Terra di Mezzo (Midworld, 1975) Alan Dean Foster
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Terra di Mezzo

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PRESENTAZIONE

Abbiamo presentato Alan Dean Foster (da non confondere con M.A. Foster dei Guerrieri dell’Alba, Cosmo N. 57) nei due romanzi Il mistero del Krang (Cosmo N. 39) e L’agguato del Vom (Cosmo N. 51), dicendo che è nato nel 1946, risiede a Los Angeles, ha studiato “Arti cinematografiche”

e scrive romanzi dal 1970. Il suo maggiore successo sono i “libri di bordo”

di “Star Trek”, versione romanzata di una serie televisiva americana di fantascienza.

Quanto al suo modo di scrivere, lo inserivamo tra alcuni nuovi scrittori americani che sono emersi dopo il periodo della “New Wave” (la fantascienza sperimentale degli anni ‘60) e che ritornano al tipo classico di fantascienza avventurosa. Uno scrittore dalla produzione evasiva, ma godibile e divertente.

Il primo romanzo di Foster da noi presentato, Il mistero del Krang, ricordava una parte della produzione di Heinlein, cioè le avventure in pianeti esotici come Cittadino della Galassia. Il secondo romanzo, L’agguato del Vom, faceva pensare a van Vogt e a certi suoi mostri extraterrestri: Crociera nell’infinito. Questo terzo romanzo, La terra di mezzo, ricorda un altro scrittore ancora, cioè Murray Leinster e il suo Pianeta dimenticato: infatti anche ora abbiamo il pianeta raggiunto da un’astronave che fa naufragio, i coloni che sono rimasti isolati e si sono messi a vivere da indigeni, la lotta continua contro le forme di vita locali ecc. ecc.

Tuttavia le somiglianze a un certo punto lasciano il passo alle differenze, e La terra di mezzo prosegue in modo assai diverso dal romanzo di Murray Leinster: una differenza che è anche quella tra la fantascienza di oggi e quella di ieri.

Si veda infatti il romanzo di Leinster, Il pianeta dimenticato. Sul pianeta di Leinster, la natura lasciata a se stessa è impazzita e si è lanciata in una escalation dì corazze e mandibole sempre più gigantesche: il caos. Al caos viene contrapposto l’ordine: l’arrivo della nuova astronave che riporterà la civiltà. I “selvaggi” vengono addottrinati in poche ore con un opportuno apparecchietto e restituiti alla civiltà. Il caos resterà caos, ma avrà una sua nicchia ben precisa nella società.

Nel romanzo di Foster, invece, la natura è solo apparentemente caotica: essa nasconde un proprio equilibrio e una propria finalità. Il caos è quello che vi vogliono introdurre gli esploratori provenienti dalla Galassia “civile”. Sotto questo aspetto, La terra di mezzo è come uno di quei film di cow boy in cui vincono gli indiani; oppure si può dire che è assai prossimo al Mondo della foresta di Ursula Le Guin.

Ora, il fatto che Bradbury scriva un Cronache marziane che mostra come il progresso rovini i valori preesistenti può essere un caso isolato. E che la Le Guin descriva come i terrestri colonialisti siano scacciati da un movimento che essi stessi hanno contribuito a ar nascere può essere un altro caso isolato: ad autori come Bradbury e la Le Guin, che sono il fiore che la fantascienza si mette all’occhiello, è giusto chiedere di non adeguarsi alla corrente. Ma quando un autore assolutamente disimpegnato come Poster si mette a farcì la morale ecologica (e a farcela in modo molto efficace, poi), allora vuol dire che in giro l’insoddisfazione è grande.

La fantascienza è uno dei campi in cui trovano più immediatamente risonanza le insoddisfazioni di fondo, e i romanzi che si pubblicano in questo periodo in America tradiscono, nel loro complesso, una profonda inquietudine. Il presente romanzo di Poster prende le difese dell’ambiente naturale contro lo sfruttamento per motivi che sì rivelano futili (“Rubereste il profumo di un fiore, l’anima di un morto!” accusa uno dei “selvaggi”). Uomo più, di Pohl, mostrava una disponibilità a piantare baracca e burattini per ricominciare tutto da capo, senza sapere bene come e cosa.

La compagnia della gloria di Pangborn mostrava un personaggio che onestamente non sapeva come ricostruire la civiltà distrutta, ma temeva di ricostruirla identica a quella precedente. Guerra eterna mostrava un protagonista passivo, trascinato ineluttabilmente entro una macchina guerresca: il trionfo del processo sulla finalità (o della burocrazia sullo scopo per cui è stata istituita). Si corre tuttavia il rischio che queste denunce diventino parte del repertorio, lamentazioni dì maniera, stilizzate e canoniche. La produzione commerciale riuscirebbe a tagliare le unghie a qualsiasi denuncia col semplice fatto di ripeterla fino alla noia.

