Terre di Confine #10
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Terre di Confine #10

Autodistruzione for dummies

Cari Lettori, come sempre un ben ritrovati tra le pagine della Vostra affezionata TdC!

In questo nuovo numero vorremmo avventurarci con Voi a esplorare due temi molto seguiti dagli appassionati di Fantascienza e Fantasy. Il primo è drammatico e solitamente proiettato nel cuore di scenari catastrofici; il secondo evoca suggestioni epiche e romantiche. Si tratta di “Postatomico” e “Ciclo Arturiano”.

L’olocausto nucleare e l’idilliaca Camelot, una distopia e un’utopia, un accostamento forse ardito. Esiste però una chiave di lettura che può accomunare gli equipaggi dell’Enola Gay e del Bockscar e i nobili Cavalieri della Tavola Rotonda. Tibbets, Lewis, Ferebee, Van Kirk… Artù, Lancillotto, Tristano, Galahad… sono tutti soldati.

Il filo dell’analogia porta direttamente al modo di combattere una guerra, inteso sotto l’aspetto deontologico, in ragione di mezzi rapportati a fini, morale e utilitarismo, etica impartita al militare e risultato della derivante condotta. È un piano di analisi di cui due temi rappresentano esattamente le facce opposte: nella lotta senza quartiere tra Bene e Male per l’affermazione di sacri, superiori e universali principi, nel Ciclo Arturiano troneggia il baluardo di un’etica quasi mistica, rigorosa e inamovibile, mentre nel Postatomico si deformano gli evanescenti confini del Diritto bellico, un elastico che l’incedere del progresso rende sempre più teso.

La questione morale sull’uso della bomba atomica ha prodotto moltitudini di parole, scritte e pronunciate; altrettanto dicasi per il codice cavalleresco, che permea la Letteratura di varie epoche. Accostare i due argomenti, però, continua a stimolare la riflessione.

A memoria d’uomo, non si è mai sentito di una guerra capace di risparmiare gli innocenti, per cui il quesito astratto se possa o meno esistere una “guerra giusta” può essere scavalcato da uno più pragmatico: nell’intrinseca ingiustizia del combattere, esiste un modo giusto e uno sbagliato di farlo? O, se vogliamo, esiste un modo meno ingiusto di un altro?

In parole diverse: la sopravvivenza (propria, dei propri ideali, del proprio sistema di valori, del proprio modo di vivere) è un fine sempre inderogabile che prescinde dal mezzo con cui lo si consegue?

Negli ospedali moderni esiste una categoria di degenti che a questa domanda risponderebbe senza esitazione con un no. All’opposto, in alcuni luoghi di questo nostro vecchio e stanco mondo, luoghi in cui la propria sopravvivenza sfugge al novero delle opzioni, si tende addirittura a sostituirle come scopo dogmatico la non sopravvivenza altrui.

In un simile dedalo di alternative filosofiche, la tecnologia bellica oggi ha raggiunto sviluppi tali da rendere superfluo il concetto stesso di deontologia applicato alla guerra, cancellando di colpo qualsiasi contrapposizione dialettica tra mezzi e fini, riuscendo nell’iperbolica impresa di creare l’arma più inutile di tutte: l’arma che non si può usare altro che contro sé stessi.

In effetti, una malattia che imponesse la somministrazione di un farmaco termonucleare sarebbe, per questa stessa ragione, incurabile; e un’Umanità colpita da un simile morbo avrebbe già imboccato lo stadio terminale. Quel tipo di cura contiene dunque in sé la paradossale proprietà di rappresentare due opposti, eutanasia e al tempo stesso accanimento terapeutico.

Ci tornano in mente, inevitabili, le parole attribuite a uno Svizzero/Tedesco (un Signore che davvero sapeva quel che diceva): il suo pensiero su quali armi sia lecito immaginare utilizzate in una ipotetica quarta guerra mondiale, ammesso di sopravvivere a una terza.

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