Pirati dei Caraibi - La Maledizione della Prima Luna
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Pirati dei Caraibi – La Maledizione della Prima Luna

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STORIA, SOGNO & BISOGNO

Il secolo XVII assiste all’ascesa degli Stati Nazionali, Regni che si contendono il potere facendosi guerra sia nel vecchio continente sia nella conquista del Nuovo Mondo. Le esplorazioni mutano i delicati equilibri economici e sociali consolidati da secoli. Le conquiste coloniali che accompagnano l’aggiornarsi delle carte geografiche fanno affluire nuove ricchezze nelle casse dei Paesi affacciati sull’Atlantico, spesso ribaltando il destino di intere aree dell’Europa.

Galeoni solcano l’Oceano carichi di enormi quantità d’oro e argento, depredati alle popolazioni sudamericane e destinati a pagare eserciti sempre più equipaggiati ed efficienti.

La guerra di corsa diviene il naturale nuovo fronte dei conflitti già in essere.

Fanno carriera i corsari, avventurieri autorizzati dagli stessi sovrani a rapinare le navi del nemico. Accanto a questi personaggi, spesso animati da un notevole senso di fedeltà alla Corona, si raduna nelle Antille una variopinta folla di individui in cerca di fortuna. Sono spesso figli cadetti di nobili, avvezzi al lusso ma relegati dal sistema di successione patrimoniale a una vita all’ombra degli ereditieri primogeniti. Ci sono schiavi scappati al loro triste destino, che sulle navi trovano rispetto senza discriminazione. Molti sono i marinai fuggiti da zone povere del nord Europa, aiutati da un coraggio spesso figlio della pancia vuota.

Tra i pirati storicamente vissuti si trovano anche donne, talvolta con ruoli di primo piano, come Anne Bonny e Mary Read.

Le ricostruzioni della vita marinara a cavallo tra il Seicento e il Settecento si basano su testimonianze dell’epoca e su documenti di ogni genere: lettere private, resoconti di palazzo, diari, oggetti d’uso comune o decorativi come insegne di pub ispirate a leggende marinaresche, polene di navi, quadri dipinti da dilettanti…

Le isole del Golfo del Messico ospitano diversi piccoli musei, spesso alloggiati in suggestivi edifici del Seicento, dedicati alla raccolta di questo genere di reperti. È oggi possibile studiare il fenomeno della pirateria senza cadere in ingenuità.

Purtroppo i tentativi di realizzare film rispettosi della realtà storica sull’epoca della guerra di corsa sono stati spesso ripagati da altrettanti costosi fallimenti; gran parte del pubblico, quando decide di assistere a un film sulla pirateria, cerca emozioni facili, divertimento istintivo, attori piacenti e disimpegno.

Il cinema dedicato ai pirati aveva vissuto negli anni Cinquanta stagioni meravigliose con DOUGLAS FAIRBANKS o ERROL FLYNN, prima dell’inevitabile declino. I tentativi di rianimare il filone erano stati sporadici e deludenti. Corsari non aveva certo riempito le sale, e anche Pirati, diretto da ROMAN POLANSKY con maestria e disponibilità di mezzi, era stato accolto tiepidamente. Quanto al recente nostrano Cantando dietro i paraventi, è una pellicola destinata ad essere apprezzata solo da intenditori del cinema d’autore, complice una ridotta distribuzione; i ritmi lenti e lirici di ERMANNO OLMI sono molto distanti da quelli solitamente chiesti a un film d’avventura.

Dato che l’operazione di riproporre vicende piratesche con alle spalle sceneggiature tradizionali si era dimostrata poco proficua, per resuscitare il genere era forse inevitabile dover scendere a compromessi con le trasformazioni nel gusto del pubblico, assecondando la forte voglia di novità.

Le esigenze di mercato vengono interpretate al meglio da GORE VERBINSKI, che realizza forse il suo migliore film, dopo The Ring, versione occidentalizzata di un horror giapponese.

Consapevole di dover prendere le distanze dal semplice concetto di remake, conscio della difficoltà di affrontare una ricostruzione verosimile ma divertente, Verbinsky sceglie la strada a lui più congeniale. Imbastisce una vicenda difficile da inquadrare in generi narrativi netti, tecnicamente ineccepibile, tutta azione, finalizzata allo svago spensierato dello spettatore. Si può non amare la mano del regista, che scende spesso a patti con le esigenze del botteghino, eppure, proprio il suo modo di dirigere salva La Maledizione della Prima Luna dai flop toccati ai predecessori, e rinnova l’attenzione per un genere che si poteva credere tramontato per sempre.