Riccardo Valla

Anteprima testo

LA TERRA DI MEZZO

«Dove le più alte selve, impenetrabili alla luce delle stelle e del sole, spandono la loro ampia ombra.» Milton, Paradiso perduto.

«Chi ode i pesci quando urlano?» Thoreau.

«……!!!., ??… O!!» Calathea insignis.

CAPITOLO 1

Mondo senza nome.

Era verde.

Verde e gravido.

Giaceva supino in un mare di giaietto sibilante;, come uno smeraldo suppurante nell’oceano dell’universo. Non ospitava la vita. Sulla sua superficie la vita esplodeva, prorompeva, si moltiplicava e prosperava, al dì là di ogni possibilità dell’immaginazione. Da un suolo così ricco che quasi viveva anch’esso, un magma verdeggiante sgorgava per inondare la terra.

Ed era verde. Oh, era di un verde così vivo da avere una nicchia tutta sua nella gamma dell’impossibile: un verde invadente, onnipresente, onnipotente.

Il mondo di un dio clorofillaceo.

Eccettuate poche sacche di un azzurro rancido, anche gli oceani erano resi verdi dalla sovrabbondanza della vegetazione galleggiante che quasi soffocava le acque. Le montagne erano verdi, fin dove si confondevano con la verde schiuma: solo a grandi altezze i licheni lottavano con il ghiaccio strisciante, così come sulla maggioranza dei mondi le onde lottavano con la terraferma. Persino l’aria aveva un pallido riflesso verde, e guardando attraverso l’atmosfera si aveva l’impressione di guardare attraverso lenti tagliate nel peridoto più puro.

Non c’erano dubbi sulla capacità, da parte del pianeta, di sostenere la vita. C’era piuttosto il dubbio che ne sostentasse troppa, troppo abbondantemente.

Tuttavia, tra gli esseri viventi che crescevano e volavano e lottavano e morivano sul globo più fertile dei cieli, non ve ne era uno solo che pensasse… non nel modo in cui viene di solito definito il pensiero, per tranquillità mentale.

Bisogna considerare che ciò che abitava il mondo senza nome vedeva l’universo in un modo diverso da quello abituale… se mai c’era qualcosa che lo faceva. Oh, c’erano i vellosi, certo, ma non avevano neppure un nome che potesse venir chiamato nome, fino a quando venne la gente.

E questa gente arrivò: era diretta in qualche altro posto. Per il comandante e gli ufficiali della nave coloniale, che studiavano e bestemmiavano e imprecavano contro i comandi e le coordinate, era un caso chiarissimo di incidente maligno. Non era quello, il pianeta su cui avrebbe dovuto portarli il pilota automatico. Adesso erano in orbita, e non avevano abbastanza carburante per arrivare da qualche altra parte, non avevano attrezzature adatte per sistemarsi su quel mondo, non avevano né tempo né mezzi per chiedere aiuto. Avrebbero dovuto far virtù di un atterraggio calamitoso.

I coloni votarono e si accinsero a portare la civiltà su quel mondo. Erano stanchi, disperati e animati da un’eccessiva fiducia in se stessi, ma impreparati.

Scesero in quell’inferno verde, che separò molto in fretta la parte preponderante di pula umana dal seme fruttuoso, e la divorò viva. E cambiò coloro che non divorò.

In quei tempi lontani, l’umanità era abituata a dominare l’universo: con la forza, quand’era necessario. Coloro che tentarono di attenersi a tale abitudine non riuscirono a mettere al mondo una seconda generazione, sul mondo senza nome. Alcuni, meno prigionieri dell’orgoglio e più. adattabili, sopravvissero ed ebbero figli. I loro discendenti crebbero senza illusioni sulla supremazia dell’umanità o di qualunque altra cosa. Maturarono ed osservarono il mondo che li circondava con occhi diversi.

Fai rotolare il tronco.

Dai e prendi.

Piegati al vento.

Adattati, adattati, adattati!

CAPITOLO 2

Born guardava salire la nebbia mattutina e sognava il sole. Si assestò più comodamente nella fessura dell’albero di thomabar e si strinse addosso il mantello di pelliccia verde. Il pensiero del sole lo rallegrò un poco. Una dura fatica, lunghe arrampicate e coraggio gli avevano concesso per tre volte quella visione, nella sua modesta esistenza. Non erano molti gli uomini che potessero vantarsi di aver fatto altrettanto, pensò gloriandosi.

Per vedere il sole, ci si doveva arrampicare in cima al mondo. E strisciare in vetta ad uno dei Pilastri o degli emergenti che costituivano i baluardi del mondo. Salire lassù era come cercare la morte ad opera dell’orda di sagome fameliche che fluttuavano e volteggiavano nell’Inferno Superiore.

