Pianeta d'Aria (The Wind Whales of Ishmael, di P. J. Farmer)
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Pianeta d’Aria

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Anteprima testo

Era sopravvissuto un uomo solo.

La grande balena bianca con il suo strano passeggero, il monomaniaco strangolato che si trascinava dietro, si era immersa nelle profondità. La baleniera stava compiendo il suo ultimo viaggio, il viaggio verticale. Anche la mano con il martello, e il falco con l’ala inchiodata all’albero maestro, erano scomparsi negli abissi, e l’oceano aveva spianato le tracce dell’uomo con tutta la destrezza dei suoi miliardi d’anni d’esercizio. L’unico baleniere scagliato fuori dalla scialuppa si aggirava a nuoto, sapendo che presto sarebbe sprofondato a raggiungere i suoi compagni.

E poi scoppiò la bolla nera, l’ultimo rantolo della nave che affondava.

Dalla bolla s’innalzò la canoa-bara di Queequeg, come una focena che si tuffasse nel cielo e poi ricadde, ondeggiò con violenza, si stabilizzò, si dondolò dolcemente. La focena era divenuta una bottiglia nera che conteneva un messaggio di speranza.

Sorretto da quella bara, egli galleggiò per un giorno ed una notte su un mare dolce come una nenia funebre. Il secondo giorno la Rachel, che incrociava fuori rotta, tornando indietro per cercare i suoi figli perduti, trovò un altro orfano.

Il capitano Gardiner giudicò la storia di Ishmael la più strana che avesse mai udito, e ne aveva udite molte. Ma aveva una missione assillante da svolgere, e poco tempo per stupirsi. E così la Rachel continuò a veleggiare lungo il suo percorso folle in cerca della scialuppa che conteneva il figlio del capitano. Il giorno passò e la notte si avventò su mare, e furono accese le lanterne. La Luna piena si levò e trasformò le acque piatte in chiazze di tenebra e di scintillii.

La canoa-bara di Queequeg era stata issata sul ponte, ed il capitano Gardiner le aveva girato intorno, scrutandola stranamente, esaminandone di tanto in tanto i bizzarri rilievi, mentre Ishmael narrava la sua storia.

«Sì, mi domando che cosa ha scritto quel selvaggio pagano quando ha inciso tutto ciò,» borbottò il capitano. «Strano che un selvaggio analfabeta sapesse fare queste lettere. Una preghiera ad uno dei suoi dèi simili a Baal?

Una missiva per qualche essere che egli crede dimorante nell’altro mondo?

O forse formano parole che, pronunciate, schiuderebbero la porta di un tempo e di un luogo che noi cristiani troveremmo davvero molto spiacevole?»

Ishmael ricordava quelle ipotesi. In seguito si chiese se il capitano, con l’ultima frase, non avesse colpito a fondo, nei polmoni della verità. Le deformi incisioni che cominciavano a ondeggiare e a confondersi quando le si guardava troppo attentamente erano forse i contorni di una chiave che poteva schiudere le serrature del tempo?

Ma Ishmael non ebbe molto agio di pensare. Il capitano Gardiner, tenendo conto di ciò che aveva passato, gli permise di dormire per il resto della giornata e per metà della notte. Poi lo svegliarono e lo mandarono in coffa di vedetta, a guadagnarsi il mantenimento. Con la lanterna che sfolgorava alle spalle, scrutò il mare che aveva perduto il moto ondoso, e si stendeva come mercurio intorno alla Rachel. Il vento era caduto, perciò erano state calate le scialuppe, e mandate avanti alla nave per trainarla, e l’unico suono era lo sciacquio dei remi quando gli uomini li spingevano con forza, e qualche grugnito d’un marinaio sudato. L’aria sembrava pesante quanto il mare; era satura d’una foschia argentea e densa. La Luna era piena, e andava alla deriva sul cielo senza nubi come su di un fiume torpido.

