Meteor
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Meteor

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Lo spazio interstellare. Infinito, eterno. Attraversato da eruzioni cosmiche e da incessanti turbolenze. Illimitato scenario d’azione per quei missili infuocati che sono chiamati comete. Nell’antichità le comete terrificavano l’Uomo, che vi riconosceva l’annuncio di catastrofi imminenti. In seguito, rassicurato, ne ha atteso la visita come quella di un vecchio amico. Questa cometa è emersa da dietro il sole attraverso i Cieli alla velocità di 270.000 chilometri l’ora. Non è ancora mai stata osservata dall’Uomo. La cintura di asteroidi. Un’immensa discarica di metallo e rocce in orbita intorno al Sole, tra Giove e Marte. Migliaia di frammenti, alcuni non più grandi di un granello di sabbia, altri delle dimensioni di una città. Tra questi ultimi, Orfeo: 30 chilometri di diametro, inviolato da più di mille anni. Fino ad oggi…

Giustamente massacrato dalla critica dell’epoca, Meteor è un film che alle nuove generazioni può apparire circondato da un alone quasi mitico, ma che agli occhi di chi ha avuto modo di vederlo si dimostra ciò che davvero è: un prodotto dalle alte pretese spettacolari che non riesce però a nascondere la povertà del budget. Considerato il genere di pellicola, infatti, i 16 milioni di dollari spesi per realizzarla sembrano davvero pochi, anche per una produzione del 1979: sono meno della metà di quanto Spielberg impiegò nello stesso anno per realizzare 1941: Allarme ad Hollywood, e poco più di quanto aveva a disposizione Milos Forman per portare al cinema il musical Hair. E tutto sommato è un peccato che la produzione non abbia potuto raccogliere più fondi, perché i nomi che compongono il cast avrebbero meritato di meglio – e in fondo lo avrebbe meritato anche la sceneggiatura di Stanley Mann e Edmund H. North che, pur piena degli errori e delle banalità di rito, risulta comunque più convincente di molti degli innumerevoli epigoni che il cinema hollywoodiano ci ha proposto in seguito.

I discorsi che il soggetto ideato da Edmund H. North intavola sono diversi e certo non originali – dall’inettitudine dei militari alla necessità di Sovietici e Statunitensi di collaborare rivelando i propri segreti militari al Nemico, alla scintilla sentimentale che scocca tra due dei protagonisti – ma ha il grande pregio di non mettere al centro della vicenda un Eroe. Non solo Mann e North hanno evitato di creare un personaggio bigger than life che (magari solo in cuor suo) non vedesse l’ora di prendersi sulle spalle il Destino del Mondo, ma hanno addirittura deciso di non mettere al centro della loro sceneggiatura un uomo che risolvesse in qualche modo la situazione. Fin dall’inizio, la soluzione al problema – l’unica possibile – è evidente a tutti tranne che ai militari, e ciò che il dottor Bradley (Sean Connery) si limita a fare è convincere i sovietici a collaborare con la NASA, e supervisionare la preparazione al lancio dei missili nucleari che distruggeranno il meteorite. Non è lui che capisce per primo cosa bisogna fare, e non è lui che lo fa materialmente; in effetti viene portato a conoscenza del pericolo costituito dal meteorite solo perché è il progettista del satellite statunitense che lancerà i missili.

Gli spettatori abituati ai supereroi travestiti da normali cittadini potranno trovare noiosa questa accortezza di sceneggiatura, ma è in realtà un particolare doppiamente importante. Innanzi tutto “abbassa” il dottor Bradley al livello degli spettatori – rendendolo una persona se non comune, almeno realistica – ed amplifica l’aspetto fatalista della pellicola: l’Uomo non ha il controllo sul Cosmo e può ben poco per proteggere se stesso. Non ci sono atti di eroismo che tengano: è il Caso a mettere a repentaglio l’esistenza della razza umana (una cometa sbriciola un meteorite, proiettando una parte di quest’ultimo in rotta di collisione con la Terra) ed è un caso che gli uomini abbiano pronto qualcosa che li può salvare. È questa una lezione che il cinema catastrofico successivo ha faticato a recepire.

Non solo è più facile creare a tavolino un superuomo (o al massimo un ristretto gruppo di superuomini) piuttosto che un insieme di persone normali, dotate di buon senso e null’altro che le proprie competenze specifiche – ma è enormemente più facile proporre un superuomo su cui il pubblico possa fare affidamento per risolvere la situazione che non delle persone realmente in crisi. Perché se manca l’Eroe, allora il resto del film dev’essere strepitoso per funzionare ugualmente. E se quest’ultimo è il caso della Guerra dei Mondi di Spielberg – il cui protagonista vuole solo salvare la pelle, sbolognare i figli all’ex moglie e che gli altri si arrangino – non è invece il caso di Meteor. La regia dell’esperto Ronald Neame nulla può contro i limiti degli effetti speciali a sua disposizione, e anche l’unica sequenza che si può considerare visivamente davvero riuscita – la valanga che seppellisce un paesino delle Alpi svizzere – non riesce ad essere inquietante come dovrebbe. La povertà della confezione è un difetto troppo grosso per permettere a Meteor di essere uno spettacolo realmente meritevole, agli occhi del pubblico di allora come di quello attuale.