Born l’aveva fatto tre volte. Era un ardito tra gli arditi… o forse, come insistevano ad affermare alcuni al villaggio, il più pazzo dei pazzi.

La nebbia umida si diradò ancora di più, via via che il sole, levandosi, aspirava l’umidità dal Terzo Livello. Born rabbrividì. Era pericoloso, oltre che fastidioso, riposare relativamente esposto, in quelle prime ore del giorno, quando esseri odiosi di ogni specie vagavano in quel mondo tra le chiome degli alberi. Ma l’alba e il crepuscolo erano i periodi del giorno più consoni ai cacciatori, e Born si considerava un loro pari. Un buon cacciatore non si metteva al sicuro nascondendosi mentre gli altri catturavano la selvaggina migliore.

Pensò di chiamare Ruumahum, ma il grosso velloso non si trovava nelle vicinanze, e un grido, in quel momento, avrebbe sicuramente spaventato le prede potenziali. Per il momento avrebbe dovuto rinunciare al conforto del calore ingombrante del suo compagno.

Born non dubitava affatto che Ruumahum si trovasse a portata di voce.

Quando un velloso si abbinava ad una persona, non se ne allontanava mai molto, fino a quando quella persona moriva. E quando moriva… Born scacciò, irritato, quel pensiero. Erano preoccupazioni inutili, per un uomo impegnato a cacciare.

Ormai era lontano dal villaggio già da tre giorni, e non aveva incontrato nulla che valesse la pena di essere preso. C’erano spaccarbusti in abbondanza, ma lui avrebbe preferito camminare sulla superficie, piuttosto che tornare al villaggio portando solo uno spaccarbusti o due. Bruciava ancora al ricordo del ritorno di Losting con la carcassa del figliatore, al ricordo dell’ammirazione e delle acclamazioni riservate al grand’uomo. Erano piccolezze, banalità: eppure gli bruciavano.

Il figliatore era grosso quanto Losting, tutto artigli e chele, ma proprio quegli artigli e quelle chele temibili erano pieni della migliore carne bianca, e Losting li aveva deposti ai piedi di Passo Chiaro, e lei non li aveva rifiutati. Era stato allora che Born si era allontanato furibondo dal villaggio, avventurandosi in quella battuta di caccia finora infruttuosa.

Born non aveva mai potuto gareggiare con Losting in fatto di statura e di forza: ma era abile. Anche da bambino era astuto, più svelto dei suoi amici, e aveva approfittato di ogni occasione per dimostrarlo. Benché nessuno, adesso, mettesse in dubbio le sue capacità, Born sarebbe rimasto sconvolto nell’apprendere che tutti lo consideravano un po’ avventato, un po’ pazzo.

Gli altri non potevano capire che Born provava il bisogno costante di dimostrare il proprio valore. Da questo punto di vista, egli rappresentava una regressione atavica.

Adesso, era di nuovo in giro da solo: una situazione sempre pericolosa.

Cercava di isolarsi dal mondo, di confondersi con il fogliame e diventare parte del verde spinoso, virtualmente invisibile sui sentieri tortuosi.

La nebbia era fuggita, ascendendo al Secondo Livello. L’aria era limpida, benché ancora umida. Born poteva vedere, senza ostacoli, la grande bromeliacea epifita, parecchi metri più in giù, lungo il tralcio. L’enorme fiore cresceva al centro del rampicante: un parassita che si nutriva di un parassita. Larghe foglie spatolate oliva e nere facevano da sfondo al fiore verde. I petali spessi erano molto uniti, e si incurvavano verso l’esterno e verso l’alto formando un bacino impermeabile. Come accadeva sempre dopo la pioggia serale, adesso era pieno di un metro d’acqua pura. Prima o poi, qualche animale che valesse la pena di uccidere sarebbe venuto lì ad abbeverarsi.

Intorno a lui la foresta si svegliò: il coro primordiale di latrati, squittii, trilli, ululati e strida proseguì il canto tralasciato dai meno loquaci cugini notturni.

Born era scoraggiato e già pensava di provare in qualche altro posto, quando scorse un movimento tra i rami e le liane al di sopra della cisterna naturale. Si arrischiò a sospingersi un po’ più avanti, gustando temporaneamente la mimetizzazione dell’ondulato mantello verde. Sì, c’era un fruscio ben definito, ancora molto al di sopra del sentiero, ma che tuttavia continuava a scendere.

