Origine dell'Ibrido (Hybrids, 2003) Robert J. Sawyer
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Origine dell’Ibrido

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Anteprima testo

Origine dell’Ibrido (Hybrids, 2003) Robert J. Sawyer

1

“Cittadini americani… e tutti voi esseri umani presenti su questa versione della Terra… è un grande piacere per me, questa sera, rivolgervi il mio primo discorso ufficiale in qualità di nuovo Presidente. Vorrei spendere qualche parola sul futuro della nostra umanità, cioè della specie nota come Homo sapiens, ‘uomo dotato di sapienza’…”

— Mèr — disse Ponter Boddit — sono onorato di presentarti Lonwis Trob.

Abituata a vedere dei neanderthal che erano versioni compatte di Schwarzenegger (definizione del “Toronto Star”), Mary fu molto colpita dall’aspetto del nuovo venuto.

Ponter, un 145, vale a dire un trentottenne, era alto un metro e 60 scarsi, il che lo classificava tra i giganti della sua specie. Lonwis Trob era uno dei pochi sopravvissuti della generazione 138, cioè aveva la stupefacente età di 108 anni, ed era pelle e ossa, per quanto largo di spalle. Tutti i neanderthal, popolo adattato ai climi nordici, erano di carnagione chiara; ma Lonwis di fatto aveva una pelle diafana, con peli radissimi. Anche il cranio, tipicamente neanderthaliano, era calvo al cento per cento.

La caratteristica più sorprendente dei due uomini di fronte a Mary Vaughan però erano le iridi. Quelle di Ponter erano dorate, e Mary non si sarebbe mai stancata di guardarle. Quelle di Lonwis erano segmentate, meccaniche. I suoi globi oculari erano sfere metalliche che emanavano una luminosità blu verdastra.

— Le auguro salute, scienziato Trob — disse Mary. Però non gli strinse la mano, perché non era un’abitudine neanderthaliana. — È un onore conoscerla.

— Senza dubbio — rispose lui. Come di prassi, parlava nella propria lingua e veniva tradotto dall’altoparlante esterno dell’impianto Companion che aveva innestato al polso sinistro.

E che Companion! Mary sapeva che era stato proprio Lonwis, da giovane, a inventare quell’apparecchio (nell’anno 1923 del nostro mondo). Per onorarlo, il suo popolo gliene aveva regalato uno con la mascherina in oro massiccio. Hak, il Companion di Ponter, era in semplice acciaio.

— Mèr è una genetista — disse Ponter. — È stata lei, nella mia prima visita a questa versione della Terra, a dimostrare che io sono un “neanderthal”, come dicono loro. — Prese le dita affusolate di Mary nella propria mano tozza e robusta. — E soprattutto, è la donna che amo. Intendiamo stringere al più presto un Legame tra noi.

ecifrarne l’espressione. Mary spostò d’istinto lo sguardo fuori dalla finestra, al primo piano dell’antico palazzo di Rochester, Stato di New York, in cui il gruppo Synergy aveva installato il proprio quartier generale. La distesa grigia del lago Ontario si prolungava fino all’orizzonte. — Be’… — commentò Lonwis, o almeno così tradusse il Companion. Poi, in tono più gioviale, a Ponter: — E io che credevo di essere all’avanguardia nei rapporti interculturali!

Lonwis era una delle dieci autorità neanderthal che si erano trasferite sulla nostra Terra per impedire ai loro capi di chiudere il varco tra i due universi paralleli.

— Di questo, la ringrazio di cuore — disse Mary. — Come la ringraziamo noi tutti… noi della Synergy. Venire in un mondo alieno…

— … era l’ultima cosa che avrei immaginato di fare, alla mia età — concluse lui. — In barba a quegli zucconi del Gran Consiglio dei Grigi!

— Lo scienziato Trob — disse Ponter — collaborerà con Lou per vedere se è possibile realizzare un computer quantistico, sul modello di quello costruito da me e Adikor, con i materiali disponibili su questa Terra.

“Lou” era Louise Benoît, esperta in Fisica delle particelle. I neanderthal non riuscivano a pronunciare la “i” lunga o accentata.

Louise aveva salvato la vita a Ponter quando lui, la prima volta, si era casualmente materializzato dentro la sfera di acqua pesante all’Osservatorio di neutrini di Sudbury. Durante la quarantena a cui era stata sottoposta insieme a Ponter, Mary e al medico Reuben Montego, Louise aveva potuto imparare molto sul computer quantistico neanderthaliano, che era stato responsabile del contatto tra i due universi paralleli.

