Naufragio sulla Terra di Darkover (Darkover Landfall, di Marion Zimmer Bradley)
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Naufragio sulla Terra di Darkover

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CAPITOLO PRIMO

Il carrello di atterraggio era quasi l’ultima delle loro preoccupazioni, ma rendeva seriamente problematico l’entrare e l’uscire. La grande astronave giaceva inclinata in un angolo di quarantacinque gradi, con le scalette di uscita e gli scivoli che non arrivavano fino al terreno e gli sportelli che non portavano da nessuna parte. Non avevano ancora valutato tutti i danni, non del tutto, ma si stimava che metà degli alloggi dell’equipaggio e tre quarti delle sezioni per passeggeri fossero inabitabili.

Era già stata costruita in tutta fretta una mezza dozzina di rifugi rudimentali, come pure era stata eretta una tenda che fungeva da ospedale da campo. La maggior parte, erano stati fabbricati con rivestimento plastico e con ceppi ricavati da alberi resinosi che crescevano sul posto, tagliati con seghe elettriche e con l’equipaggiamento da costruzione preso dai materiali di scorta per i coloni. Tutto questo aveva avuto luogo nonostante le proteste del Capitano Leicester; il quale aveva ceduto solo di fronte a un cavillo di carattere tecnico: i suoi ordini erano assoluti quando la nave era nello spazio; ma su un pianeta, il comando spettava al Corpo di Spedizione Coloniale.

Il fatto che quello non fosse il pianeta giusto era un lato tecnico che nessuno era ancora in grado di valutare.

Era un bel pianeta, rifletté Rafael MacAran, mentre stava ritto sul picco che sovrastava la nave spaziale fracassata, o meglio, lo era quel che si riusciva a vedere di esso, che non era poi molto. La gravità era un po’ inferiore a quella terrestre, il tasso di ossigeno un po’ più alto, e la cosa in se stessa produceva una certa sensazione di benessere e di euforia per chiunque fosse nato e cresciuto sulla Terra: nessun individuo allevato sulla Terra nel ventunesimo secolo, come Rafael MacAran, aveva mai respirato un’aria così dolce e resinosa, o visto le colline lontane attraverso un’aria mattutina così pulita e luminosa.

Le colline e le distanti montagne si levavano intorno a loro in un panorama apparentemente senza fine, piega dopo piega, perdendo gradualmente colore in distanza e diventando prima di un verde pallido, poi di un azzurro più pallido e infine di un viola porpora pallidissimo. Il grande sole era rosso scuro, il colore del sangue versato; e quella mattina, MacAran aveva visto le quattro lune, come grandi gioielli multicolori, sospese sopra le vette delle distanti montagne.

MacAran posò lo zaino, tirò fuori l’equatoriale e cominciò a sistemare il treppiede. Si chinò ad assestare lo strumento asciugandosi il sudore della fronte: Dio, come sembrava caldo dopo il brutale freddo ghiacciato della notte precedente e la neve improvvisa che era arrivata dalla catena montuosa così rapidamente che avevano avuto appena il tempo di ripararsi! E

ora la neve si stava sciogliendo in rigagnoli d’acqua, mentre lui si toglieva la giacca impermeabile di nylon e si asciugava la fronte.

Si raddrizzò, guardandosi intorno, per trovare orizzonti adatti. Sapeva già (grazie al nuovo modello di altimetro, che poteva compensare differenti forze di gravità) che erano a circa un trecento metri sul livello del mare, o a quello che sarebbe stato il livello del mare se ci fossero stati mari su quel pianeta, cosa della quale non potevano ancora essere sicuri. Nella tensione e nei pericoli dell’atterraggio di fortuna, nessuno, eccetto la donna che fungeva da terzo ufficiale, era riuscito ad avere una chiara visione del pianeta dallo spazio, e lei era morta venti minuti dopo l’impatto, mentre stavano ancora tirando fuori a fatica i corpi dal ponte accartocciato.

