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Progetto 40

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Anteprima testo

Parole della madre della covata, Trova Hellstrom. Accoglierò con gioia il giorno in cui entrerò nelle vasche e diventerò una cosa sola con tutto il nostro popolo.

(Datato 26 ottobre 1896)

L’uomo con il binocolo si trascinò avanti, strisciando sul ventre tra l’erba bruniccia e calda di sole. C’erano insetti, in mezzo all’erba, e a lui gli insetti non piacevano, ma li ignorò e si concentrò per raggiungere l’ombra delle querce, sulla cresta del dosso, cercando di smuovere il meno possibile la vegetazione che lo nascondeva e lasciava cadere lappe pungenti e animali striscianti sulla sua pelle nuda.

Il viso magro, olivastro e profondamente segnato, tradiva la sua età – cinquantun anni – ma i capelli neri e untuosi sotto il cappello color khaki la smentivano. E la smentivano anche i suoi movimenti svelti e sicuri.

Quando arrivò alla cresta, trasse parecchi respiri profondi e ripulì dalla polvere le lenti del binocolo con un fazzoletto candido. Poi scostò l’erba secca, regolò il binocolo e guardò la fattoria che occupava la valle ai piedi della collina. La foschia del caldo pomeriggio ottobrino complicava l’osservazione, come la complicava il binocolo, un dieci-sessanta di fabbricazione speciale. Si era abituato a usarlo nello stesso modo in cui sparava con un fucile: tratteneva il fiato, si concentrava su un’osservazione rapida limitandosi a muovere gli occhi e tenendo immobile il costoso strumento di vetro e metallo che mostrava nei dettagli immediati gli oggetti distanti.

Al suo sguardo si offriva una fattoria stranamente isolata. La valle era lunga circa ottocento metri, larga quasi mezzo chilometro per gran parte della sua estensione, e all’estremità più alta si restringeva, dove un rigagnolo d’acqua scendeva da una rupe nera. Gli edifici sorgevano sul terreno sgombro sulla riva opposta di un ruscelletto tortuoso e bordato di salici, che ricordava appena l’abbondanza primaverile. Chiazze di tremuli muschi verdi segnavano le pietre del ruscello, e c’erano alcune pozze poco profonde dove l’acqua non sembrava scorrere.

Gli edifici erano piuttosto lontani dal ruscello… tavole di legno sciupate dalle intemperie e vetri che contrastavano con l’ordine delle colture, disposte in file parallele all’interno di nette recinzioni squadrate nel resto della valletta. C’era la casa: l’unità centrale era del vecchio modello a saliera, ma erano state aggiunte due ali e una finestra panoramica nell’ala rivolta verso il ruscello. A destra della casa stava una grande stalla con enormi porte all’altezza del primo piano e una cupola sporgente lungo il tetto: non c’erano finestre, ma bocche di lupo per la ventilazione, disposte sul lato più lungo e sull’estremità visibile. Sulla collina, dietro la stalla, c’era un malconcio capannone per il foraggio; un edificio più piccolo, lì accanto, poteva essere una vecchia latrina; un’altra struttura lignea, più in alto dietro la casa, forse conteneva la vecchia pompa, e giù, presso l’alta recinzione all’estremità settentrionale della valle, un tozzo blocco di cemento, di sei metri di lato e con il tetto piatto; lì doveva esserci la pompa nuova, ma sembrava piuttosto un bunker difensivo.

L’osservatore, che si chiamava Carlos Depeaux, notò che la valle corrispondeva alla descrizione. Era piena di segni d’abbandono: non c’era nessuno in giro (anche se dalla stalla usciva un ronzio nettamente udibile e irritante di macchinari); non c’erano strade che salissero dal cancello nord fino al gruppo di edifici (la strada più vicina, una pista sterrata dove poteva passare un solo veicolo, arrivava nella valle dal nord, ma si arrestava al cancello al di là del bunker). Un sentiero, segnato dai solchi sottili lasciati apparentemente da una carriola, andava dal cancello alla casa e alla stalla.

Le pendici della valle erano ripide, più in alto, e in certi punti spuntavano sporgenze di roccia bruna, sulla sommità della parte opposta. Un’altra sporgenza stava una trentina di metri sulla destra di Depeaux. Alcune piste aperte dagli animali si snodavano come nastri polverosi tra querce e madroñas lungo i fianchi della valle. La roccia nera della piccola cascata bloccava l’estremità meridionale dove un filo sottile d’acqua color cannella si versava nel ruscello. A nord il terreno ondulava e sfociava dalla valle, allargandosi nei pascoli costellati da gruppi di pini, di querce e madroñas.