— Quando potrò conoscere la scienziata Benoît? — chiese Lonwis.

— Immediatamente — rispose una voce femminile con accento francese. Era lei, sulla soglia: una bruna mozzafiato di 28 anni, tutta gambe, denti bianchissimi e curve. — Chiedo scusa per il ritardo. Oggi il traffico era da suicidio.

Lonwis incassò lievemente la testa, in ascolto della traduzione che il Companion gli forniva tramite il microfono interno alla coclea. L’ultima frase di Louise parve ovviamente assurda.

La ragazza entrò nell’ufficio, e porse la mano. — Buongiorno, scienziato Trob. È un vero piacere incontrarla.

Ponter sussurrò qualcosa all’orecchio di Lonwis, il quale sollevò un sopracciglio, o meglio: corrugò la pelle della fronte glabra. Poi strinse la mano a Louise, ma con l’aria di qualcuno che tocchi un oggetto immondo.

Louise si esibì in uno dei suoi sorrisi più radiosi, anche se non parve fare troppo effetto sull’anziano neanderthal. — Un piacere e un onore — aggiunse. Si voltò verso Mary. — Non ero così elettrizzata dal giorno in cui ho conosciuto Stephen Hawking!

— Il mio tempo è estremamente prezioso — disse Lonwis. — Potremmo darci da fare senza indugio?

— Certo che sì — rispose Louise, ancora radiosa. — Il laboratorio è in fondo al corridoio.

La giovane scienziata uscì, seguita dal collega dell’altro universo. Ponter si accostò a Mary e le diede un’affettuosa leccata sulla guancia. Senza voltarsi, Lonwis borbottò:

— Spicciamoci, Boddit.

Ponter fece spallucce, uscì e chiuse la porta.

Mary andò alla scrivania e si mise a frugare nella pila di carte che la ingombravano. In passato era stata parecchio… inquieta? Gelosa?… In ogni caso, non le piaceva quando Ponter era insieme a Louise. Aveva anche scoperto che i maschi di Homo sapiens qui alla Synergy la chiamavano “Tripla L”: “Louise, La Leccherei”. Adesso però i tempi della gelosia erano finiti. Dopotutto, Ponter era innamorato di lei, Mary, e forse le tette da sballo della fatalona francocanadese non erano in cima alla lista di preferenze dei maschi barast.

Qualcuno bussò.

— Avanti — disse Mary.

La porta si aprì ed entrò Jock Krieger. Alto, asciutto, con i capelli sale e pepe portati alla Ronald Reagan. Per quelli che chiamavano Louise “Tripla L”, lui era “Ronnie”. Di certo c’era un soprannome anche per Mary, ma lei non ne era al corrente.

— Ciao, Mary — disse lui con la sua voce roca. — Hai un attimo?

Mary fischiò. — Ne ho un sacco.

Jock annuì. — Proprio ciò di cui intendevo parlarti. — Si avvicinò e prese una sedia. — Hai portato a termine il lavoro per cui ti avevo assunta: trovare un metodo infallibile per distinguere un neanderthal da uno di noi.

— Mary aveva scoperto che gli Homo neanderlhalensis avevano 24 coppie di cromosomi, contro le 23 degli Homo sapiens.

A Mary accelerò il battito cardiaco. Lo sapeva che quell’impiego da favola era troppo bello per durare. — Vittima del mio stesso genio — disse, cercando di metterla sul ridere. — Però, ecco, non posso tornare alla York University per quest’anno accademico. I miei corsi sono stati assegnati a un paio di assistenti stagionali — e aggiunse mentalmente: “Tra cui un fottuto bastardo”.

Jock sollevò una mano. — Mica volevo rispedirti alla York. Però ti chiedo di lasciare questa sede. Ponter sta per tornare in patria, non è così?

— Già. È tornato qui solo per alcuni incontri alle Nazioni Unite, e per accompagnare Lonwis.

— Be’, perché non vai con lui, quando ripartirà? I neanderthal si stanno rivelando molto generosi nella condivisione delle loro conoscenze in fatto di tecnologia e genetica, ma si può sempre imparare qualcos’altro. Desidererei che soggiornassi piuttosto a lungo… un mesetto, diciamo… tra i neanderthal, per imparare tutto il possibile sulla loro Ingegneria genetica.

Mary avrebbe voluto fare salti di gioia. — Sarebbe stupendo!

— Ottimo. Non so bene come ti potresti sistemare laggiù, ma…

— Sono già stata ospite a casa della compagna del compagno di Ponter.

— La compagna del compagno di Ponter… — ripeté Jock.

