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Peter Pan (Book)

Chi ha paura di Peter Pan? Tutti noi amiamo l’affascinante personaggio, un po’ elfo e un po’ folletto che incarna con gioia malandrina il mito dell’eterna giovinezza. Eroe di mille avventure, perfette per il mondo incantato dei giochi infantili, il personaggio di SIR JAMES MATTHEW BARRIE ha saputo come pochi altri imprimere la sua orma fiabesca nel mondo adulto. O forse, sarebbe meglio dire, la sua ombra.

Il romanzo Peter Pan e Wendy vede la luce nel 1911, evoluzione di un primo racconto, The Little White Bird (1902) – divenuto poi Peter Pan e i Giardini di Kensington nel 1906 – e dell’opera teatrale Peter Pan (1904) che consegnò l’autore alla fama mondiale. La storia, narrata e rinarrata da film, canzoni, musical e seguiti autorizzati, è nota, ma il romanzo originale non possiede quell’aspetto solare magistralmente rappresentato dalla produzione disneyana, anzi, come ogni fiaba che si rispetti, mostra tra le righe caratteristiche assai poco infantili e molto inquietanti. Come la sua “creatura”, James Barrie è stato un adulto che non voleva crescere: nel fisico, brutto e sgraziato, non superava il metro e mezzo d’altezza; nella maturazione sessuale, infatti il matrimonio con l’attrice Mary Ansell non venne mai consumato; nella psiche, in quanto, nonostante la sua carriera di giornalista e scrittore, rimase un eterno adolescente. Peter è il ragazzo magico, fuggito da casa all’età di sette giorni, che vive tra fate, uccelli parlanti, sirene, indiani e pirati, nella terra immaginaria di ogni infanzia: Neverland, l’Isola Che Non C’è, luogo di giochi diurni e paure notturne. “È per questo che esistono i lumini da notte”, ci confida l’autore.

Durante l’epoca tardo-vittoriana, la letteratura per ragazzi esaltava l’avventura. Elementi de L’Isola dei Coralli di R.M. BALLANTYNE e L’Isola del Tesoro di R.L. STEVENSON si ritrovano agevolmente nell’opera di Barrie, basti pensare che nel primo si narrano le avventurose vicende di tre piccoli naufraghi su un’isola deserta e la trama del secondo è universalmente conosciuta: ancora un ragazzo protagonista, pirati cattivi, combattimenti e vicissitudini varie. Parallelamente, buona parte della letteratura a cavallo tra Ottocento e Novecento – attraverso romanzi, racconti e composizioni poetiche – celebrava un oscuro ritorno alle origini, riesumando la figura del dio Pan come simbolo nostalgico delle vecchie mitologie: esempi ne sono Arthur Machen (Il Grande Dio Pan), la meno conosciuta Dion Fortune (Il Dio dal Piede Caprino), Knut Hamsun (Pan), Stevenson (Il Flauto di Pan), James Stephens (Crock of Gold), G.K. Chesterton (The Man Who Was Thursday), Dunsany (The Blessing of Pan). Inoltre, Il Grande Antico Nodens è stato probabilmente ispirato a Lovecraft proprio dal Pan di Machen.

E in questa produzione letteraria, la figura del dio caprino lascia il consesso degli antichi dei e irrompe nel moderno quotidiano come forza sovrannaturale e irrazionale, capace di interferire nella vita degli umani con tutto il suo carico d’ambiguità morale. Provocando, appunto, il panico.

Tutto questo ebbe una notevole influenza sul mondo interiore di Barrie e sulla sua creatività – non a caso, nei primi racconti Peter cavalca una capra e in tutti suona uno zufolo di canna –, ma anche sulla sua immaturità, che lo portò a desiderare di trasformare le proprie fantasie in realtà. È cosa nota come l’ispirazione delle sue opere provenga direttamente dai traumi infantili, da un’adolescenza negata, da vicende biografiche capaci di illuderlo sulla veridicità delle sue invenzioni. Peter Pan nasce dall’esperienza con la famiglia Davies e relativi figli, bambini che trovarono in Barrie il condottiero indiscusso dei loro giochi, il realizzatore di ogni fantasia avventurosa. E nei giochi dei bambini non possono mancare i Pirati, o almeno ciò che di loro viene percepito dall’immaginario infantile. A Neverland troviamo il veliero che issa la Jolly Roger, bandiera con teschio e ossa, le canzoni corsare inneggianti a Davy Jones, lo spirito malvagio dei mari, e il bucaniere per eccellenza: James Hook, Capitan Uncino, eterno nemico di Peter Pan (“era il nostromo di Barbanera”, sussurra Gianni, “Ed è il peggiore di tutti!”).

La descrizione fatta da Barrie di questo capitan Pirata è volutamente cupa, quasi demoniaca per certi versi: sangue giallastro, occhi punteggiati da bagliori rossi quando uccide, aspetto raffinato e decadente in boccoli neri e marsina.