All’improvviso i capelli si rizzarono sulla nuca di Ishmael, che in quegli ultimi giorni si era abituato a tale reazione. Le punte dei pennoni, davanti e sotto a lui, sembravano popolate da fantasmi di fuoco. E ognuno dei parafulmini a tre punte sembrava bruciare. Ishmael si girò, guardò dietro, e le punte delle bome sprizzarono fiamme spettrali.

«Fuochi di Sant’Elmo!» si levò un grido.

Ishmael ricordò l’altra nave e si chiese se anche questa era condannata.

Era stato salvato soltanto per venire ucciso dopo così poco tempo?

Gli uomini a bordo delle scialuppe smisero di remare quando videro quelle gigantesche candele di fuoco elementare, ma gli ufficiali a prua delle imbarcazioni li richiamarono perché riprendessero il lavoro.

Il capitano Gardiner gridò: «Ishmael, mio uomo, vedi traccia della scialuppa perduta?»

«No, capitano Gardiner.» gridò di rimando Ishmael, e gli parve che il suo respiro facesse vacillare la fiamma più vicina, come se fosse una candela di fuoco autentico. «No, non vedo niente… per ora!»

Ma un attimo dopo trasalì e si afferrò allo stretto parapetto. Qualcosa si era mosso a tribordo. Era lungo e nero, e per un momento egli pensò che doveva essere la scialuppa, a circa mezzo miglio di distanza. Ma non gridò; voleva prima accertarsene, e non rallegrare il capitano solo per distruggere poi la sua felicità. Dopo trenta secondi l’oggetto nero si allungò, tagliando il mare color mercurio con solchi d’argento più chiaro. Adesso sembrava un serpente marino, ed era così lungo e snello che Ishmael pensò fosse la bestia di cui aveva sentito tanto parlare e che non aveva mai visto.

O forse era il tentacolo di un kraken affiorato in superficie per qualche ragione sconosciuta.

Ma quella cosa nera e serpentina scomparve all’improvviso. Ishmael si soffregò gli occhi e si chiese se lo sfinimento dei tre giorni di caccia alla balena bianca e lo speronamento e l’affondamento della nave, e un giorno e una notte e un’altra mezza giornata trascorsi galleggiando su di una bara l’avevano reso soggetto per sempre a disturbi del cervello.

Un’altra vedetta gridò: «Un serpente marino!»

Si levarono altre grida, anche dagli uomini a bordo delle scialuppe, che non riuscivano a vedere lontano quanto quelli di vedetta sulle coffe Da ogni parte, lunghe cose esili e nere si contorcevano e si agitavano e scivolavano sulle acque nere e argentee. Sembravano dirette ad avventare le teste simili a punte di lancia nelle fiancate della Rachel, per poi evaporare. Dapprima ce n’era solo una dozzina; poi ve ne furono due dozzine e presto furono parecchie centinaia.

«Che cosa sono?» gridò il capitano Gardiner.

«Non so, capitano, ma non mi piacciono molto!» gridò di rimando il secondo ufficiale.

«Vi impediscono di remare?» chiese il comandante.

«Solo perché gli uomini non riescono a impegnare la mente nel lavoro!»

«Possono fare ciò che vogliono, delle loro menti!» urlò il capitano Gardiner. «Ma le loro schiene appartengono a me! Forza su quei remi, uomini!

Quali che siano quelle cose, non possono farvi più male dei Fuochi di Sant’Elmo!»

«Sì, sì, signore!» gridò il secondo ufficiale, ma con scarsa allegria. «Bene, uomini, avete sentito il capitano! Non smettete di vogare! Non badate a quei miraggi! Ah, ecco che cosa sono, miraggi del mare! Fantasmi, immagini, immagini riflesse di cose che non esistono! O se esistono, sono così lontane che non possono farvi del male!»

