Predatus
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Predatus

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Predatus è un cortometraggio realizzato dal videomaker indipendente Luca Baggiarini. Come suggerisce il titolo, è ispirato alla saga che ha come protagonista il Predator, ovvero l’alieno Yautja collezionista di teste reso famoso dall’omonimo film.

Baggiarini dirige un vero e proprio prequel, poiché ambienta la caccia all’uomo addirittura durante l’impero di Augusto, nel 9 dopo Cristo. Nel passato alternativo le legioni stanziate in Germania sono in pericolo: accadono fatti inspiegabili di cui lo stesso Imperatore è ignaro. Il Senato convoca il legionario Quintus e gli affida il compito di radunare una squadra di esperti, partire per la Germania e fare luce sugli eventi. Giunti a destinazione, Quintus e il suo manipolo incontrano una giovane fuggitiva, che racconta agli esterrefatti esploratori che la foresta si è animata e ha ucciso i suoi compagni. Sulle prime i Romani rimangono scettici: provengono da un mondo civilizzato e rifiutano le sciocche superstizioni dei selvaggi del Nord. Solo troppo tardi, e sulla propria pelle, scopriranno che le favole a volte sono vere.

Predatus è stato girato dagli Insettimalvagi Rock Media Factory per passione, con tanta creatività e un budget esiguo. La mancanza di mezzi nuoce soprattutto all’estetica dei costumi: solo un paio di personaggi indossano lorica ed elmo, possiedono un gladio e abiti storicamente probabili. Gli altri compagni di disavventura devono ripiegare su panni più economici.

La scelta di sottolineare le differenze etniche potrà apparire strana, forse ricorderà certi presepi viventi o la via Crucis, eppure è la soluzione più abbordabile e corretta. Le legioni includevano persone provenienti da tutte le latitudini dell’Impero, alcune erano arruolate e altre provvedevano ai bisogni dell’esercito: artigiani, vivandieri, cordai, carpentieri… Chi non dispone di tunica e armatura viaggia seminudo, avvolto in una toga o in gonnellino egizio. Le armi sono altrettanto fantasiose, accanto a gladi, siche, giavellotti, falcioni daci, spuntano spade lunghe. Predator addirittura brandisce uno spadone, in anticipo di milletrecento anni.

Gli effetti speciali sono artigianali, proprio come avveniva nei B-movies horror: scorre a fiumi l’anilina, plastica e lattice danno forma al Predator e alla sua maschera. Il computer interviene quando è strettamente necessario; oltre a creare le immagini a infrarossi percepite dall’alieno, permette al mostro di mimetizzarsi nella foresta, scagliare la lancia, far detonare un ordigno. I mezzi digitali facilitano la post produzione; il montaggio tiene alta la tensione, il buon ritmo sostenuto  coinvolge lo spettatore.

La sceneggiatura è solida, le inquadrature citano quelle del classico di John McTiernan e fanno uso di sequenze in soggettiva. La macchina da presa corre lesta tra gli alberi, a volte l’obiettivo si schizza d’acqua o si imbratta di terriccio, e continua a seguire lo sguardo del mostro alieno, o i passi delle sue disgraziate vittime.

Gli attori sono dilettanti, tuttavia recitano con convinzione, ricalcando battute o ispirandosi… a barzellette d’epoca, recuperate per l’occasione da testi sull’umorismo degli antichi. Parecchie battute sono le stesse del film con Schwarzenegger, adattate all’epoca imperiale.

Il gioco delle citazioni riesce perfettamente, il regista può divertirsi con icone note degli action movie d’oltreoceano, smontare i miti che Hollywood ci racconta e ricostruirli in modo scanzonato e personale. D’altra parte, “non è un peplum, non è un Predator… è un Predatus!”, un simpatico e disimpegnato omaggio che in fondo poco ha da invidiare al primo capitolo della saga.