TRADIZIONE? INNOVAZIONE? CONTAMINAZIONE!

La Maledizione della Prima Luna è una pellicola che va senza dubbio incontro alle esigenze del mercato, e fa del voler piacere un’arte sopraffina. Può apparire ingenua a prima vista, o banale; eppure si rivela pianificata fino al minimo dettaglio, ricca di richiami colti al vecchio cinema, all’immaginario marinaresco che spazia dalle leggende alle ballate romantiche, soddisfa gusti diversi e, pregio notevole, non stanca!

La regia riesce nel suo intento, miscelando sequenze provenienti da vario cinema di genere, nessuno escluso, selezionate tra quelle ormai radicate nella memoria collettiva, dando vita a un cocktail esplosivo. Nell’immaginario di Hollywood, i porti coloniali sono sempre pieni di belle figliole di governatori (o di nobili in esilio, o di proprietari terrieri: pezzi grossi comunque), tanto per cambiare rapite dal solito cattivo; e sbucano sempre audaci giovanotti che vogliono salvarle. Le taverne e le galere traboccano di feroci pirati, di spacconi, di giovani avventurieri, di mappe, medaglioni, tesori. Verbinsky non lesina, dispiega l’intero il repertorio di luoghi comuni che popola da sempre i mari del Sud in technicolor: isole degne di un depliant turistico, blando erotismo fatto di sorrisi allusivi e sottovesti inzuppate dall’acqua, battaglie e avventure avvincenti, narrate con garbata ironia e gusto picaresco. Stavolta – trovata geniale, che riscatta la pellicola dalla fiera delle banalità – tutti gli aspetti più tradizionali vengono esasperati e fusi con inaspettati elementi horror, creando una vicenda accattivante, un pastiche che fila diretto al suo scopo ultimo: divertire.

La vicenda narrata inizia in modo assai consueto, con il rapimento di Elizabeth, bella figlia del governatore di Port Royal, a opera di Barbossa, capitano di una nave pirata, la “Black Pearl”.

Il vascello attracca e i fuorilegge mettono a ferro e fuoco il porto; sono alla ricerca di un medaglione posseduto dalla giovane. Il protagonista ci viene subito presentato: è Will Turner, un giovane fabbro che sa ben duellare con la spada, e che non esita a lanciarsi al soccorso della ragazza, per la quale spasima, magari con la prospettiva di sostituirsi al raffinato e noioso fidanzato di buona famiglia che le è destinato come sposo.

Non manca l’aiutante di turno, il capitano Jack Sparrow, un pirata sbruffone e plateale, senza nave né ciurma, amante del buon rhum e con maniere degne di una drag queen. Costui è imprigionato per una lista infinita di crimini, in attesa di salire al patibolo, ma viene liberato dal fabbro dopo avergli promesso aiuto nella missione di recupero della bella.

Insieme, i due rubano il più veloce dei velieri e salpano alla caccia dei rapitori, scoprendo ben presto che questi ultimi non sono esattamente… i soliti pirati. La ciurma criminale, infatti, nel corso delle ruberie si è imbattuta in un tesoro maledetto e, colpita da un oscuro incantesimo, è divenuta immortale, invincibile a suo modo.

Il mistero che avvolge l’equipaggio della Black Pearl si svela alla luce della luna piena, quando i pirati si mostrano in un tripudio di ossa ingiallite e abiti stracciati. In battaglia, piombare sul nemico con una nave degna dell’Olandese Volante e un aspetto da cadavere animato è indubbiamente un vantaggio, nella vita di tutti i giorni, tuttavia, un corpo reso invulnerabile ma insensibile viene privato dei piaceri più elementari, tanto che i goderecci pirati non ne possono più di un’esistenza eternamente morigerata. Finché a che il tesoro maledetto (a suo tempo scialacquato in vizi e stravizi) non sarà ricomposto per intero, l’equipaggio della Black Pearl è condannato a rimanere nella sua avvilente condizione di zombie.

L’ultima moneta da recuperare, di quella ricchezza dannata, è proprio il medaglione indossato da Elizabeth.

In un susseguirsi di colpi di scena, con qualche sequenza di gusto horror e tanta ironia, la maledizione viene spezzata. Non manca ovviamente il lieto fine, che corona gli sforzi e le ambizioni d’amore del giovane Will, pur senza apparire melenso grazie al pungente sarcasmo di capitan Sparrow.