Lo sciacquio dei remi ed i grugniti degli uomini si udirono di nuovo sulle acque immote e nell’aria immota. Ma ora i «miraggi» serpentini cominciarono a girare in cerchio, come se cercassero di prendersi le code e di inghiottirle. Giravano e giravano, tagliando nel mare solchi sempre più profondi e brillanti: o almeno così pareva. E i Fuochi di Sant’Elmo, sulle estremità dei pennoni e sulle triplici punte dei parafulmini, sembravano ardere ancora più brillanti. Non erano più fantasmi, ma esseri vivi dall’alito rovente.

Ishmael si allontanò da loro, premendo gambe e stomaco contro il duro parapetto e guardando davanti a sé, poiché non voleva vedere direttamente le fiamme che gli erano accanto.

Dal basso si levò un urlo, ed un uomo si precipitò giù per un boccaporto, mentre una fiamma alta il doppio di lui, e biforcuta, l’inseguiva danzando.

Nello stesso tempo, le estremità anteriori dei lunghi oggetti neri che giravano nel mare sputarono Fuochi di Sant’Elmo. Erano come le balene serpentine dei tempi preistorici, le antenate dei mostri tondeggianti del presente, che lanciavano sbuffi di zolfo ardente.

Ishmael si guardò a destra ed a sinistra, e vide che le fiamme alle due estremità del pennone si erano scisse, e una di ciascuna coppia avanzava danzando lungo di esso, nella sua direzione.

Ishmael si afferrò al parapetto e chiuse gli occhi.

Il capitano gridò: «Il Signore abbia pietà di noi! Il mare è diventato vivo e la nave sta bruciando!»

Ishmael non osava aprire gli occhi, ma non osava neppure ignorare ciò che stava accadendo. Vide che la superficie dell’oceano era un labirinto di cerchi spezzati vorticanti, neri, con un getto fiammeggiante ad ogni estremità. La stessa nave, in ogni punto in cui un qualunque oggetto si sporgeva verso l’alto più di qualche spanna, era coronata da una fiamma che non danzava più, ma roteava su se stessa. Quelle fiamme turbinavano torno torno. Ed i Fuochi di Sant’Elmo che avevano eseguito il minuetto avvicinandosi a lui erano balzati in alto mentre teneva gli occhi chiusi, e si erano fusi direttamente al di sopra della sua testa. Non poteva vederli tutti, perché s’inclinavano quando egli piegava la…

Pianeta d'Aria - Copertina

Tit. originale: The Wind Whales of Ishmael

Anno: 1971

Autore: Philip José Farmer

Edizione: Fanucci (anno 1978), collana “Futuro – Biblioteca di Fantascienza” #37

Traduttore: Alfredo Pollini

Pagine: 188

Dalla copertina | Fra un miliardo d’anni, alla Fine del Tempo, tutta l’atmosfera della Terra sarà svanita, le acque evaporate, e gli esseri viventi costretti a trovare rifugio sul fondo di quelli che una volta erano gli oceani, trasformati ora in densi laghi salati sui quali ristagnano ancora larghe pozze d’aria. Ma quali esseri viventi? Pesci e vegetazione hanno sviluppato nel corso delle ere una vita aerea: enormi vesciche di gas permettono loro di librarsi al di sopra del suolo, consumando un’esistenza rarefatta e singolare. Il Sole e la luna esercitano un’attrazione costante sulla superficie, che è scossa in permanenza da vibrazioni e sommovimenti. Anche i resti dell’Umanità hanno dovuto adattarsi a questa incredibile evoluzione del mondo animale e vegetale, sviluppando una civiltà che naviga per i cieli a bordo di stupefacenti imbarcazioni fatte d’ossa cave e pergamene traslucide. In questo mondo del futuro, fra i più originali creati dall’inesauribile fantasia di Farmer, fa naufragio attraverso una falla nel tempo l’unico superstite della spedizione del capitano Ahab dopo l’incontro con Moby Dick, la balena bianca. Sarà il marinaio venuto da un passato lontanissimo ad insegnare ai suoi remoti discendenti come unirsi per sopravvivere e dare all’umanità la speranza in un nuovo avvenire, oltre la Fine del Tempo.