Padrone della Vita, Padrone della Morte (Master of Life and Death | 1957), di Robert Silverberg
  • L’uomo Stocastico

    L’uomo Stocastico (The Stochastic Man | 1975) di Robert Silverberg Anteprima testo 1 Siamo venuti al mondo accidentalmente in…

    L’uomo Stocastico
  • La Città Labirinto

    La Città Labirinto (The Man in the Maze | 1969) di Robert Silverberg Anteprima testo Da nove anni Muller…

    La Città Labirinto
  • Gilgamesh

    Gilgamesh (Gilgamesh the King | 1984 | aka Gilgamesh) di Robert Silverberg ROBERT SILVERBERG E LA HYSTORICAL FANTASY Silverberg…

    Gilgamesh

Padrone della Vita, Padrone della Morte

,

Anteprima testo

1

Gli uffici del Piano per il Controllo della Popolazione, conosciuto uni-versalmente con il soprannome di Poppy, si trovavano tra il ventesimo e il ventinovesimo piano (compresi) del Cullen Building, una mostruosità di cento piani che rappresentava l’esempio tipico dello stile neo-vittoriano del ventiduesimo secolo, nella sua espressione più ridondante e raccapriccian-te. Roy Walton, vicedirettore di Poppy, doveva chiudere gli occhi e chiedere scusa al proprio buon gusto ogni mattina, prima di entrare nell’orrenda tana che molti si ostinavano a chiamare edificio.

Da quando aveva raggiunto la sua posizione, era riuscito a trasformare radicalmente il proprio ufficio… che si trovava al ventottesimo piano, subito sotto il piano del Direttore FitzMaugham… ma con quest’operazione radicale era riuscito soltanto a creare una minuscola oasi nell’edificio esteti-camente ripugnante sul quale i suoi occhi dovevano continuamente posar-si. Non c’era modo di porre rimedio alla situazione, però; Poppy era impopolare, anche se era necessario; e, come il pubblico patibolo di qualche secolo prima, il Piano non pretendeva di avere dei quartieri attraenti.

Così Walton aveva rimosso le decorazioni di cromo iridescente che ap-pestavano le pareti, aveva sostituito alla finestra-caleidoscopio una moder-na finestrella a pannelli, e infine aveva gettato via gli enormi lampadari del soffitto, sostituendoli con un impianto d’illuminazione più discreto e fun-zionale. Ma le stimmate del secolo passato erano impresse indelebilmente sull’edificio e sull’ufficio, e non c’era niente da fare; così andava il mondo, e il buon gusto, tutto sommato, non era mai stato una merce facile da acquisirsi sul mercato.

Era così che doveva andare, aveva finalmente concluso Walton non senza riflessioni profonde – mettendo a tacere il suo offesissimo gusto estetico. Le stimmate del secolo passato erano indispensabili e fatali; dopotutto, era stata l’idiozia collettiva del secolo passato a rendere necessaria l’istituzione di Poppy, e su questo non c’erano dubbi.

Aveva la scrivania carica di rapporti, rapporti che svettavano dappertutto, come una città di grattacieli tascabili; e la marea cartacea era alimentata continuamente dal flusso che giungeva per i condotti pneumatici a ogni minuto che passava. Il lavoro di vicedirettore era un dannato imbroglio, e lui si sentiva truffato, si disse non per la prima volta, stessa responsabilità del Direttore, e metà stipendio. FitzMaugham, lui, poteva pure assumersi la responsabilità totale di Poppy, con lo stipendio che prendeva; ma a lui chi glielo faceva fare, per quello stipendio, e con un compito così infame?

Prese un rapporto da una pila che gli arrivava fin sopra la testa, lisciò accuratamente la carta grinzosa, e cominciò a leggere.

Era un rapporto di Horrocks, l’agente di Poppy che prestava attualmente servizio in Patagonia. Era datato “4 Giugno 2232” – sei giorni prima – e dopo un lungo prologo roboante, caratteristico dell’uomo, affrontava finalmente la parte più importante: “La densità della popolazione rimane bassa, qui: 17,3 per miglio quadrato, molto al di sotto dell’optimum. Si raccomanda come scelta primaria per la ridistribuzione della popolazione”.

