisha.

“È nervoso” pensò lei. Era un brutto segno, ma non aveva paura. Era perfettamente addestrata in quattro arti marziali e abbastanza esperta in molte altre. Poteva soltanto vincere o perdere, tutto qui. Se avesse applicato in maniera corretta le sue tecniche avrebbe escluso ogni possibilità di sconfitta. Fare più di quello che sapeva era impossibile; di meno, impensabile.

Faccia-di-tè strisciò ancora più vicino, quasi all’interno del proprio raggio di azione, ma sempre fuori della portata di Dirisha. Per un attimo lei si soffermò a pensare all’uomo che aveva di fronte. Quali erano le sue considerazioni? Ciò che poteva vedere di lei non diceva molto; una donna alta, sulla trentina, pelle color cioccolato e occhi verdi, con un body rosso e una tunica, e un atteggiamento rilassato e sicuro. Non poteva immaginare quali cose avesse fatto, dove era stata, le motivazioni che l’avevano spinta a diventare quello che era. Niente di niente. Per Faccia-di-tè lei era solo un’altra giocatrice, una discepola dell’antico guerriero Musashi alla ricerca della perfezione marziale. Una nuova sfida personale. Una battaglia all’ultimo sangue.

Per un breve istante Dirisha considerò l’idea di voltarsi e fuggire. Le sembrava inutile combattere contro quell’uomo, assurdo continuare il gioco cominciato una decina di anni prima sul pianeta Mti. Ricercava la perfezione, d’accordo, ma quel metodo le pareva ormai superato. Aveva imparato da tempo a evitare il combattimento quando poteva, specialmente contro degli avversari inesperti. All’inizio la competizione la eccitava, le faceva cantare il sangue nelle vene. Persino quando perdeva ed era costretta a trascorrere giorni o addirittura settimane curandosi le ferite, accettava come necessario quell’aspetto del gioco. Era parte di un ruolo scelto volontariamente. Ma adesso? Adesso voleva solo imparare ad essere lasciata in pace. Evitava gli altri giocatori quando li incontrava, non lanciava mai una sfida, abbassava gli occhi passando davanti alle palestre di arti marziali. Ma purtroppo gli altri ronin avevano sentito parlare di Dirisha, e anche quelli che non la conoscevano si accorgevano della sua abilità semplicemente vedendo come si muoveva. Tanto valeva che si portasse appresso un’insegna luminosa per sfidarli a misurarsi con lei e mettere alla prova le proprie capacità.

Il sibilo di un’ispirazione troppo rapida la richiamò dai suoi pensieri. Faccia-di-tè era quasi pronto ad attaccare.

Esternamente, Dirisha non diede segno di essersene accorta, ma dentro di sé iniziò la ricerca dell’autotrance…

Faccia-di-tè si distese e sferrò un pugno diretto alla gola di Dirisha. Un colpo mortale, che poteva fracassarle la trachea. Lei ruotò sulla destra e puntò saldamente i piedi a terra, afferrandogli il braccio. Applicò l’Atema Wasa Seconda, una presa con torsione eseguita con entrambe le mani. Faccia-di-tè perse l’equilibrio e scivolò in avanti. Se non avesse saputo come cadere sarebbe stata la sua fine, ma piegò prontamente la spalla e rotolò su se stesso, rialzandosi con una mezza giravolta di fronte a Dirisha. Quella mossa lo salvò, ma ormai lei aveva studiato il suo attacco e il suo recupero, e aveva capito la cosa più importante. Faccia-di-tè non aveva speranze. Il combattimento poteva considerarsi concluso.

— Cosa ne diresti di accettare una patta, amico? Facciamo finta di aver scherzato.

Lui scosse la testa, rabbiosamente. — No!

Dirisha avrebbe voluto sospirare, ma si trattenne. Quel tipo valeva davvero poco, molto meno di quanto avesse pensato. Si muoveva abbastanza bene, d’accordo, ma era più pericoloso da fermo che in azione. Una circostanza piuttosto insolita, ma non impossibile. A quel punto, un ronin esperto avrebbe compreso i propri limiti e se ne sarebbe andato. Qualsiasi altra scelta avrebbe comportato guai: guai seri.

Faccia-di-tè lanciò un urlo gutturale e si spostò lateralmente, preparandosi al secondo attacco. Questa volta fu abbastanza saggio da sferrare un calcio basso, ma carico di eccessiva potenza e troppo lento. Il suo piede si staccò da terra, diretto al pube…

Dirisha eseguì una rapida rotazione dell’anca e in un attimo fu alle sue spalle. Serrò la destra e lasciò partire il pugno, affondando le nocche nella schiena, appena sopra il rene sinistro. Sentì Faccia-di-tè gemere mentre l’aria usciva con veemenza dai suoi polmoni. Senza dargli il tempo di riprendersi, Dirisha alzò il piede sinistro e lo colpì con forza dietro il ginocchio. La gamba del gigante cedette e Faccia-di-tè si abbatté pesantemente sulle mattonelle. Lei sentì l’osso scricchiolare, ma l’uomo riuscì ugualmente a sgusciare via rotolando di nuovo su se stesso. Quando si rialzò il suo peso poggiava su una gamba sola; quella che Dirisha non aveva colpito. Sul suo viso era scolpita una smorfia di dolore.

Era improbabile che Faccia-di-tè avesse abbastanza forza nella gamba con la rotula fracassata per tentare un altro attacco. Poteva avanzare saltellando sull’arto ancora sano, ma non gli sarebbe servito a molto. Nel migliore dei casi il dolore l’avrebbe costretto ad arrendersi. Certo, con un poco di collante ortostatico l’osso sarebbe tornato come nuovo, ma per il momento l’avversario di Dirisha era fuori combattimento.

— Le danze sono finite, amico — gli disse. — Lascia che chiami il pronto soccorso…

Faccia-di-tè infilò la mano nella tasca della tunica ed estrasse un cilindro esplosivo a un solo colpo. Ruotò il braccio, puntandolo verso di lei…

Dirisha colpì con le dita la fibbia della cintura e strappò la freccia kinzoku dalla sua fondina nascosta. La lanciò sottomano, seguendo con il braccio la direzione della freccia — un movimento fondamentale — e si tuffò subito all’indietro con una capriola acrobatica. La carica di…

Matadora - Copertina

Tit. originale: Matadora

Anno: 1986

Autore: Steve Perry

Ciclo: Matador #2

Edizione: Mondadori (anno 1987), collana “Urania” #1055

Traduttore: Guido Zurlino

Pagine: 140

Dalla copertina | Su diversi mondi della Confederazione Galattica, il nome di Emil Khadaji è ormai leggenda: le sue gesta sul pianeta Greaves, già narrate in L’uomo che non sbagliava mai (Urania 1035), hanno spinto molti altri oppositori della Confederazione a sollevare la testa e a unire le loro forze, in attesa del momento migliore per sferrare un colpo decisivo. E intanto, sul pianeta Renault, una strana scuola nota come Villa dei Matador addestra i migliori combattenti a corpo libero della galassia, i migliori discepoli di Emil Khadaji. E’ qui che la bella e pericolosa Dirisha Zuri viene infine ad affinare le sue tecniche di combattimento, sotto la guida del misterioso maestro Pen, disposta a tutto pur di diventare una Matadora… perchè ai migliori Matador la scuola conta di assegnare un incarico disperatamente necessario a tutti coloro che lottano per la libertà.

#1 – L’uomo che non sbagliava mai

#2 – Matadora

#3 – La rivolta dei matador