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Ryu, il Ragazzo delle Caverne

Il piccolo Ryu ha il torto di nascere bianco tra uomini dalla pelle scura, in una terra preistorica dove la superstizione bolla questa diversità come presagio di sventura. Nonostante le suppliche della madre, disperata, il bambino viene abbandonato ancora in fasce su un altare di roccia alla mercé di Tyrano, un feroce dinosauro che imperversa nella regione.

Destino però vuole che a trovare il neonato prima del mostro sia una scimmia-ominide rimasta da poco orfana di un cucciolo. L’istinto materno ha il sopravvento: la scimmia trae in salvo il piccolo e lo adotta, allevandolo poi come un figlio.

Ryu cresce così sano e forte, diventando un vigoroso ragazzo.

Il colore della sua pelle rimane però un marchio indelebile, che nemmeno il passare degli anni può cancellare. Quando il giovane s’imbatte per la prima volta in altri esseri umani, si ritrova subito catturato e di nuovo condannato a morte.

Riesce ancora a salvarsi, ma comprende che restare in quella terra significherebbe vivere da emarginato; così scappa, in compagnia della bella Ran, una ragazza conosciuta poco prima della cattura. Lo sorregge adesso il desiderio di rintracciare la madre (che egli ha appreso essere ancora in vita) e insieme a lei, forse, un luogo ove stabilirsi e un popolo da cui poter essere accettato. A braccarlo durante la fuga c’è un terzetto di implacabili cacciatori, comandati da Taka, individuo divorato dal risentimento e da un odio razziale coltivato fin da bambino.

Inizia così un’odissea che condurrà Ryu e Ran, ai quali successivamente si aggiungerà anche Don, il fratellino della ragazza, incontro a ostacoli d’ogni tipo, attraverso territori spesso impervi, popolati da animali feroci e genti ostili. Non mancheranno pure nuove amicizie, alcune carismatiche con molto da insegnare ai nostri eroi, come l’irriducibile Kiba, un valente guerriero la cui unica ragione di vita è abbattere il flagello Tyrano.

Per Ryu, cresciuto solo, lontano dai suoi simili, quel viaggio rappresenterà anche un percorso di crescita interiore, durante il quale comprenderà il valore dell’amicizia e della famiglia.

Ryu, il ragazzo delle caverne (Genshi Shounen Ryuu) è una serie televisiva di 22 episodi trasposta dal manga Ryu no Michi, del maestro SHOTARO ISHINOMORI.

L’anime andò in onda nell’ormai lontano 1971; a dirigerlo fu AKEHI MASAYUKI, già partecipe nel 1963 alla realizzazione di un precedente “ragazzo primitivo”, Ookami Shounen Ken, e impegnato successivamente (1972) alla regia di un’altra opera nagaiana, il conosciutissimo Devilman.

“Ryu” resta tuttora uno dei rari cartoni animati ambientati in epoca (pseudo)preistorica.

Questo scenario da età della pietra “alternativa”, un mondo che pone come contemporanei dinosauri e uomini, è in realtà ciò che rimane dopo l’epurazione operata sui contenuti fantascientifici del fumetto originale di Ishinomori.

La versione manga, attualmente in corso di pubblicazione in Italia edita dalla D/VISUAL, è infatti un’opera assai più complessa, una trilogia ambientata in tre “epoche” molto diverse tra loro, che simboleggiano passato, presente e futuro, con una connotazione da Fantascienza esplicita, tanto da iniziare con Ryu a bordo di un’astronave.

La trasposizione animata ha ripreso la trama di una sola delle parti, privilegiando a quel punto lo scenario preistorico, dal quale l’adattamento ha rimosso ciò che in quel contesto avrebbe potuto risultare estraneo, come l’origine “atlantidea” della madre di Ryu o l’ingegno superiore con il quale il giovane, nel manga, riesce a “progettare” e costruire strumenti utili alla sopravvivenza quotidiana.

Il tema portante diventa quello del razzismo, presentato sia come retaggio culturale – ciò che spinge i vari villaggi ad allontanare il “bianco” per motivi religiosi senza vero odio personale – sia come sentimento innato e inestirpabile, spesso alimentato dal desiderio di vendetta, come quello che acceca il persecutore di Ryu, Taka, il quale, fino alla sua tragica fine, continuerà imperterrito nella sua “missione” rigettando ripetutamente ogni occasione per redimersi.

Il fatto che stavolta l’oppresso fosse il “bianco” sicuramente facilitò l’immedesimazione da parte dei giovani telespettatori giapponesi, e magari può essere letto anche in chiave simbolica: un modo per definire attraverso i colori la purezza d’animo del protagonista rispetto al mondo che lo circonda, selvaggio nella più negativa accezione del termine.

La trama è piena di conflitti, di faide tribali, di tradimenti, di meschinità, di gelosie, di cacce implacabili, sia ad animali che a uomini… davvero “un mondo ostile” (come recita la sigla), dove l’unica fede che sostiene i protagonisti è il loro affetto reciproco, il loro sentirsi una famiglia.

Particolarmente cruenta è la puntata 16, “L’uomo bestia”, dove vengono mostrate con molta disinvoltura lance che trafiggono costati, o frecce che squarciano gole zampillanti sangue. Questo episodio, ambientato in un campo di schiavi, mostra un design dei personaggi particolarmente attento nel rendere la contrapposizione tra i carnefici e le vittime, flaccidi e pasciuti i primi, spenti ed emaciati i secondi.

I temi forti, le bassezze dell’animo umano tratteggiate con decisione, sono una caratteristica di questa serie, a cui fa però si contrappone una certa mancanza di profondità. Le vicende “monouso”, quelle funzionali a un’unica puntata, appaiono infatti spesso “irrisolte”: capita per esempio che vari episodi si chiudano con Ryu e Ran costretti a fuggire lasciandosi dietro storie interrotte e personaggi sospesi, di cui non si saprà più nulla.

È invece una costante comune a molte serie animate di quel periodo forzare la premessa iniziale, in questo caso il fatto che Ryu, pur cresciuto da una scimmia, sappia parlare e sia addirittura consapevole del suo vero nome.

Dal punto di vista tecnico, tra fondali semplici e “acquerellati” che tuttavia riescono a rendere ugualmente bene l’atmosfera, si nota spesso l’uso di flashback composti da fermi immagine, un accorgimento utile a ridurre i costi e i tempi di produzione. Abbassano però la qualità i vari ricicli di scene e, purtroppo, anche l’uso di passaggi narrativi “standard” ripetutamente uguali a sé stessi (in quasi tutti gli episodi, per esempio, compare l’immancabile scena di qualcuno che, in situazione critica, inciampa, di solito Ran). Il character design cambia varie volte nel corso della serie, lasciando immaginare l’alternarsi di disegnatori e animatori.

Ryu vanta in ogni caso un grosso pregio nell’adattamento nostrano, quello d’aver mantenuto le sigle originali (sia pure con testo riscritto in italiano), caso rarissimo in ambito anime. Le due canzoni, “Ryu” (la sigla iniziale “Genshi Shounen Ryuu ga iku”) e “Un milione d’anni fa” (la sigla finale “Ran no Uta”) cantate rispettivamente da FOGUS (ICHIRO MIZUKI nella versione giapponese) e GEORGIA LEPORE (MITSUKO HORIE), composte dall’immenso TAKEO WATANABE, con testi dello stesso Shotaro Ishinomori, sono semplicemente meravigliose.