— Esatto. Ponter è legato a un uomo di nome Adikor, che è quello che ha costruito il computer quantistico insieme a lui. A sua volta Adikor è legalo a una donna di nome Lurt. Quando i Due non sono Uno… quando uomini e donne vivono separati… io sto con Lurt.

— Ah — disse Jock scuotendo la lesta. — Che simpatici ménage à trois.

— Comunque, la compagna del compagno di Ponter, Lurt, è una chimica. I neanderthal considerano la Genetica come un ramo della Chimica… il che è vero. Perciò Lurt potrà introdurmi nell’ambiente giusto.

— Magnifico. Se accetti di andare nel mondo di là, potremmo ricavare delle informazioni importanti.

— “Se accetto”? — disse Mary, sforzandosi di contenere l’adrenalina. — Il sole accetta di sorgere al mattino?

— Slamane l’ha fatto — rispose Jock con un mezzo sorriso.

2

“E, come voi capite bene, stasera penseremo al nostro futuro, al futuro dell’Homo sapiens. E non solo perché io posso parlare esclusivamente a nome dell’America. No, non solo per quello. Perché, su questo argomento, il nostro futuro e quello dei neanderthal non sono interdipendenti…”

Cornelius Ruskin pensava che quell’incubo si sarebbe ripetuto in eterno: il maledetto uomo delle caverne che arrivava, lo sbatteva a terra e lo mutilava. Ogni mattina si risvegliava madido di sudore.

Dopo l’orrenda scoperta, Cornelius aveva trascorso gran parte della giornata raggomitolato a letto. Il telefono aveva squillato varie volte, e di sicuro avevano chiamato anche dall’Università, ma lui non era in condizione di parlare con nessuno.

Scesa la notte, aveva chiamato la facoltà di Genetica lasciando un messaggio vocale per Qaiser Remtulla. Detestava quella donna, e ancora di più dopo quello che gli era successo, ma si sforzò di mantenere un tono distaccato: stava poco bene, sarebbe stato assente per diversi giorni.

Cornelius controllava continuamente le urine per verificare che non ci fossero tracce di sangue. Ogni mattina si tastava la sutura, e si misurava spesso la febbre; ma, esplosioni di rabbia a parte, la temperatura era normale.

Ancora non riusciva a crederci. Il dolore, anche grazie a massicce dosi di morfina, diminuiva di giorno in giorno. Ma, oltre a riempirsi di farmaci, non aveva idea di che fare. Di certo non poteva farsi visitare dal suo medico… né da nessun altro medico, se era per questo. Altrimenti sarebbe stato impossibile mantenere il segreto: prima o poi qualcuno si sarebbe sentito in dovere di parlare. E Cornelius non poteva permettersi che tutta la verità venisse a galla, come Ponter aveva giustamente sottolineato.

Alla fine trovò le energie sufficienti per trascinarsi al computer, un vecchio 386 che possedeva da prima della laurea. Andava ancora bene per scrivere o inviare e-mail, ma per navigare di solito Cornelius utilizzava i PC dell’Università. Adesso però aveva bisogno di risposte, e che per caricare le pagine quel ferrovecchio ci mettesse pure tutto il tempo che voleva.

Passati 20 minuti, Cornelius ebbe l’informazione che cercava. Nel suo secondo viaggio su questa Terra, Ponter indossava un cinturone medico munito, tra l’altro, di un termo-cauterio laser. Era quello lo strumento che gli aveva salvato la pelle dopo l’attentato all’ONU, e doveva…

Origine dell'ibrido - Copertina

Tit. originale: Hybrids

Anno: 2003

Autore: Robert J. Sawyer

Ciclo: Neanderthal Parallax #3

Edizione: Mondadori (anno 2009), collana “Urania” #1547

Traduttore: Dario Rivarossa

Pagine: 282

Dalla copertina | Mary Vaughan e Ponter Boddit, due scienziati che vogliono avere un figlio. C’è un ostacolo, però: lei appartiene alla specie Homo sapiens ed è nata nel nostro universo, lui è un Neanderthal evoluto e rappresenta la specie dominante di un mondo parallleo. La tecnologia per susperare il gap biologico esiste: è nelle mani di uno scienziato Neanderthal che vive nelle solitudini del suo mondo. Il problema, tuttavia, non è come raggiungerlo, ma come superare la violenza e il razzismo di una pianeta pieno d’odio. Il nostro.

#1 – La Genesi della Specie

#2 – Fuga dal Pianeta degli Umani

#3 – Origine dell’Ibrido