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Paganini Horror

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Un gruppo musicale pop vive una profonda crisi creativa, tanto che la casa discografica gli rifiuta i brani, giudicati ripetitivi e fiacchi. Servono idee nuove, e la trovata giusta per rilanciare la band sembra essere quella del giovane batterista Daniel, che ha acquistato da uno strano individuo una partitura attribuita a Niccolò Paganini riadattandola in stile dance. L’avida produttrice apprezza il progetto e convoca un regista specializzato in film horror per fargli dirigere un video musicale ispirandosi a Thriller di Michael Jackson. Per le riprese la pop band si reca in una vecchia dimora patrizia su un’isola della laguna di Venezia. La scelta della location non è casuale: secondo voci popolari Niccolò Paganini avrebbe abitato la villa e proprio lì avrebbe stretto un patto con il Diavolo. Sulle prime, nessuno presta fede alle dicerie, ma dopo le prime note si scatena l’inferno…

È fin troppo facile stroncare Paganini Horror e imputargli tutti i possibili difetti dei B-movie. La trama sconclusionata procede alternando spunti interessanti a imperdonabili sequenze sotto tono; la recitazione dilettantesca, sottolineata da un discutibile doppiaggio, fa apparire le battute involontariamente ridicole. L’insieme è peggiorato da movimenti di macchina incerti, carrellate traballanti o inquadrature condizionate dagli spazi ristretti degli interni della villa. La fotografia è virata in modo discutibile, con tanto di filtro blu usato per simulare la notte. Gli effetti speciali sono degni di un cortometraggio amatoriale, a partire dalla barriera elettrica che circonda la villa e impedisce ogni fuga, per continuare con ferite e sbudellamenti vari fatti in casa con tanto di sangue… recuperato in dispensa tra i barattoli di pomodoro e confetture.

Ci vuol poco per condannare un film afflitto da carenze di ogni genere; è più difficile ripercorrerne la sofferta gestazione, per capire le cause di un simile risultato. Paganini Horror doveva sì essere il tipico B-movie realizzato con mezzi contenuti e destinato alle sale, ma, dopo aver imposto tutte le sue condizioni, la produzione fece anche di peggio, ritirandosi dal progetto e abbandonando il regista a metà dell’opera. Luigi Cozzi avrebbe potuto rinunciare a sua volta, invece decise di terminare comunque il film, completando le riprese in meno di tre settimane, e naturalmente ereditando tutti i problemi irrisolti, oltre a un cast male assortito. La situazione fu insomma analoga a quelle che dovette affrontare Ed Wood, definito a suo tempo il peggiore regista di Hollywood. Oggi Ed Wood è stato rivalutato perché le sue pellicole esprimono uno sconfinato amore per il cinema, e mettono in discussione i criteri estetici tradizionali. Come Plan 9 from Outer Space, anche Paganini Horror è un film brutto, di una bruttezza tale che rasenta il sublime. Non si tratta di sostenere a oltranza la creatività di Cozzi – regista e critico da sempre impegnato nella difesa dell’estetica trash – o di riconoscere e premiare i suoi sforzi in difesa del cinema indipendente e di genere; l’autore è stato sempre ben consapevole delle sue scelte narrative, mai ha creduto di aver realizzato un capolavoro, ha invece ribadito di aver portato a compimento una pellicola nonostante le avversità. Dal suo punto di vista il film è dunque da intendersi come una sorta di sfida, un’affermazione di professionalità, una dichiarazione di amore per la Settima Arte, una rivendicazione della libertà creativa.

Paganini Horror è una pellicola che celebra un ideale estetico diverso dai canoni imposti dalla critica impegnata, e lo propone senza compromessi. Il trash è provocazione consapevole, nelle intenzioni deve ribaltare gli statuti del ‘buon gusto’, irridendoli. Anche con mezzi minimi si può allora dar voce alla protesta e scrivere con le sequenze una lettera aperta indirizzata ai produttori ottusi, ai cinefili fissati su vicende di impegno sociale, e alla società conformista, oppressa dai tabù. Impossibilitato a dirigere il film secondo le proprie libertà creative, Cozzi, conoscitore del cinema di genere, sovraccarica i luoghi comuni, affastella momenti interessanti (come le sequenze nella stanza con le formule matematiche e il ritratto di Einstein) e altri scontati (come i tentativi di fuga) o grotteschi (come l’attacco del parassita del legno). È un guazzabuglio di spunti che ammiccano al cinema d’oltreoceano, e all’horror italiano.