Muovendosi il meno possibile, tolse lo spegnitore dal luogo in cui l’aveva appoggiato. Il tubo di legno verde, lungo un metro e mezzo, aveva una circonferenza di sei centimetri all’estremità posteriore, e in punta si restringeva fino ad una circonferenza d’un centimetro scarso. Delicatamente, Born lo fece scivolare sul rialzo di legno che aveva davanti. Lo lasciò lì, immobile come un ramoscello sfrondato. Lo puntò sulla cisterna. Frugò nella faretra che portava appesa al dorso, sotto il mantello, e ne estrasse una delle spine lunghe dieci centimetri. Reggendola prudentemente per l’estremità allargata a forma di ventaglio, dove era stata staccata dalla pianta, l’infilò nella parte posteriore aperta dello spegnitore.

Dal sacco appeso accanto alla faretra, Born trasse un seme serbatoio. Era di un giallo vivo, venato di nero e poco più grosso di un pugno umano. La superficie coriacea era tesa come una pelle di tamburo. Born l’inserì a tergo dello spegnitore, e poi fissò il blocco. Lassù in alto, il fruscio era diventato lo scroscio di grossi rami che si spezzavano e si piegavano.

Serrando la mano destra intorno al grilletto simile a quello di una pistola, e usando la sinistra per tenere salda la lunga canna, Born si immobilizzò come una statua. Concentrando tutta la sua attenzione sulla bromeliacea, si sforzò di protendere la propria mente, di diventare una cosa sola con la pianta.

Guarda che bel luogo ti offro per riposare, pensò, teso. Com’è spazioso questo ramo, come sono robusti e saporiti i suoi compagni, com’è limpida e pura e fresca l’acqua che ho raccolto con tanta pazienza, apposta per te.

Scendi, vieni da me, bevi profondamente al mio pozzo.

Una brezza smarrita soffiò, agitando le punte delle foglie della bromeliacea. Born trattenne il respiro e si augurò che non portasse il suo odore fino all’essere, quale che fosse, che continuava a scendere pesantemente.

Un ultimo, sonoro scricchiolio di vegetazione che si apriva, e l’essere in movimento si mostrò: una sagoma a cono, marrone scuro, coperta di un ispido vello bruno. Dall’estremità piatta del cono si protesero due lunghi tentacoli, coronati da occhi dall’iride rossa. Spaziati a intervalli regolari intorno al corpo conico del brachiere c’erano quattro bracci muscolosi, che lo tenevano appeso tra i rami superiori e quelli inferiori, con l’aiuto della coda prensile che si estendeva dalla punta del cono.

Una mole di quasi due metri, che pesava cinque volte più di Born: sarebbe stato difficile uccidere il brachiere. Il vello fitto e intricato era quasi impenetrabile, ma soltanto setole rade coprivano la base piatta del cono.

Per colpire in quel punto, Born doveva attendere che l’essere si volgesse verso di lui. La minuscola bocca rossa al centro della base era innocua, orlata da quattro serie contrapposte di denti piatti, da ruminante. Ma quei bracci potevano ridurre in schegge il sentiero di legno: e un uomo sarebbe andato a pezzi molto più facilmente.

Un braccio cambiò presa, afferrò un ramo più basso. La coda si incurvò per attorcersi intorno allo stesso sostegno. Poi il braccio superiore e quello sinistro lasciarono la presa, e il brachiere si dondolò, ancora più in basso.

Born si rammaricò di non essersi preparato con maggiore scrupolo, tenendo a portata di mano un altro seme serbatoio e un’altra spina di jacari. Ormai era troppo tardi. Sarebbe bastato un minimo movimento da parte sua perché il brachiere si trasformasse in un turbine di bracci e di coda. Poteva spostarsi in alto, in basso e…

Terra di mezzo - Copertina

Tit. originale: Midworld

Anno: 1975

Autore: Alan Dean Foster

Ciclo: Humanx Commonwealth

Edizione: Editrice Nord (anno 1977), collana “Cosmo Argento” #65

Traduttore: Roberta Rambelli

Pagine: 172

Dalla copertina | Un’astronave appartenente ad una ditta commerciale terrestre raggiunge clandestinamente il pianeta sfuggendo alle regole imposte dallo Humanx Commonwealth. Il suo scopo è quello di depredare la foresta delle proprie risorse, in particolare essenze aromatiche e potenti droghe ottenibili dalla vegetazione locale. Un veicolo leggero con due esploratori terrestri a bordo entra in avaria lontano dall’astronave madre e i due si trovano a chiedere l’aiuto ad una tribù locale per ritornare alla base. Il romanzo racconta di questo viaggio di ritorno attraverso ai mille pericoli della giungla e delle conseguenze dell’insanabile contrasto tra l’idea di profitto dei terrestri e il forte senso di appartenenza alla biosfera del pianeta sviluppato dagli abitanti del luogo. Terra di mezzo appartiene al filone ecologico della fantascienza; Riccardo Valla lo paragona ad un film di cow boy dove vincono gli indiani, e rileva una certa analogia con i contenuti di denuncia del disastro ecologico provocato dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti nel Mondo della foresta di Ursula Le Guin.