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Natural City

Ci son voluti quasi cinque anni di attività per confezionare Natural City, produzione fantascientifica di matrice coreana che, almeno negli intenti del regista Byung-chun Min, avrebbe dovuto inaugurare un nuovo ‘corso’ nell’ambito della fantascienza. “Finisce l’era di Blade Runner, inizia il mito di Natural City”: questa la presentazione con cui, nel 2003, il lungometraggio era stato proposto nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Un obbiettivo, quello di Min, sicuramente ambizioso ma che, nonostante l’impegno e l’ottima qualità visiva del film, è difficile considerare raggiunto.

Calato in un ipotetico 2080, lo scenario non appare propriamente originale nel tratteggiare un mondo in cui la (fanta)scienza e il progresso tecnologico hanno ormai raggiunto livelli elevatissimi e in cui cyborg realizzati a partire da DNA umano sono perfettamente integrati nella società. Nei ruoli di camerieri, ballerine, soldati troviamo quindi indifferentemente esseri umani oppure automi i quali vivono, pensano e agiscono esattamente come normali cittadini, sebbene animati artificialmente e soggetti a una caducità programmata. Analogamente a quanto avveniva nel 1982 con i replicanti di Blade Runner di Ridley Scott, i cyborg di Natural City hanno vita breve e, all’approssimarsi della loro ‘scadenza’, iniziano a mostrare segni di cedimento strutturale e comportamentale, motivo per cui è prevista la loro rottamazione. Questa triste prospettiva si avvicina anche per la bella Ria, ballerina di cui si è invaghito il poliziotto R. Quest’ultimo, il protagonista il film, non è un vero e proprio eroe, piuttosto una persona controversa, ribelle e difficile da trattare, che non esiterà a scendere a patti con il perverso professor Gyro per garantire la sopravvivenza dell’amata. Rivendendo al mercato nero i chip neuronali di cyborg danneggiati negli scontri a fuoco cui prende parte, il poliziotto cerca disperatamente di raggiungere la cifra sufficiente per garantire a Ria un trattamento all’avanguardia in grado di salvarle la vita: il trapianto dei suoi chip neuronali in un corpo umano geneticamente compatibile. Il corpo individuato appartiene a Cyon, una prostituta dei bassifondi che R incontrerà casualmente e cercherà di usare a proprio vantaggio, ignorando i sentimenti che quest’ultima maturerà nei suoi confronti. Purtroppo, la giovane risulta compatibile anche con il corredo genetico di Cypher, un pericoloso cyborg da combattimento divenuto una sorta di terrorista e a cui la polizia, compreso lo stesso R, dovrà dare la caccia.

Mescolando con abilità un’ambientazione fortemente fantascientifica, movimentate sequenze d’azione e la delicatezza di un dramma romantico destinato a non avere un lieto fine, Natural City riesce a offrire notevoli spunti e a suscitare indubbio interesse.

Innanzitutto il laconico protagonista, impersonato da Ji-tae Yu – sempre nel 2003, uno degli interpreti principali di Old Boy ­–, con il suo comportamento a tratti inspiegabile e irrazionale porta in scena tutto il malessere di una società che, ormai, ha ben poco di naturale. Malgrado l’indole rude e introversa, R è un uomo romantico, devastato dal dolore per le sorti della donna amata, disperato, incapace di accettare una situazione per sovvertire la quale, anzi, cede a impulsi distruttivi e autolesionistici. È particolare come risulti distorta l’importanza che egli attribuisce alla vita, dando la priorità a quella di esseri artificiali rispetto a quella delle persone vere, verso le quali non prova quasi alcun attaccamento. Il mondo è per lui una sorta di prigione in cui vive con disagio, senza amici, senza affetti familiari, una rarefazione ben rappresentata da quell’unica stanza che costituisce la sua casa. Ciò che veramente egli sogna è una fuga verso un mondo migliore e ‘naturale’, esattamente come lasciato intendere dalla simulazione del pianeta Koyo nella quale indugia proprio durante la sequenza iniziale del film. Il mondo reale proposto in Natural City appare infatti alienante e desolato: malgrado il notevole progresso tecnologico, i rapporti umani sono minimi, freddi, quasi vuoti. I sorrisi, al pari dei fiori segretamente coltivati da Cyon, sono ormai merce rara, da ritrovarsi solamente negli anfratti della periferia povera di Mecaline City.

Un altro aspetto di rilievo è rappresentato da un fugace accenno filosofico all’essenza dell’esistenza stessa, snaturata e messa in dubbio proprio dalla presenza dei cyborg identici all’uomo che agognano vivere per sempre. Diversamente, gli esseri umani veri e propri sembrano trascinarsi nel presente, scivolando verso dinamiche autodistruttive, siano queste dettate da sentimenti amorosi, come nel caso di R, da condizioni economico-familiari avverse, vedi Cyon, o da senso di dovere, nel caso di Noma, poliziotto a capo di R e con il quale si verrà a trovare in contrasto.