Sapevano che c’erano tre pianeti in quel sistema: uno era un gigante di proporzioni eccessive costituito da metano ghiacciato; l’altro era una piccola roccia brulla, più una luna che un pianeta, se non si considerava la sua orbita solitaria; poi c’era quello su cui si trovavano loro. Sapevano che era ciò che il Corpo di Spedizione Terrestre definiva un pianeta di Classe M, approssimativamente del tipo della Terra e probabilmente abitabile. Ora si trovavano su di esso ma queste erano tutte le loro conoscenze in merito, fatta eccezione per quanto avevano appurato nelle ultime settantacinque ore.

Il sole rosso, le quattro lune, gli estremi sbalzi di temperatura, le montagne, tutto era stato scoperto nei frenetici intervalli tra l’estrazione dei corpi, l’identificazione dei morti, la sistemazione di un affrettato ospedale da campo e il distaccamento di ogni persona fisicamente abile alla cura dei feriti, al seppellimento dei morti ed alla costruzione dei rifugi di fortuna, mentre la nave era ancora inabitabile.

Rafael MacAran cominciò a tirar fuori gli strumenti di misurazione topografica dallo zaino, ma non si occupò di essi. Aveva avuto bisogno di questa pausa solitaria, più di quanto si fosse reso conto; c’era stato poco tempo per riprendersi dagli shock ripetuti e terribili delle ultime ore: l’atterraggio di fortuna e una commozione cerebrale che sulla Terra lo avrebbe costretto a letto in ospedale. Qui, invece, l’ufficiale medico, preoccupato dei feriti in condizioni peggiori, gli aveva provato rapidamente i riflessi, gli aveva dato alcune pillole per il mal di testa, e se n’era andato verso i feriti più gravi e verso i morenti. Aveva ancora un mal di testa di proporzioni esagerate, anche se l’offuscamento della vista era sparito dopo la prima notte di sonno. Il giorno successivo, come tutti gli altri uomini fisicamente abili e non facenti parti del personale medico o dei corpi ingegneristici della nave, era stato distaccato a scavare fosse comuni per i morti. Poi c’era stato lo shock sconvolgente di trovare Jenny tra loro.

Jenny. Se l’era immaginata al sicuro e in buone condizioni, troppo impegnata nel suo lavoro per cercarlo e rassicurarlo. Poi, tra i corpi semi-irriconoscibili, l’inconfondibile capigliatura argentea della sua unica sorella. Non c’era stato tempo nemmeno per le lacrime, perché i morti erano troppi, ed aveva fatto l’unica cosa possibile: era andato a rapporto da Camilla Del Rey, che sovrintendeva per incarico del capitano Leicester al distaccamento delegato all’identificazione, comunicando che il nome di Jenny doveva essere trasferito nella lista dei morti identificati con sicurezza.

L’unico commento di Camilla era stato un chiaro, tranquillo: — Grazie, MacAran.

Non c’era tempo per la pietà, non c’era tempo per il lutto e nemmeno per espressioni umane di gentilezza. Eppure Jenny era stata amica intima di Camilla, aveva davvero voluto bene a quella dannata Del Rey come ad una sorella; il perché Rafael non lo aveva mai saputo; ma doveva esserci stata una ragione. Si rese conto di aver sperato che Camilla versasse per Jenny le lacrime che lui non riusciva a versare: qualcuno doveva piangere per Jenny, e lui non poteva, non ancora.

Rivolse di nuovo lo sguardo agli strumenti. Se avessero conosciuto la loro esatta latitudine sul pianeta, il suo compito sarebbe stato più facile, tuttavia l’altezza del sole sull’orizzonte avrebbe dato un’idea approssimativa.

Sotto di lui, in un grande avvallamento del terreno, pieno per almeno otto chilometri di larghezza di un basso sottobosco e di alberi stenti, giaceva l’astronave fracassata. Guardandola da quella distanza, Rafael sentì uno strano senso di abbattimento: il capitano Leicester stava lavorando con l’equipaggio per stimare il danno e valutare il tempo necessario per effettuare riparazioni. Rafael non sapeva nulla sul funzionamento delle astronavi: il suo campo era la geologia. Ma a lui non sembrava che quella nave sarebbe più andata da qualche parte.