Lontano, a nord, c’erano bestie al pascolo e, sebbene non vi fossero recinti immediatamente all’esterno della barriera della fattoria, l’erba alta indicava che il bestiame non si avvicinava troppo alla valle. Anche questo concordava con i rapporti.

Dopo essersi assicurato che la valle corrispondeva ancora alla descrizione, Depeaux strisciò a ritroso dietro la cresta, e trovò un tratto ombroso sotto una quercia. Si girò sul dorso, e tirò vicino il piccolo zaino per poterlo frugare. Sapeva che i suoi abiti si mimetizzavano tra l’erba, ma esitava ancora a mettersi seduto; preferiva attendere e ascoltare. Lo zaino conteneva l’astuccio del binocolo, una copia sciupata di Come riconoscere gli uccelli, una buona cinepresa da trentacinque millimetri con il teleobiettivo, due tramezzini di carne avvolti nel cellofan, un’arancia e una bottiglia di plastica piena d’acqua tiepida.

Prese un tramezzino, rimase sdraiato per un momento guardando tra i rami della quercia. Gli occhi grigi non scrutavano qualcosa in particolare.

Si tirò i peli neri che gli spuntavano dalle narici. Era una situazione estremamente strana. Era metà ottobre, e ancora l’Agenzia non era riuscita a osservare i coltivatori di quella valle impegnati durante un intero raccolto. Il raccolto era stato effettuato, comunque. Questo lo si poteva vedere a colpo d’occhio. Depeaux non era un agricoltore, ma credeva di poter riconoscere le stoppie del granturco, anche se gli steli e le pannocchie erano stati portati via.

Si chiese perché mai avevano portato via anche gli steli. I campi delle altre fattorie che aveva visto lungo il percorso per arrivare a quella valle erano ancora pieni di stoppie, dopo il raccolto. Non ne era sicuro, ma gli pareva che quello fosse un altro segnale di stranezza nella valle che interessava tanto alla sua Agenzia. L’incertezza, la lacuna nella sua conoscenza, comunque, lo infastidivano; prese nota mentalmente di informarsi. Bruciavano gli steli?

Dopo un po’, dato che non sentiva la presenza di qualcuno che lo spiasse, Depeaux si mise a sedere e appoggiò la schiena al tronco della quercia, mangiò il tramezzino e bevve un po’ d’acqua tiepida. Era la prima volta che mangiava, dallo spuntar del giorno. Decise di conservare per più tardi l’arancia e l’altro tramezzino. Era stata una lunga, lenta avanzata fino a quel punto, dal posto dove aveva nascosto la bicicletta, in mezzo ai pini. Il camper con l’attrezzatura era con Tymiena, a mezz’ora di bicicletta. Aveva deciso di non tornare indietro fino all’imbrunire e sapeva che avrebbe avuto molta fame, prima di tornare al furgone. Non era la prima volta che faceva un lavoro del genere. Lo strano carattere di quel caso era diventato sempre più evidente quando si era avvicinato alla fattoria. Bene… lo avevano avvertito. L’ostinazione e la perseveranza lo avevano spinto ad avanzare al di là dell’immaginaria linea della fame che sapeva di dover varcare al ritorno. La campagna era molto più aperta e meno ricca di possibili nascondigli di quanto avesse immaginato in base alle foto aeree, sebbene il rapporto di Porter l’avesse precisato specificamente. Depeaux aveva pensato, comunque, di avvicinarsi da un’altra direzione e di trovare qualche riparo. Ma aveva trovato soltanto l’alta erba bruniccia che poteva nascondere i suoi movimenti furtivi attraverso un ampio pascolo e su per la collina.

Quando ebbe finito il tramezzino e bevuto metà dell’acqua, Depeaux chiuse la bottiglia, la rimise nello zaino con il resto dei viveri. Per un momento si voltò a guardare per assicurarsi che nessuno l’avesse seguito. Non c’era nulla, ma non riusciva a liberarsi dall’inquietante sensazione d’essere osservato. Il sole digradante indicava le sue tracce con una linea d’ombra.