ALTROQUANDO

Sono passati cento anni e più dai tempi in cui EMILIO SALGARI tratteggiava immaginarie isole e misteriose terre d’Oriente, paesi che aveva visitato solo con la fantasia o tutt’al più leggendo qualche impreciso libro di viaggi. Ancora oggi, quanto affascina i lettori e gli spettatori è pressoché immutato. La Maledizione della Prima Luna fa propria l’esperienza di Salgari, vi aggiunge parecchia ironia, sfodera esotismo, attori famosi o emergenti, azione fluida che non concede tregua, il tutto sottolineato da una colonna sonora adeguata.

Il miracolo che trasforma una pellicola di mestiere – a essere spietati, una pellicola banale e modaiola, buona per vendere chincaglierie da bancarella con le foto degli attori – in un piccolo classico avviene soprattutto grazie al “sense of wonder” che s’impossessa dello spettatore e lo trasporta in un’epoca e in un luogo imprecisati. Si rimane infatti con l’idea di un posto vago e lontano – le Antille assomigliano un po’ alla Malesia di Salgari – o di qualsiasi regno perduto che la fantasia ha generato, dall’Atlantide fino a Shangrilà. Ecco il prodigio: la pellicola acquista una suggestione tutta sua, che fa accettare a cuor leggero i parecchi stereotipi e facendoceli anzi amare.

Del resto, oggigiorno è difficile riuscire a incantare ricorrendo a immagini esotiche, soprattutto se i luoghi rappresentati esistono davvero e non sono piuttosto rielaborazioni create dalla grafica digitale. Il turismo organizzato ha reso più accessibili le isole tropicali, i reportage propongono in continuazione mari cristallini, e le spiagge esotiche sono scenografie abituali per le pubblicità di oggetti d’uso comune.

Per sbalordire e affascinare occorre allora offrire allo spettatore uno scenario mozzafiato che accompagni l’azione e ne esalti gli eventi, senza prendere mai il sopravvento su essi. Serve un biglietto di andata e ritorno per una terra di sogno, animata da attrazioni vistose e rocambolesche, che facciano leva direttamente sull’emotività, e lascino spazio limitatissimo alle riflessioni più razionali, come in una campagna di spot azzeccata.

Non è quindi ingenuità la scelta di non datare gli eventi, né direttamente (con opportune didascalie) né indirettamente (selezionando gli oggetti di scena secondo rigidissimi criteri di datazione storica). Se, per esempio, gli abiti hanno qualcosa del primo Settecento mescolato con dettagli stile primo Ottocento, o se, come nel caso di Jack Sparrow, sono una liberissima interpretazione, niente di male, anzi… Avviene un po’come nelle illustrazioni delle fiabe, ambientate in un ipotetico Medioevo, ove convivono armature tardo gotiche milanesi e cappelli a punta fiamminghi in voga secoli prima, turbanti arabi e castelli stile Ludwig di Baviera, e nessuno storce il naso perché, appunto, si tratta di una fiaba, quindi in un altrove, in un altro… quando!

MINA VAGANTE A BABORDO!

I film sui pirati sono ormai parte dell’immaginario collettivo, e anche per questa pellicola resistono stereotipi ereditati dalla narrazione di avventura, che si sono rafforzati in cento anni di Settima Arte. La Maledizione della Prima Luna risente di uno stile narrativo preesistente, lo fa suo assumendone pregi e carenze. La definizione del carattere dei personaggi ancora una volta non brilla per originalità, affidandosi alle poche battute di pur bravissimi caratteristi – come JONATHAN PRYCE (il governatore, padre di Elizabeth). I marinai riepilogano altrettante tipologie già incontrate; poco importa se li abbiamo conosciuti sull’Isola Che Non C’è o in un viaggio di Sindbad. Stessa cosa può dirsi per i soldati di Port Royal. Né rimediano i protagonisti, belli e prevedibili.

Spesso, nel cinema di avventura, i “cattivi” sono assai interessanti, nel senso che godono di un tocco di introspezione in più rispetto alle loro controparti “buone”; in questo caso, l’adagio si conferma solo in parte. Barbossa è recitato con ottimo mestiere, ed è verosimile, nei limiti concessi da una vicenda che ha del sovrannaturale; purtroppo gli manca però l’originalità, e non per colpa del bravissimo GEOFFREY RUSH, quanto del copione a lui affidato, problema che affligge anche la bellissima Elizabeth interpretata da KEIRA KNIGHTLEY: sono figure dimenticabili.