Ancora, la riduzione dell’individuo a mero automa, ossia a prodotto di consumo da riprodurre in serie, conferisce a tutto il film un’atmosfera di disperata rassegnazione: ecco allora che l’aggettivo ‘natural’ del titolo diventa un’antitesi molto forte, una provocazione per lo spettatore e un’allusione all’ipocrisia che domina nella società.

Ma quello che soprattutto rende merito al film di Min – regista che in precedenza si era fatto apprezzare per Phantom, the Submarine –, è il forte impatto visivo, ottenuto dopo anni di intensa attività di pre e post produzione, investendo enormemente in computer graphic ed effetti visivi. Gli scenari proposti, le panoramiche di una Mecaline City a tratti megalopoli futuristica a tratti povera città portuale, le suggestive immagini di cieli luminescenti e colorati in modo innaturale offrono allo spettatore l’impressione di assistere a un anime ricco di riverberi e tonalità intense. Sensazione acuita dall’enfasi posta in certe riprese e dalla sensibilità orientale del regista, che propone lunghe sequenze mute, inquadrature dal basso che contribuiscono all’idea di una tensione verso qualcosa che nel presente non trova più spazio d’esistere. Pure l’attenzione nel portare in scena veicoli, astronavi, tute da combattimento avveniristiche e abiti ottenuti dalla composizione di materiali differenti sono il frutto di paziente lavorazione, tesa proprio a garantire spessore a una produzione che, indubbiamente, avverte il peso della concorrenza: non va dimenticato che proprio nel 2003 si conclude la trilogia di Matrix dei fratelli Wachowski.

Accanto a innegabili elementi di interesse, Natural City è però gravato da difetti e mancanze che ne hanno penalizzato il successo, fermo restando lo stile narrativo tipicamente orientale fatto di dinamiche diverse da quelle a cui ci ha abituato il cinema hollywoodiano. Ecco allora che la rassegnata atmosfera di sofferenza che accompagna lo spettatore sin dal primo minuto sfociando poi nel triste epilogo può forse apparire troppo soffocante; e gli ammiccamenti al mondo degli anime (da Ghost in the Shell ad Akira, con tanto di fanalini luminosi della moto di R che lasciano la scia sul video) possono risultare ostici a chi non sia avvezzo a tali produzioni.

Il difetto maggiore riguarda comunque la narrazione in sé, che risulta poco approfondita, inanellando scenari suggestivi e cyberpunk ma del tutto fini a se stessi, mentre i riferimenti spazio-temporali risultano blandi e a volte addirittura imbarazzanti. In un simile contesto, la presenza di sequenze particolarmente violente e sanguinolente, vedasi l’incursione solitaria di Noma per contrastare Cyper, oppure di momenti di puro lirismo visivo, con R e Ria a galleggiare nel mare illuminato dalla luna con rimandi all’idea della nascita, finiscono con il disorientare lo spettatore lasciandogli l’impressione di una storia poco coesa e ordinata.

Lo spettacolo promesso sulla carta, quello che avrebbe dovuto inaugurare una nuova era, rispolverando cioè una fantascienza capace di tratteggiare prospettive di vita i cui germi sono già presenti nell’odierna società, scade invece nella superficialità, privo di spessore. La sperimentazione di protesi, di body extender, nonché la realizzazione di veri e propri cyborg sono realtà sempre più ricorrenti in campo medico o militare, e certamente impatteranno in tempi relativamente brevi sul modo di vivere la nostra quotidianità portandoci, magari, a un futuro in cui esseri umani e creature artificiali si troveranno a convivere, come più e più volte descritto nei testi di Asimov e di altri grandi autori di fantascienza. Tuttavia, a differenza di quanto proposto in altre opere, i cyborg di Natural City vengono appiattiti nel ruolo di comparse e spogliati di ogni carisma. Per quanto letale e determinato, ad esempio, Cyper non possiede né la rabbia né lo spessore di un Rutger Hauer che cerca e uccide il proprio creatore, colpevole di averlo condannato alla caducità, o che recita quel “Ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi… ” orami tanto famoso. È piuttosto una presenza algida, funzionale alla trama e a creare un minimo di intreccio, ma per il resto poco significativo. Analogamente accade con Ria, poco più che una bambolina; lo stesso sentimento che la lega a R viene accennato appena, più un amore ideale e platonico che una struggente intimità negata dalla loro differente natura.

Malgrado gli intenti pretenziosi, pur riuscendo a proporre uno scenario futuristico fortemente caratterizzato dal punto di vista estetico e curato nei dettagli scenografici, Natural City fallisce quindi nel coinvolgere e nel veicolare allo spettatore quella storia e quelle emozioni che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto renderlo una pietra miliare del cinema di genere fantascientifico.