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The Candy Shop

Atlanta è una grande città americana, tristemente famosa per il traffico sessuale minorile. Secondo dati raccolti dall’ente benefico Street Grace, la metropoli ha il turpe primato negli Stati Uniti ed è ‘solo’al decimo posto nel mondo. Le cronache riportano episodi di prostituzione minorile, un giro di milioni di dollari, organizzato e gestito come qualsiasi altra attività criminale. Per sensibilizzare la gente sul problema, Street Grace si è unito ad altre organizzazioni e ha contattato la casa cinematografica indipendente Whitestone Motion Pictures. È nato così The Candy Shop, cortometraggio diretto dall’abile Brandon McCormick.

Si tratta di un racconto allegorico, ambientato negli anni della Depressione. Jimmy Balcom è un adolescente, vive con la madre malata ed è felice di lavorare per aiutare la famiglia, vendendo giornali e aiutando il fruttivendolo. Un giorno, davanti al banco della frutta, apre i battenti uno strano locale, una bottega piccola e buia chiamata Candy Shop,  gestito da un bizzarro individuo vestito da clown. Molte persone iniziano a frequentare quel negozio; compreso, di tanto in tanto, lo stesso datore di lavoro di Jimmy. I bambini passano davanti alla vetrina, ammirano i bellissimi lecca lecca e talvolta il proprietario li invita a entrare. Jimmy nota però come nessuno di loro faccia mai ritorno. Insospettito, indaga…

Il cortometraggio mantiene il tono garbato di una fiaba a tinte fosche, messa in scena con intelligenza e buona padronanza dei mezzi. Tutti gli specialisti della piccola casa indipendente hanno collaborato con entusiasmo, conciliando la passione per il fantastico con le esigenze educative. La sceneggiatura solida va dritta allo scopo, senza indulgere in facile retorica o in particolari di cattivo gusto. I movimenti di macchina, mai improvvisati, sfuggono all’approssimazione dilettantesca o alla banalità tipica di molti telefilm. Gli attori coinvolti si dimostrano all’altezza, a partire dal giovane Mattie Liptak (Jimmy). Il sensuale e ambiguo caramellaio è interpretato da Doug Jones, ottimo mimo e volto noto agli appassionati del cinema di genere ( lo si è visto in Hellboy, Il Labirinto del Fauno, Legion e tante altre belle produzioni). Gli interpreti sono professionisti, o persone con alle spalle partecipazioni minori in svariate produzioni. L’espressività dei loro volti permette di abbondare con i primi piani, valorizzati dalla bella fotografia. Le riprese sono avvenute in interni, in set allestiti appositamente; molte sequenze sono ritoccate in postproduzione, con misura. Gli effetti speciali sono stati usati con la giusta parsimonia, in modo da non distrarre gli spettatori e sminuire così il messaggio.

Attraverso la metafora delle bambine trasformate in lecca lecca gli autori possono raccontare la piaga della della prostituzione minorile senza retorica o inopportune cadute di gusto. Come avviene per Cappuccetto Rosso, anche in The Candy Shop la metafora evita le rappresentazioni esplicite e morbose. L’atmosfera fiabesca mantiene sempre un parallelo con quanto avviene nella realtà. La bottega delle caramelle a prima vista sembra un negozio per clienti benestanti, gli unici a potersi permettere qualche dolcetto dopo il crollo di Wall Street. Dalla porticina entra ed esce gente di tutte le età, persone che conducono un’esistenza apparentemente rispettabile. Il pedofilo si mimetizza e potrebbe essere chiunque, il droghiere, uno stimato medico, un serio professionista… L’aspetto bizzarro del proprietario, simile a un clown bianco, nel nostro Paese può apparire inadatto a un esercizio commerciale, ma il regista ha voluto creare una figura fiabesca mantenendo il contatto con note icone della cultura popolare. Negli Stati Uniti a partire dai primi decenni del Novecento molti negozi si reclamizzavano con personaggi di vario genere, insegne pacchiane e qualsiasi espediente colpisse l’occhio del consumatore. Il fabbricante di lecca lecca fa parte di questa tradizione, l’aspetto e le maniere ambigue ricordano il più famoso Willy Wonka, nella versione di Tim Burton. Anche in questo caso, chi organizza incontri con bambini sa come attrarre i clienti, crea complicità e sa come adescare le vittime. Pochi resistono alle lusinghe; le bambine seguono affascinate l’uomo e si ritrovano parte di un ingranaggio. La macchina magica che trasforma le piccole lolite in luccicanti lecca lecca è un’azzeccata allegoria.

Con verosimiglianza, le vittime della pedofilia hanno alle spalle storie molto diverse. Una è una ragazzina vestita bene, l’altra è un’amica del protagonista, ed è così povera da non poter acquistare neppure la frutta. C’è chi si vende per povertà, e chi accetta di entrare nel giro perché desidera oggetti di lusso; davanti all’offerta di danaro lo stesso protagonista esita. A proposito, nel cortometraggio vediamo solo bambine, ma il fenomeno si estende anche ai maschietti e purtroppo è più diffuso di quanto non si creda, anche in Paesi ‘insospettabili’.

Di solito le fiabe vanno a finire bene; The Candy Shop ha un lieto fine velato dalla malinconia. Jimmy fa la sua scelta: potrebbe farsi complice del caramellaio e guadagnare danaro per sé e la famiglia, ma preferisce rinunciare al benessere economico, e rivela al mondo quanto sta accadendo nel negozio. Usa la macchina sui lecca lecca per invertire la trasformazione: alcuni dolciumi tornano bambini, altri no, e Jimmy comprende di non poter sistemare qualsiasi guaio. Viene creduto, e arrivano le forze dell’ordine, certe di risolvere il giallo di tante bambine scomparse. Quanto ai genitori delle vittime, giungono quando tutto è compiuto, riabbracciano le piccine scomparse oppure fissano increduli i lecca lecca. Prima erano assenti, troppo occupati a lavorare per accorgersi di quanto avveniva; o forse alcuni degli uomini che si intravedono nella folla festante sono gli stessi che frequentavano il negozio. Chiude il Candy Shop, chiude il fruttivendolo complice, e Jimmy torna a fare lo strillone. Presto apriranno una nuova pasticceria…

Fino all’ultimo fotogramma il cortometraggio fonde realismo e fantasia, arrivando al cuore degli spettatori con un messaggio chiaro. Pur restando una produzione indipendente, The Candy Shop ha goduto di sovvenzioni, utilizzate per garantire una realizzazione efficace e per poterla distribuire anche al di fuori di eventi benefici. Il grande problema dei cortometraggi d’autore o realizzati con pretese artistiche è proprio la difficoltà di diffusione. Un problema, questo, che la Motion Pictures Whitestone ha cercato di superare scegliendo soggetti interessanti, attuali, impegnati socialmente. Gli intenti di denuncia e la raccolta di fondi per Street Grace ben convivono con la promozione del cortometraggio, da poco disponibile doppiato in lingua italiana sui principali canali di streaming.