Calma piatta sui personaggi, così tradizionali… tutti, escluso l’esuberante Jack Sparrow. Probabilmente il capitano donnaiolo e ambiguo, ubriacone ed esibizionista, non è proprio una novità dei sette mari. Le ballate popolari ricordano pirati sporcaccioni e spacconi, ma nel cinema di anni fa certe sfumature del carattere e certi comportamenti equivoci venivano fatti trapelare appena, fatti solo intuire oppure taciuti. L’interpretazione esagerata di JOHNNY DEPP mette invece in luce tutto ciò che un tempo veniva omesso – o rivelato, ma solo in racconti espliciti da osteria di porto di mare, tra adulti… navigati.

Depp rende il suo personaggio innovativo e irresistibile, uno degli aspetti più validi della pellicola proprio in quanto inaspettato. In un mondo in cui la divisione tra buoni e cattivi è abbastanza netta, Sparrow non è mai del tutto schierato. Rispetto ai valori e allo stile di vita del candido Will Turner recitato da ORLANDO BLOOM, Jack Sparrow si dimostra trasgressivo, cinico, scanzonato, tutt’altro che insipido.

A modo suo, è più verosimile e meglio riuscito l’ambiguo capitano piuttosto che l’innocente fabbro. Sarebbe semplicistico attribuire il merito unicamente all’interpretazione di Depp, un professionista con alle spalle una carriera artistica densa di ruoli importanti – mentre Bloom, lanciato da PETER JACKSON nella trilogia de Il Signore degli Anelli, fino a qualche tempo fa era un perfetto sconosciuto dal visetto grazioso. Will Turner si fa piccino essendo l’ennesima (re)incarnazione del ragazzo pieno d’inventiva, bravo e un po’ noioso, come Topolino. Tutti vogliono vederlo trionfare, e poi dimenticarlo, poiché, canterebbe Finardi, “mi sento come Will Coyote, cade ma non molla mai”. Sparrow è proprio come Will Coyote: non ruba la scena al protagonista, la ottiene dallo spettatore che s’identifica con le sue disavventure a volte tragicomiche. Dandy e zingaresco, si fa ricordare più del protagonista, qualcosa di analogo a ciò che avvenne nella saga di Guerre Stellari: l’eroe è Luke Skywalker, ma la gente rammenta la maschera nera di Darth Vader e le spacconate di Han Solo.

POLLICE ALTO

Il film ha alle spalle una sceneggiatura progettata quanto un’operazione di marketing commissionata da un grande industriale. Le aspirazioni da blockbuster sono esplicite; nel momento in cui accettiamo di pagare il biglietto o comperare il dvd, già sappiamo quali siano gli obbiettivi commerciali del film, eppure li scordiamo alla prima sequenza rocambolesca.

È una gran colpa essere una fiaba cinematografica studiata in ogni minimo dettaglio, al fine di ottimizzare spettacolarità e intrattenimento? Sì, se si ritiene che il cinema debba accollarsi un ruolo didattico, magari affiancandosi e talora sostituendosi ai libri di storia, ai musei, ai documentari; e anche se si pretende ad ogni costo l’impegno sociale diretto, l’analisi dei problemi calati nell’esperienza quotidiana, la riflessione su eventi comprovati, un po’come avveniva in certe trasmissioni con film e dossier tanto di moda negli anni Novanta.

Se invece si chiede alla Settima Arte di assumere un ruolo diverso, che si presti a divertire senza travestirsi da indagine giornalistica, che regali un paio d’ore di evasione e ammicchi ad altre forme artistiche senza farne copia, che sia consapevole dei suoi intenti e li proponga con onestà, allora La Maledizione della Prima Luna diventa un film godibilissimo, imperdibile. Non ha la pretesa di raccontare la vita dei pirati secondo criteri veritieri, da storici; semmai può stimolare lo spettatore a interessarsi alla letteratura marinaresca, alla storia della guerra di corsa e dei suoi protagonisti, alle leggende che si tramandano nei paesi di mare… O al vecchio cinema di cappa e spada, magari per scoprire che Verbinsky non ha inventato nulla, ha solo ripescato e amalgamato vecchi cliché, scene horror comprese.

Alcune sequenze e passaggi narrativi sono prevedibili, il lieto fine poteva assumere tinte più fosche, e su tutto regnano atmosfere kitsch, quasi si fosse sul trenino di un parco a tema dove ogni attrazione è ricostruita in resina colorata e ci sfila davanti in una sorta di percorso a tappe. Si potrebbe sbadigliare, invece ci si diverte, a patto di lasciar fuori ogni intellettualismo. La scelta narrativa è chiara e non sussistono ambiguità tra reale e fiabesco.

Verbinsky fa della contaminazione di elementi graditi al pubblico un manifesto esplicito, e ad esso si attiene dal primo all’ultimo fotogramma.