Non c’era nulla da fare: l’erba schiacciata rappresentava una pista, ed era possibile seguirla.

Aveva attraversato la cittadina di Fosterville alle tre del mattino, pieno di curiosità per quella comunità sonnolenta dove, gli avevano detto, di solito la gente rifiutava di rispondere alle domande che riguardavano la fattoria. C’era un motel nuovo, alla periferia, e Tymiena gli aveva proposto di passare lì la notte prima della ricognizione alla fattoria, ma Depeaux, in quel caso, stava seguendo una sua intuizione. E se nella cittadina ci fosse stato qualcuno che segnalava alla fattoria la presenza dei forestieri?

La Fattoria.

Quel nome aveva sempre l’iniziale maiuscola in tutti i rapporti dell’Agenzia, ormai da diverso tempo, da molto prima che Porter scomparisse.

Depeaux era arrivato con il camper a una svolta, parecchie miglia più in basso della valle, e aveva lasciato là Tymiena, poco prima dell’alba. Adesso fingeva d’essere un osservatore d’uccelli, ma non c’era neppure un uccello visibile.

Depeaux ritornò al varco tra l’erba e diede un’altra occhiata alla valle.

C’era stato un massacro di indiani, li, verso il 1870… gli allevatori avevano liquidato ciò che restava di una tribù “selvaggia” per eliminare il pericolo per il loro bestiame. In ricordo di quella giornata quasi dimenticata, la valle era stata battezzata “Guarded”. Secondo una breve notizia storica scoperta da Depeaux, in origine la valle era stata chiamata Running Water, dal nome indiano. Ma generazioni di coltivatori bianchi avevano prosciugato la falda acquifera, e adesso l’acqua non scorreva più per l’intero anno.

Mentre studiava la valle, Depeaux pensava alle testimonianze della natura umana racchiuse in quei nomi. Un osservatore casuale, passando di lì senza aver effettuato ricerche preliminari, avrebbe potuto pensare che la valle avesse acquisito il suo nome grazie alla posizione. Guarded Valley era un luogo chiuso, con un’unica, evidente via di facile accesso. I fianchi delle colline erano scoscesi, un precipizio segnava l’estremità superiore e la valle si apriva soltanto verso nord. Ma, si disse Depeaux, l’apparenza poteva ingannare. Era riuscito a raggiungere il suo punto d’osservazione, e il suo binocolo avrebbe potuto essere un’arma di violenza. In un certo senso lo era: un’arma sottile che mirava a distruggere Guarded Valley.

Per Depeaux, quel programma di distruzione aveva avuto inizio quando Joseph Merrivale, il direttore delle operazioni dell’Agenzia, lo aveva chiamato per assegnargli un incarico. Merrivale, un nativo di Chicago che ostentava un pesante accento inglese, aveva esordito rivolgendo un gran sorriso a Carlos e aveva detto: «Può darsi che in questo caso dovrà togliere di mezzo alcuni suoi simili umani.»

Tutti sapevano, naturalmente, che Depeaux odiava la violenza personale.

Dal Manuale dell’Alveare di Hellstrom. Il successo più significativo ottenuto dagli insetti nella loro evoluzione, più di cento milioni di anni or sono, fu il sesso neutro. Questo fece della colonia l’unità della selezione naturale ed eliminò tutti i precedenti limiti alla varietà della specializzazione (espressa con differenza di casta) che una colonia poteva tollerare. È chiaro che, se noi vertebrati potessimo prendere la stessa strada, i nostri singoli membri, dai cervelli immensamente più voluminosi, diventerebbero specialisti incomparabilmente superiori. Nessun’altra specie potrebbe opporsi a noi, mai… neppure la vecchia specie umana dalla quale faremo evolvere i nostri umani nuovi.

L’uomo basso dal viso ingannevolmente giovanile ascoltava attentamente mentre Merrivale informava Depeaux. Era una domenica mattina presto; non erano ancora le nove e l’uomo basso, Edward Janvert, era stupito del fatto che una conferenza per l’assegnazione di un incarico si tenesse a quell’ora, e con un preavviso tanto breve. Sospettava che ci fosse qualche guaio nell’Agenzia.

Janvert, che veniva chiamato Shorty, Tappo, da quasi tutti i suoi collaboratori e che riusciva a nascondere il suo odio per quel…