La Quinta Onda, di Rick Yancey (2014)
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La Quinta Onda

Cassie non ha mai pensato di essere speciale. Fino a non molto tempo fa era una liceale qualunque, con risultati scolastici senza infamia e senza lode, priva di particolari talenti, nello sport come in qualsiasi altra attività. Non era una figlia modello, non era la migliore delle sorelle. All’unico ragazzo che le interessava risultava invisibile. Eppure proprio lei, senza nessun apparente motivo, è adesso una tra i pochi sopravvissuti dell’umanità. Sicuramente non un premio, probabilmente una terribile condanna. Gli Altri, in poco tempo, hanno ucciso miliardi di persone, cancellando stati e popoli, senza pietà, con freddo calcolo e con efficienza assoluta; hanno spinto il genere umano sull’orlo dell’estinzione senza patire perdita alcuna: agli eserciti del mondo intero non è stato dato modo di sparare nemmeno un solo colpo. Cassie lo sa benissimo: non c’è speranza. Non può ancora morire, però; non prima di aver ritrovato il suo fratellino e aver mantenuto la promessa che gli ha fatto. Anche se non c’è più nessuno che la possa aiutare. Anche se i droni e i cecchini degli Altri pattugliano e sorvegliano ogni luogo. Anche se gli Altri devono ancora inviare la Quinta Onda.

La Quinta Onda di Rick Yancey non si distingue per originalità di forma o di contenuti. Il racconto utilizza l’oramai abusato artificio narrativo, caro ad alcune fortunate saghe che negli ultimi anni lo hanno fatto riscoprire a un pubblico sempre più vasto, del diario immaginariamente scritto da un sopravvissuto a un’ecatombe mondiale.

Tra i primi a rinverdire il ‘genere’e ottenere un notevole successo è stato Diario di un Sopravvissuto agli Zombie di J.L. Bourne, pubblicato negli Stati Uniti nel gennaio del 2004. L’epidemia scoppia improvvisa e orde di mortiviventi invadono ogni città. Presto un militare dell’aeronautica che non ha ubbidito all’ordine di rientro in caserma si ritrova solo, con poche provviste all’interno delle mura sempre più vulnerabili della sua casa. Troverà aiuto inatteso in un vicino, e con lui inizierà un disperato viaggio alla ricerca di un luogo sicuro.

Dell’anno successivo è I Vermi Conquistatori (settembre 2005) di Brian Keene, l’autore che, grazie a The Rising (inedito in Italia), aveva fatto fortuna facendo riscoprire all’America il fascino meduseo dell’apocalisse zombi. Prendendo magari spunto da The Incredible Tide di Alexander Key (1970) – in Italia reso noto dall’arte di Miyazaki che ne traspose la storia nel notissimo anime Conan, il Ragazzo del Futuro ­– Keene immagina il mondo devastato dall’innalzamento degli oceani e da alluvioni di violenza inconcepibile. I pochi sopravvissuti possono trovare rifugio solo sulle più alte vette e sulle cime dei pochi grattacieli che non hanno ceduto alla violenza dell’acqua. Purtroppo per loro qualcosa si sta inoltre destando nelle profondità della terra e degli oceani, e le minacce dell’incredibile marea e delle strane muffe che stanno contagiando piante e animali saranno davvero gli ultimi dei loro problemi.

Dal momento che il rinato tema zombi, dopo un decennio di film, serie televisive e saghe, risulta obiettivamente saturo, e che i mostri d’ispirazione lovecraftiana possono creare un bel po’ di problemi agli autori poco accorti, il libro di Yancey, uscito nel 2013, abbandona le orde dissennate, mosse da insaziabile, inarrestabile e illogica fame, in favore di schiere disciplinate di esseri alieni dall’intelligenza e tecnologia superiori.

Che si tratti di zombi, mostri o alieni, il canovaccio tuttavia non cambia. Così, oltre all’identica forma narrativa, e seppur con minime differenze di accenti, La Quinta Onda tratta i medesimi temi dei due romanzi citati: la misteriosa inarrestabile epidemia, la lotta fratricida tra i sopravvissuti, l’ineluttabilità (almeno apparente) della fine dell’umanità e l’inutilità del ‘vivere un giorno ancora’.

Il rischio corso da Yancey è così quello di seguire le orme di Manel Loureiro che, con Apocalisse Z (2008), ricalca pedissequamente la trama del diario di Bourne. Sicuramente non lo salvano le poche e non molto significative varianti introdotte. Yancey trasforma l’improvvisa e inspiegabile diffusione del virus mortale in un gesto deliberato. E nel romanzo non si manca di descriverne i tratti più raccapriccianti. L’ennesima rivisitazione della Morte Rossa di Poe, questa volta in chiave virus ebola. Le lotte fratricide non sono solo il frutto della follia umana, ma vengono strumentalizzate, rientrando anch’esse nel piano ardito e vincente elaborato dagli alieni.

L’ineluttabilità della sconfitta definitiva, rappresentato negli altri romanzi dalla resistenza degli zombi alle radiazioni delle bombe atomiche e dalle dimensioni spropositate degli Antichi, si trasfigura qui nella presenza dell’astronave madre, visibile da ogni luogo della Terra e purtuttavia irraggiungibile e letale.

Spontaneo chiedersi allora: se non vi è nulla (o quasi) di nuovo o originale, perché leggere questo romanzo?

Perché Yancey, sorprendentemente, nonostante la sensazione perdurante del ‘già letto e qualche debolezza di troppo nello svolgimento della trama (che giunge persino a rovinare più di un colpo di scena), riesce comunque a costruire una storia avvincente che non dà tregua, che invoglia il lettore a divorare avidamente ogni singola pagina pregustando la successiva.

Pur abbandonando le già battute strade dell’assalto in grande stile con armi abominevoli ed eserciti terrestri spazzati via in pochi giorni, tratti caratteristici di opere quali la La Guerra dei Mondi e il più recente Falling Skies, Yancey riesce a immergere il lettore in una atmosfera di desolazione efficacemente resa, quasi al pari di romanzi di ben più alto livello come La Strada di McCarthy.

Azzeccata appare anche la scelta di incentrare la storia non su un militare addestrato come nel romanzo di Bourne o su un avvocato dalle capacità inattese (e poco giustificabili) come in quello di Loureiro o ancora su un anziano sorprendentemente agile e scattante come nell’opera di Keene: Cassie è solo una ragazzina, debole e affamata, la cui fragilità è specchio, nella misura individuale, della fragilità di una intera razza; in lei è ben più facile immedesimarsi.

Curiosa invece la scelta di ‘smorzare i toni’ con citazioni frequenti di altri romanzi. Ben più discutibile quella di riproporre una notissima scena tratta da Full Metal Jacket di Kubrick, con la trascrizione quasi completa del discorso del sergente Hartman alle reclute. L’obiettivo era concedere spazio a un po’ di ironia, ma lo stacco è eccessivo e si presenta come un’inopportuna interruzione di una narrazione fino a quel punto serrata e cupa.

In siffatto quadro di poche luci e tante ombre, difficile dare un giudizio positivo del romanzo, che pure ci si spinge a consigliare quale buon rifugio durante una noiosa trasferta in treno o piacevole distrazione estiva tra una nuotata e l’altra.