Malinconico nella sua ferocia, quel che non sopporta è l’impudenza di Peter, conseguenza diretta della sua giovinezza. Capitan Uncino sente il tempo scandito dal ticchettio del Coccodrillo – che ha ingoiato una sveglia – e pregusta con folle desiderio la distruzione del magico ragazzo eternamente giovane. Sigaro doppio e gancio tagliente, James Hook governa su una ciurma terrificante: Spugna, che uccide senza intenzione, Cecco l’Italiano evaso dalle prigioni di Goa, un gigantesco Negro il cui nome fa troppa paura, Denteduro della nave di Flint, Lanterna figlio di Morgan, e tanti altri. Tutti girano nell’Isola con lo scopo di trovare e uccidere i Bambini Perduti e il loro magico capo.

L’arrivo dei tre fratelli Darling – Gianni, Michele e Wendy – turba molteplici equilibri, soprattutto Wendy: Peter e la sua banda la vogliono come figura materna, per accudirli e raccontare favole, ma gli elementi femminili, come Trilly e le Sirene, sono tutt’altro che felici della sua presenza, tanto da cercare continuamente di ucciderla. Peter la difende, quando se ne ricorda, perché anche lui desidera essere “figlio”. Non “compagno” né, tanto meno, “padre”.

Tuttavia, anche Capitan Uncino ambisce “possedere” Wendy, per farne la mamma della sua ciurma. Fortunatamente, nessuno dei due riuscirà nel proprio intento.

Peter Pan e Capitan Uncino sono i due aspetti che l’autore probabilmente percepiva di sé, le due immagini conflittuali che lo perseguitarono durante tutta la sua esistenza. Barrie è l’eterno fanciullo che rifiuta l’età matura e le sue costrizioni, che rende legge la propria fantasia, che non deve essere sfiorato da alcuna esperienza adulta. Che ha perso per sempre l’amore della madre, diventando un “incompleto” unico nel suo genere, un ladro di sentimenti e ammirazione, un demone affascinante dal potere enorme ma temporaneo, quello sulla fanciullezza. Tuttavia, lo scrittore è anche l’adulto corrotto dalle sue stesse esperienze, capace di avvertire con astio che il tempo passa, che i bambini crescono e non giocano più. Capitan Uncino, appunto. Questo personaggio non compare nei primi racconti di Peter Pan, ma fu aggiunto in occasione della pièce teatrale e in seguito trasferito nel romanzo, diventando la nemesi del protagonista: malinconico e crudele, raffinato e decadente, è consapevole della propria fine. Tutti sanno come si conclude la vicenda: il perfido capitano duella con Peter sul ponte della nave e viene gettato con un calcio in bocca al Coccodrillo, non senza pronunciare un’ultima frase significativa: “Brutte Maniere!”. La giovinezza prevale sempre, dunque, ma emerge la tristezza per la brutalità di questa vittoria.

Peter Pan è un demone bambino, allegro e amorale ma solitario, il cui desiderio è possedere più che creare legami. Un tragic boy, lo definisce lo stesso Barrie. Può volare perché è senza peso, appare completamente asessuato e nessuno può toccarlo tranne le fate; non ha memoria di sé o di chi lo circonda. Del suo passato ha un solo, crudele ricordo: la finestra sbarrata della stanza da cui era volato via appena nato e, dietro di essa, la madre con un nuovo figlioletto.

Il mondo secondario di Barrie convive con la morte. Infatti, i Bambini Perduti sono quelli che cadono dalle carrozzine per colpa di governanti sbadate e non vengono più cercati. Peter Pan li accompagna suonando il suo zufolo, fino all’Isola magica, dove vivono finché non diventano “troppo adulti”. Dopodiché, vengono “sfoltiti”.

“Si diceva che Peter accompagnasse i bambini morti per non farli sentire soli”, ci racconta la signora Darling, ripescando alcune dimenticate memorie infantili.

L’Isola Che Non C’è diviene teatro di lotte all’ultimo sangue, in cui anche i nuovi arrivati giudicano esaltante la morte dell’avversario. E questa congrega di giovanissimi selvaggi porta alla mente una situazione inquietante narrata in un altro libro, dove l’idea di un’adolescenza solare è definitivamente tramontata: Il Signore delle Mosche di William Golding.

A volte scoprire i denti non è sinonimo di sorriso. Sembra quasi che Barrie voglia, attraverso giochi sublimati in opere letterarie, impossessarsi dei giovani spettatori utilizzando il fascino ambiguo della paura. Nei suoi scritti traspare un sogghigno mascherato, nel quale si avvertono il sarcasmo e la capacità adulta di impressionare un animo bambino mediante una maturità che è ben presente seppure rinnegata. Complice di tutto questo, una consapevole alleanza con le caratteristiche dell’infanzia: il desiderio d’avventura a lieto fine, gli impulsi violenti sfogati nella distruzione dell’avversario, le fantasie d’ogni tipo capaci di realizzarsi, l’onnipresente rifugio nell’alone materno. Ovvero: “L’età gaia, innocente e senza cuore”.