Addirittura permette – forse inconsapevolmente, tanto sono radicati gli archetipi usati – diversi piani di lettura. È, la sua, una finzione lieve e “facile”, disseminata però di citazioni tributate a classici sia del cinema anni Cinquanta sia della letteratura gotica. Le immagini horror della nave e della ciurma affondano le radici nella Ballata del Vecchio Marinaio di COLERIDGE, nell’ultimo duello tra Achab e Moby Dick, nel misterioso incontro del bianco epilogo del Gordon Pym, e soprattutto nella leggenda dell’Olandese Volante. Le vele stracciate agitate dai venti e lo scafo sconquassato dalla tempesta richiamano le immagini de Il Vascello Fantasma, tramandate da quadri e dai bozzetti realizzati per l’opera di WAGNER. Il tema dell’uomo condannato a vagare per l’eternità in quanto colpevole di qualche misfatto ha origine ancora più remota. La Genesi narra il delitto di Caino, che viene condannato a un’esistenza errante da Jahvé stesso, e marchiato in modo che le genti lo riconoscano. Elementi analoghi si ritrovano nella figura dell’Ebreo Errante, e dello stesso Ulisse, rivisitato secondo il pensiero medievale.

Sono temi che vengono suggeriti tra un’inquadratura e l’altra, quasi fossero merce di contrabbando. Sta alla sensibilità dello spettatore notarli oppure ignorarli.

La Maledizione della Prima Luna è un film innovativo non solo per la contaminazione di generi e personaggi; è una realizzazione “anomala” della WALT DISNEY PICTURES, la casa produttrice americana famosa, oltre che per gli splendidi lungometraggi di animazione, per i molti film di intrattenimento per famiglie. Le pellicole che escono dai suoi “Studios” sono impeccabili sotto il profilo tecnico, prive di linguaggio scurrile, volgarità e violenza, traboccanti ottimismo e insegnamenti morali, tanto espliciti da intaccare, talvolta, narrazioni verosimili, personaggi convincenti, colpi di scena e originalità.

Se è vero che in molti casi le trovate trasgressive sono un povero mezzo per strappare emozioni, pure possono rendere plausibili alcuni contesti. Sarebbe ridicolo sentir parlare un marinaio con lo stesso vocabolario di un raffinato Lord. E quanto ai dettagli più crudi, basterebbe rivedere la disneyana battaglia finale delle Cronache di Narnia, priva com’è di sangue e orrore, o evocare il sadismo senza conseguenze di Tom & Jerry.

Ne La Maledizione della Prima Luna, per la prima volta un film Disney abbandona la consueta rappresentazione edulcorata delle scene di azione, e introduce un personaggio trasgressivo in una trama che, per sua stessa natura, non può lasciare troppi sottintesi. È impossibile trasmettere l’idea di una nave maledetta e della sua ciurma macilenta senza offrirne un’immagine raccapricciante e ben comprensibile. Altrettanto improbabile è il ricorrere a scene in controluce per evitare di mostrare ossa o particolari ributtanti. Ecco allora che si ritarda quanto più possibile il momento della verità, aumentando il pathos, ma alla fine… si fa vedere quanto occorre. È cinema, non teatro delle ombre thailandese!

La grafica digitale interviene con maestria, senza eccessi, e si rivela decisiva nel dare vita alla Black Pearl e al suo equipaggio trasformato dal plenilunio. Si tratta pur sempre di un film diretto al grosso pubblico, quindi non immaginatevi sequenze splatter estreme, la censura americana lo ha vietato “solamente” ai minori di tredici anni, facendo scalpore perché, per tradizione, le pellicole targate Disney erano sempre state indirizzate a un pubblico di famiglie, giovanissimi inclusi.

Non attendetevi un capolavoro, e godetevi invece un ottimo compromesso tra verosimiglianza, desiderio di novità e buon senso, con atmosfere romantiche ispirate dalla letteratura marinaresca.

La voglia di contaminazione di generi, la regia divertita, la bella fotografia e l’esplosivo Depp rendono il film nettamente superiore a produzioni analoghe. La fusione di generi e sottogeneri – alcuni popolari, altri colti – che si affacciano con differente intensità, può affascinare spettatori di età e gusti anche molto diversi.

A meno di essere irriducibili sostenitori della cinematografia d’essai, si ride, ci si diverte senza doversi vergognare di assistere a un bel film solo per svago; ci si lascia quasi ipnotizzare dalla vicenda, che è sorretta da un bel montaggio fluido e scandita da un ritmo che non conosce cedimenti. Compresi i titoli di coda.