Walton era d’accordo. Schiacciò il pulsante del suo dittafono – riproduttore e disse, in tono preciso e sicuro:

— Promemoria del Vicedirettore Walton, ridistribuzione della popolazione da… — fece una pausa, scelse a caso uno dei punti della densità più preoccupante, e continuò — dal Belgio centrale. Si chiede cortesemente al caposezione responsabile del settore una valutazione sull’opportunità di trasferire la popolazione eccedente nelle zone fertili della Patagonia. Raccomandazioni particolari: stabilire delle industrie in quest’ultima regione, per facilitare la ridistribuzione.

Chiuse gli occhi, appoggiò i pollici sulle palpebre e spinse finché non vide un volo di lucciole rosse guizzare davanti a sé, e rifiutò ostinatamente di lasciarsi disturbare dai molteplici problemi suscitati dal trasferimento di molte centinaia di migliaia di belgi in Patagonia. Si costrinse ad aggrapparsi a una delle massime del direttore FitzMaugham, una delle massime che il grand’uomo ripeteva spesso e con liberalità: “Se vuoi conservare la ragione, pensa a quella gente come a pedine su una scacchiera, non come a esseri umani, mai, in nessun caso”.

Walton sospirò. Quello era il più gosso problema di scacchi dell’intera storia umana, e, dall’aspetto attuale della partita, l’esito pareva lo scacco matto entro un secolo, o forse meno. Avrebbero potuto continuare a ridi-stribuire la popolazione solo per quel periodo, muovendosi come quegli sportivi che si lasciano portare dai tronchi sulla corrente, spostandosi da un tronco all’altro… solo per un secolo, poi i guai grossi sarebbero cominciati

“davvero”. Perché quel fiume era in piena, e non c’erano argini sufficienti a tenerlo sotto controllo.

Adesso c’era un altro problema da risolvere. Prese di nuovo il microfono del dittafono.

— Promemoria del Vicedirettore Walton, programmazione di una nuova linea di condotta degli agenti locali: assumere tre segretarie in gamba, per fare un riassunto di ogni rapporto, eliminando le parti superflue e i dati non pertinenti.

Era un passo fondamentale, un passo che avrebbe dovuto essere compiuto già tanto tempo prima. E adesso, con un metro di rapporti sulla scrivania, diventava una necessità vitale. Sì, avrebbe dovuto proprio pensarci prima. Uno degli inconvenienti di Poppy era la sua novità; era stato organizzato così in fretta che quasi tutte le procedure erano ancora allo stadio formativo.

Prese un altro rapporto dal mucchio. Si trattava di un rapporto statistico proveniente dal Centro dell’Eutanasia di Zurigo, e Walton gli dedicò soltanto una rapida occhiata. Durante la settimana precedente, undici bambini subnormali e ventitré adulti subnormali erano stati sottoposti al Sonno Felice.

Questa era la forma più feroce di controllo della popolazione. Walton si-glò con le sue iniziali il rapporto, lo contrassegnò affinché venisse spedito negli archivi, e lo lasciò cadere nel condotto pneumatico.

L’intercom ronzò.

— Sono occupato — disse Walton, impaziente.

— Un certo signor Prior vuole vederla — disse la voce calma dell’operatore. — Insiste nel dire che si tratta di un caso di emergenza.

— Dica al signor Prior che non potrò ricevere nessuno almeno per tre ore. — Walter fissò con aria cupa la catasta di rapporti che, sulla sua scrivania, si alzava sempre di più. — Gli dica che potrò dedicargli dieci minuti alle… be’, diciamo alle tredici precise.

Walton sentì una voce maschile brontolare qualcosa, rabbiosamente, nell’ufficio esterno, e poi l’operatore del centralino esterno del suo ufficio riprese a parlare: — Insiste nel farsi ricevere immediatamente, in relazione a un ordine per il Sonno Felice.

