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Predators

Nelle dinamiche sequenze di apertura assistiamo al risveglio di Royce, un duro e laconico mercenario, che riprende conoscenza in volo mentre precipita a corpo libero verso il suolo. Superato il panico iniziale, il militare riesce a riacquistare il controllo della situazione e a sopravvivere alla rovinosa caduta tra la folta vegetazione di una giungla che gli risulta ignota. Si rende presto conto di non essere solo: altri individui, come lui, ‘piovono’ dal cielo. Sono tutti ignari di dove si trovino e di come siano finiti lì; ricordano solo di essere stati misteriosamente rapiti da luoghi di ‘battaglia’: una cosa infatti sembra accomunarli quasi tutti, ossia la loro estrazione piuttosto… violenta; si va da un narcotrafficante, a un imponente soldato dell’Est Europa armato di mitragliatore pesante, a un membro della Yakuza, a una soldatessa israeliana…

Inevitabilmente, pur con reticenza, gli sconosciuti si raggruppano e iniziano a perlustrare il territorio per tentare di capire in che situazione siano stati catapultati. Intanto, però, qualcuno o qualcosa sembra dar loro la caccia…

La figura del Predator

A partire dal primo, storico, film Predator del 1987 con Arnold Schwarzenegger, la figura dell’alieno Yautja ha suscitato un indubbio fascino tra gli appassionati di pellicole a metà tra horror e fantascienza. I Predator sono esseri antropomorfi, possenti, assai progrediti dal punto di vista tecnologico ma decisamente brutali nel comportamento. Il loro passatempo preferito è affermare la propria superiorità tramite caccie spietate a ogni genere di creatura (uomo compreso) sufficientemente forte o armata o intelligente da costituire per loro un valido avversario. Nelle loro battute ‘venatorie’ non risparmiano pratiche feroci, talvolta addirittura macabre (vedasi la scuoiatura di alcune delle loro prede).

Oltre alla forza e alla spietatezza, a renderli pressoché invincibili contribuisce la loro tecnologia: posseggono sofisticati sistemi di occultamento, caschi muniti di software per la realtà aumentata, armi di portata devastante, mezzi di comunicazione che prevedono ologrammi e, per finire, astronavi in grado di attraversare il cosmo. Eppure è difficile pensare a loro come scienziati e ingegneri, o immaginare le loro abitudini al di fuori dei contesti… di caccia! Nulla si sa delle loro origini, né dei principi che regolano la loro società, tranne il fatto che sembrano esserci differenti tipologie di Yautja, in conflitto tra loro per ottenere una qualche forma di egemonia.

Del resto è proprio l’alone di mistero che li avvolge, e la loro caratterizzazione in sostanza ridotta a un unico attributo, ossia l’essere semplicemente predatori, a determinare l’appeal che queste creature di celluloide dall’aspetto vagamente esotico esercitano sul pubblico, al contempo lasciando tuttora integra a sceneggiatori e registi l’opportunità di produrre sul loro conto – prima o poi – film o serie televisive più dignitose e approfondite rispetto a quelle proposte negli ultimi anni.

Nemmeno la recente saga ‘Alien vs Predator’ rende infatti giustizia a questi letali cacciatori cosmici amanti dell’orrido, non riuscendo a offrire scorci sufficientemente comprensibili riguardo il loro pianeta d’origine e lo scopo per cui con così tanto accanimento cerchino di dimostrarsi superiori alle altre razze e accrescere le proprie abilità guerriere. Xenomorfi e sayan a parte, che ci sia davvero, nello spazio, qualcuno più potente e temibile degli Yautja?

Considerazioni sul film

Dopo due film ufficiali, il primo, già accennato, per la regia di John McTiernan e il secondo, Predator 2, girato nel 1990 da Stephen Hopkins, e due discutibili cross-over tra due serie di culto (Alien vs Predator del 2004 e Alien vs Predator 2 del 2007), nel 2010 la figura del Predator torna sul grande schermo con questa quinta pellicola, Predators, per la regia di Nimród Antal.

Non si tratta di un vero e proprio seguito ma di una sorta di nuovo inizio, almeno a giudicare dalle parole del suo appassionato produttore: Robert Rodriguez. A detta del regista statunitense (Sin City, Grindhouse: Planet Terror, Machete) infatti, l’idea per il film era in gestazione sin dal 1996, sull’onda dell’interesse che la 20th Century Fox nutre per il personaggio e della forte passione dimostrata dallo stesso Rodriguez; non è escluso quindi che ci possano essere ulteriori sviluppi e ampliamenti, sulla base della risposta del pubblico.