Tutta la vicenda è ambientata nella villa, come si conviene al filone de La Casa ed emuli. Le scene in esterni sono rare, lasciano trapelare squarci della laguna, angoli noti e calli, canali e rimesse per imbarcazioni. C’è il Diavolo in persona dietro alla maledizione della villa veneta, e Paganini è solo una figura ammantata che ne esegue i voleri, un MacGuffin armato di un violino con lama retrattile.

Filmaccio privo di qualsiasi senso logico, buono per farsi quattro risate in compagnia, oppure dolorosa protesta celata sotto la finzione scenica: Paganini Horror si presta a diverse chiavi di lettura. La vicenda condanna senza mezzi termini il sistema che è alla base della diffusione delle espressioni artistiche, e mette in discussione l’idea stessa di cultura popolare. Le banali canzoni del gruppo pop sono un prodotto fabbricato per le masse, sottomesso alle leggi dell’imprenditoria e quindi costruito a tavolino; non sono motivi nati dalla fantasia della gente comune, né rivisitazioni colte di melodie nate in taverne durante serate di veglia, come poteva avvenire ai tempi di Niccolò Paganini o di Gioacchino Rossini. La presunta arte pop, popolare, si rivela un’invenzione dell’élite intellettuale, e si sviluppa come un’operazione commerciale che svilisce la creatività e accomuna la musica a qualsiasi altra merce. Nessuno può salvarsi – sembra suggerire Luigi Cozzi – in un sistema produttivo che fa del ricavo l’unico fine e pretende di assecondare e condizionare i gusti della platea. Poco creativi sono i membri della band, belle ragazze inguainate in tutine aderenti o sommerse da pizzi, buone a strillare come poiane, soddisfare l’occhio e plagiare You Give Love a Bad Name dei Bon Jovi. Accettano di farsi ingranaggio del meccanismo che crea gli idoli e li condanna a essere facilmente dimenticati; esattamente come le molte ‘meteore’ create dal nulla negli anni Ottanta. I produttori sono individui altrettanto meschini: la manager del gruppo si rivela priva di ogni scrupolo e pronta a sfruttare qualsiasi trovata possa far presa sugli ascoltatori.

Oggi il pubblico è meno ingenuo, forse perché Internet ha dato finalmente voce alle produzioni indipendenti; eccezion fatta per le adolescenti catturate dai sospiri di qualche boy band, nessuno crede più agli idoli pop con l’entusiasmo di trent’anni fa. La musica commerciale viaggia sulle onde della radio, fa da sottofondo agli acquisti negli shopping center e nei fast food. Non sussiste più l’esigenza di creare un personaggio e dotarlo di una personalità fittizia; tranne il caso di qualche starlette, l’immagine dei cantanti passa in secondo piano. I video stessi esibiscono corpi che ballano, magari in atteggiamenti sexy, ma senza necessità di costruire una storia attorno alla canzone o attribuire all’interprete una finta biografia. Un peccato, poiché quei brevi filmati spesso erano pezzi di bravura, cortometraggi d’autore, artisticamente superiori alla melodia che accompagnavano. Non è un caso se in Paganini Horror il solo vero professionista è il regista chiamato a dirigere il video, e nonostante sia un nome di grido lo vediamo sottoposto alle pretese insulse della produttrice, obbligato a lavorare in condizioni difficili, con tempi ridotti e ben poca attrezzatura. Quella è la condizione dei registi di genere, e la denuncia giunge decisa, emerge dall’accozzaglia di trovate che movimentano una trama altrimenti deludente.