— Gli ordini sono irrevocabili — disse Walton, in tono ancor più cupo.

L’ultima cosa al mondo che desiderava era il vedere un uomo il cui figlio o il cui genitore era stato condannato al Sonno Felice. — Dica al signor Prior che, in questo caso, non posso riceverlo assolutamente.

Walton scoprì che le dita gli tremavano; le strinse a pugno, con forza, cercando di riprendere il controllo dei suoi nervi. Era una cosa normale stare seduto là, in quell’orrendo edificio, e firmare gli ordini di invio al Sonno Felice… ma vedere “di persona” una di quelle persone, e cercare di convincerla della necessità…

La porta si spalancò.

Un uomo alto, dai capelli neri, che indossava una giacca aperta, fece irruzione nella stanza, e si fermò drammaticamente proprio sulla soglia. Subito dietro di lui vennero tre uomini dal viso duro, che indossavano le uniformi grigie della sicurezza. I tre uomini avevano dei lancia-aghi, sfoderati e puntati sull’intruso.

— Lei è l’amministratore Walton? — domandò l’uomo alto e massiccio, con una voce incredibilmente profonda e gradevole. — Il Vicedirettore del Centro? Devo parlarle. Io sono Lyle Prior.

I tre agenti della sicurezza lo raggiunsero e lo afferrarono e cominciarono a perquisirlo. Uno di loro si rivolse a Walton, con aria di scusa.

— Siamo terribilmente spiacenti per questo incidente, signore. Quest’uomo ci è sfuggito e si è messo a correre, ecco tutto. Non riusciamo a capire come abbia fatto a giungere qui, ma ci è riuscito.

— Ah… sì. Mi pare di averlo notato — fece osservare Walton, in tono sferzante. — Cercate di vedere se non progettava di assassinare qualcuno, se la cosa non vi è di troppo disturbo.

— Amministratore Walton! — protestò Prior. — Io sono un uomo di pace! Come mi può accusare di…

Uno degli agenti della sicurezza lo colpì. Walton si irrigidì, e resisté al-l’impulso di rimproverarlo. Dopotutto, l’agente stava soltanto facendo il suo lavoro, niente di più e niente di meno.

— Perquisitelo — disse Walton.

I tre agenti proseguirono nel lavoro iniziato, e agirono in fretta e con competenza. La perquisizione fu un lavoro perfetto.

— È pulito, signor Walton. Dobbiamo portarlo alla centrale di sicurezza, o in basso, nella clinica?

— Né l’una né l’altra cosa. Lasciatelo qui con me.

— È ben certo di…

— Fuori di qui — disse Walton, bruscamente. Mentre i tre agenti della sicurezza si ritiravano, Walton aggiunse, in tono gelido: — E trovate un sistema un po’ più efficiente per proteggermi. Un giorno o l’altro un assassino riuscirà a infilarsi qua dentro, e a raggiungermi. Non che me ne importi un accidente della mia vita, vogliate capirlo; è, semplicemente, che io sono indispensabile. Non esiste un altro pazzo, in tutto il mondo, che voglia prendere il…

Padrone della vita, padrone della morte - Copertina

Tit. originale: Master of Life and Death

Anno: 1957

Autore: Robert Silverberg

Edizione: Mondadori (anno 1992), collana “Classici Urania” #178

Traduttore: Maurizio Cesari

Pagine: 190

Dalla copertina | Quante volte il tema della sovrappopolazione si è affacciato alla ribalta della fantascienza? Tante quanti sono gli uomini affamati che si aggireranno sulla crosta di questo mondo impoverito nel prossimo futuro, diranno in coro i nostri lettori. Ma poche volte la soluzione del problema è stata affrontata con il vigore e la forza d’urto di questo tipico romanzo di Silverberg, un libro che si legge d’un fiato e che appartiene all’epoca della sua produzione avventurosa e utopica. La lotta del suo protagonista è forse una delle più drammatiche, autentiche, terribili battaglie che la fantascienza americana abbia raccontato nell’era moderna.