Di certo, in Predators si avverte la precisa volontà di fare ordine e ripartire da zero per offrire un’immagine coerente e maggiormente sfruttabile del ‘personaggio’ Yautja. Ammiccando fortemente al capostipite della serie, l’ambientazione è quella della giungla florida e selvaggia in assenza totale di costruzioni. È il contesto migliore per far risaltare le sopraffine capacità predatorie degli alieni, e per indicare agli spettatori quale episodio della saga abbia ispirato questo film. Tra l’altro, mentre le inquadrature si soffermano su ettari ed ettari di sconfinata vegetazione e su un cielo nel quale compaiono corpi celesti affascinanti quanto sconosciuti, il ricordo facilmente può tornare al pianeta Pandora di Avatar, capolavoro visivo di James Cameron uscito circa 6 mesi prima (proprio mentre le riprese di Predators erano in corso).

La storia in sé risulta blanda, più giocata sull’azione e sulla violenza che sui misteri o la caratterizzazione dei personaggi. Il gruppo delle ‘prede’ è come al solito piuttosto eterogeneo e numeroso, una variante estrema dell’Isola dei Famosi; i momenti per far emergere la psicologia o le storie personali di ciascuno sono quindi pochi e concisi, anche se tutto sommato ben cadenzati e alternati con le sequenze di azione e devastazione. Non si avverte però la paura dell’ignoto o il pathos di chi, all’improvviso, si trova dinnanzi a realtà sconvolgenti: un pianeta alieno, creature sconosciute, una disperata lotta per la sopravvivenza…

Ancor più dubbia appare la decisione di introdurre il personaggi di Noland (Lawrence Fishburne), un marine sopravvissuto a circa dieci ‘stagioni di caccia’, ombroso e logoro, ormai divenuto folle. Sebbene la presenza dell’ex Morpheus di Matrix – decisamente troppo in carne per recitare nella parte della preda costantemente braccata su di un pianeta inospitale – possa risultare apprezzabile, all’atto pratico consiste in poco più di una macchietta, funzionale solo a veicolare al pubblico alcune spiegazioni e a far precipitare gli eventi, ma nulla di più. Nella media invece le parti affidate agli altri attori protagonisti: il carismatico e determinato Adrien Brody (Il pianista, La sottile linea rossa, King Kong, Splice), il subdolo e folle Topher Grace (Traffic, Ocean’s Twelve, Spider-Man 3) e la bella e letale Alice Braga (City of God, Io sono Leggenda).

La parte del leone la fanno invece il trucco, gli effetti speciali e i Predator. Il film riesce a lanciare alcuni spunti e a concedere allo spettatore qualche occasione per approfondire la conoscenza di questa razza. Si tratta senza dubbio di cacciatori micidiali, ma leali, fieri, che non si sottraggono ad alcuna sfida e sanno riconoscere ciò che è giusto da ciò che invece non è ‘onorevole’. Si dimostrano anche esperti selezionatori e acuti osservatori delle altre razze: rapiscono infatti anche uno yakuza in giacca e cravatta e un medico psicopatico in tuta da ginnastica, soggetti ben diversi dai militari equipaggiati con armi pesanti e ben calati in scenari di guerra.

Trucco ed effetti speciali visivi sono decisamente ben realizzati, e fondamentali nel conferire il necessario realismo grafico, soprattutto nell’ultima e dinamica parte del film.

Il risultato complessivo di quasi due ore di proiezione non fa comunque gridare al miracolo, ma si assesta semmai sulla sufficienza. Si tratta senza dubbio di uno spettacolo che intrattiene. L’obbiettivo di risollevare la figura del Predator – esplorata e conosciuta anche grazie a fumetti e videogame realizzati dal 1990 ad oggi – si può considerare parzialmente raggiunto: per una promozione a pieni voti e la realizzazione di una storia più solida e interessante si sarebbero rese necessarie scelte diverse in termini di sceneggiatura. Ciò senza nulla togliere alle scenografie, che propongono diversi ambienti naturali e artificiali (come l’astronave nella quale Noland/Fishburne si è ricavato un rifugio oppure l’accampamento a cielo aperto dei Predator), alla fotografia pulita e alla regia sempre precisa e attenta nel proporre inquadrature di forte impatto, giocando con contesti diversi dal punto di vista della luce, dello spazio e dei colori predominanti (il verde della giungla illuminato dalla luce del sole, all’inizio, l’animosità del fuoco che arde nella notte per lo scontro nel finale).