Poi allontanò la mente da quel pensiero. Questo dovevano dirlo i corpi ingegneristici: loro avevano le cognizioni necessarie e lui no. Aveva visto l’ingegneria fare miracoli in quei giorni. Alla peggio, quello sarebbe stato uno scomodo intervallo di alcuni giorni o di un paio di settimane; poi si sarebbero messi di nuovo in viaggio, e un altro pianeta abitabile sarebbe stato segnato sulle mappe stellari del Corpo di Spedizione per essere colonizzato. Questo mondo, a dispetto del freddo brutale della notte, sembrava estremamente abitabile. Forse avrebbero persino avuto una parte dell’onorario dello scopritore, e questo avrebbe contribuito a migliorare la situazione economica della Colonia Coronis, dove ormai avrebbe dovuto essere.

E avrebbero avuto qualcosa di cui parlare quando sarebbero stati Coloni Anziani, sulla Colonia Coronis, cinquanta o sessanta anni dopo.

Ma se la nave non fosse più decollata…

Impossibile. Questo non era un pianeta segnato sulle carte, approvato per essere colonizzato e già aperto agli stanziamenti. La Colonia Coronis, Delta Phi Coronis, era già sede di un fiorente insediamento minerario. C’era un astroporto funzionante, e un equipaggio di ingegneri e di tecnici che lavorava da dieci anni per preparare il pianeta alla colonizzazione e per studiare l’ecologia. Non ci si poteva sistemare senza essere esperti e senza l’aiuto della tecnologia, su un mondo completamente sconosciuto. Non era possibile.

Ad ogni modo, questo era compito di qualcun altro, e lui avrebbe fatto meglio a svolgere il suo, ora. Fece tutte le osservazioni che poté, le annotò sul suo notes tascabile, imballò il treppiede e cominciò a ridiscendere la collina. Si muoveva facilmente attraverso il pendio disseminato di rocce e il fitto sottobosco, trasportando lo zaino senza sforzo nella leggera gravità.

Era più semplice e facile di un’escursione a piedi sulla Terra; lanciò uno sguardo di desiderio alle lontane montagne. Forse, se la loro permanenza si fosse prolungata per qualche giorno, avrebbero potuto fare a meno di lui e gli avrebbero permesso una breve scalata della catena montuosa. I campioni di roccia e le osservazioni geologiche sarebbero risultate di qualche utilità al Corpo di Spedizione Terrestre e il viaggio sarebbe stato molto migliore di una scalata sulla Terra, dove ogni Parco Nazionale, da Yellowstone all’Himalaya, era soffocato dai turisti portati dai jet per trecento giorni all’anno.

Si credeva che fosse semplicemente giusto dare a ciascuno la possibilità di andare in montagna, e di sicuro i percorsi a scorrimento e gli elevatori installati fino alla cima del Monte Rainier, dell’Everest e del Monte Whitney avevano reso più semplice arrivare là in cima e avere la possibilità di guardare il panorama. Eppure, pensò MacAran con desiderio, doveva essere meraviglioso scalare una montagna davvero selvaggia, senza percorsi a scorrimento e senza nemmeno una sola seggiovia! Aveva fatto scalate sulla Terra, ma ci si sentiva stupidi ad arrampicarsi a…

Naufragio sulla Terra di Darkover - Copertina

Tit. originale: Darkover Landfall

Anno: 1972

Autore: Marion Zimmer Bradley

Ciclo: Ciclo di Darkover (Darkover Series)

Edizione: TEA (anno 2003), collana “TEADue” #1047

Traduttore: Nicoletta Vallorani

Pagine: 220

ISBN: 8850203144

ISBN-13: 9788850203147

Dalla copertina | La ‘Saga di Darkover’ racconta le vicende del quarto pianeta della stella di Cottman, un tempo popolato da una razza non-umana. Qui, in seguito a un naufragio, si stabilisce un gruppo di coloni terrestri che danno vita, nel corso di secoli e secoli, a una civiltà non tecnologica, di stampo feudale e basata in larga misura sulla magia.